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Vermi - Atollo di Ayu

Vermi – Atollo di Ayu

Anche qui nell’atollo di Ayu, tanto per cambiare, ho avuto un’esperienza di tipo culinario.

Una delle prime mattine dopo il nostro arrivo siamo scesi a terra nell’isoletta di Ruton, uno dei tanti batufoletti di palme che contornano la laguna.

Era da poco sorto il sole, e il villaggio si stava stiracchiando e sbadigliava dopo la notte.

Le donne erano indaffarate intorno ai fuochi della cucina che con i loro fumi azzurrognoli avvolgevano tutto in una strana nebbia. Gli uomini preparavano le canoe, le vuotavano dall’acqua, le caricavano con le vele arrotolate e si apprestavano ad andare a  pescare approfittando dell’alta marea. I bambini erano da tutte le parti, alcuni ancora addormentati sdraiati su stuoie di foglie di palma, altri mezzi nudi e altri già pronti, con un quaderno e una matita in mano, per andare a scuola.

Il nostro arrivo come sempre ha distratto tutti dalle proprie attività e sulla spiaggia si è formato il solito comitato di accoglienza che si andava ingrossando mano a mano che ci avvicinavamo alla riva.

I pescatori ci hanno aiutato a legare il gommone in un posto sicuro. Poi ci siamo scambiati qualche saluto. Qualcuno ha detto il proprio nome: Daniel, David, Jhoseph…. e noi abbiamo risposto con i nostri:

“Elisabeth, Carlo”

“Oh Elisabeth, Carlos (la S finale è di rigore fuori dal Mediterraneo!) salamat” benvenuti. E ci hanno scortati dentro il villaggio, mentre i bambini ci si accalcavano intorno curiosi, ma vergognosi e alcuni addirittura spaventati non appena gli rivolgevamo la parola o cercavamo di toccarli.

Il villaggio è costituito di capanne di palma, sparpagliate sul terreno sabbioso. Non c’è lo stesso ordine  che c’era a Waigeo, anzi qua c’è anche un pò di sana sporcizia, ma tutto è immensamente vivo.

Ci siamo aggirati per un pò tra le capanne, fino a quando non è arrivato uno che si è presentato come Mesa Campung, capo villaggi0o, e ci ha dato il benvenuto ufficiale.

Ci ha detto che potevamo stare quanto volevamo e potevamo andare dove volevamo.

Poi ci ha presentato sua moglie, una donnona sugli 80 chili, nera come il carbone e dagli evidenti tratti melanesiani. Avvolta come un salame in un pareo stretto sotto le ascelle, stava accudendo a una grigia. Sopra la griglia c’erano due pesciotti quasi arrostiti e un fascio di oggetti non meglio identificati. Erano una specie di bastoncini lunghi una trentina di centimetri. Il colore e l’aspetto era quello dei gambi dei funghi chiodini, ma più lunghi e di conseguenza più larghi.

Ogni tanto qualcuno passava di lì e ne strappava uno e poi lo sgranocchiava, dopo aver tirato con forza con i denti per staccarne un pezzetto.

Ho chiesto alla donna cosa fossero. Errore fatale!! Ci ho pensato quando ancora stavo formulando la domanda

“Chachi” mi ha risposto, staccandomene uno e mettendomelo in mano. A questo punto ho dovuto assaggiarlo. Era una cosa coriacea, ho fatto fatica a strapparne un pezzo tirando con i denti, e la superficie era ruvida, come costituita di tante righette parallele. Il sapore, è arrivato solo dopo un po’ di masticazione ed era indefinito, vagamente simile a quello dei totani.

“Per fortuna, credevo peggio!”

Vermi - Atollo di Ayu

Vermi – Atollo di Ayu

Qualche ora dopo al culmine della bassa marea, tra la nostra barca e il villaggio si sono scoperti degli isolotti di sabbia bianchissima. Lunghi qualche centinaio di metri e larghi un po’ di meno. Siamo andati a camminare sopra quella sabbia che sembrava velluto. C’erano conchiglie, stelle marine e tutte quelle forme di vita che appaiono quando l’acqua se ne và. C’erano anche delle donne che raccoglievano qualcosa.

Naturalmente siamo andati a vedere.

Armate di un bastoncino, lo infilzavano nella sabbia in presenza di particolari fossette. Certe volte lo ritraevano e provavano da un’altra parte, altre volte invece, con un colpo deciso, lo conficcavano ancora più profondamente e cominciavano a scavare con le mani. A una profondità di 20 centimetri afferravano qualcosa e cominciavano a tirare. Piano, con delicatezza, ma in maniera decisa. Dopo un po’ appariva un verme bianco, lungo una trentina di centimetri, dall’apparenza elastica e gommosa e con il bastoncino inserito in quella che, per il suo bene, ho pensato essere la bocca del verme.

Emerso il verme la donna lo prendeva in mano e faceva scorrere due dita per tutta la sua lunghezza, mungendolo da tutto quello che c’era all’interno e ottenendo così che un rivoletto di roba giallognolo-marroncina uscisse dalla bocca. Poi infilzava la bestia in una costola di foglia di pandano che si trascinava dietro sulla sabbia, e alla quale erano già infilzati numerosi altri individui della stessa specie.

“E’ questa la roba che ho mangiato stamattina?” Me la sono sentita improvvisamente sullo stomaco.

“Ma non hai detto che non era cattiva?”

“Beh, ma chissà cosa sono?”

A vederli da vicino avevano l’aspetto di anellidi, dei lunghi lombriconi, un po’ meno viscidi e bianchi.

Abbiamo seguito le ragazze fino a quando sono tornate al villaggio con le canoe.

Ero curiosa di vedere come preparavano i vermoni per cuocerli.

Con mio massimo disgusto ho visto che li mettevano sulla griglia, così come erano, infilzati uno accanto all’altro, senza nè pulirli nè sciacquarli, lasciando tutto quello che avevano ancora dentro o che si era appiccicato fuori.

“Ma ho mangiato quella roba lì, con le interiora e tutto….?”

“Ma dai il fuoco purifica. E poi fai finta di non averlo visto!”

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Equatore - Verso Manukwari

Equatore – Verso Manukwari

“In quanti modi hai attraversato l’equatore finora?”

“In aereo, in barca, in auto, su un camion, quella volta in Kalimantan siamo scesi dalla corriera per attraversarlo a piedi.”

Sono cinque giorni che arranchiamo per cercare di colmare le 190 miglia che separano l’atollo di Ayu da Manukwari, sulla costa Nord dell’Irian Jaya (o come ormai la chiamano i suoi abitanti Papua).  Di vento ce n’è ben poco. Qualche alito un paio di volte al giorno, quando ci precipitiamo a issare tutte le vele di prua e con quattro vele piene a riva per un po’ di ore facciamo tre nodi e mezzo. A vedere l’acqua che scorre lungo lo scafo si direbbe di più, ma evidentemente c’è corrente contraria. Poi il vento se ne va, e rimaniamo  con le vele sgonfie che sbattono e il sole che ci cuoce dall’alto. Contravvenendo a tutti i nostri buoni propositi ci arrendiamo alla necessità di accendere il motore. La notte scorsa non lo abbiamo fatto, e siamo rimasti per così dire alla deriva, in mezzo al mare, con solo le rande issate per dare un po’ di stabilità alla barca. Beh, stamattina, controllando il punto, abbiamo scoperto che siamo tornati indietro rispetto al punto di ieri sera.  La corrente in una notte ha eroso il nostro misero capitale di strada percorsa.

Oggi, sotto il sole di mezzogiorno, eravamo in pozzetto alternandoci tra il timone e una misera porzioncina di ombra sotto i pannelli solari. Siamo al solstizio d’autunno e stiamo navigando praticamente sull’equatore, cioè nella classica situazione, che quando il sole è a picco, più a picco di così non si può, e che se uno a mezzo giorno si alza in piedi, l’ombra della sua testa gli si proietta sulle scarpe.

Chi sta al timone non si può muovere da li, ma chi ha il turno d’ombra, ha l’onere ogni pochi minuti di raccattare una secchiata d’acqua di mare e rovesciarla su quello al timone.

“….sì, a piedi , lo abbiamo attraversata due o tre volte, continuando a fare foto di qua e di là dall’equatore, poi la sera al ritorno, lo abbiamo riattraversato in corriera”

“Allora oggi, se vuoi,  possiamo aggiungere un nuovo modo: attraversare l’equatore a nuoto!”

“Dai. Ma quanto manca?”

“Solo quattro miglia”

Equatore - Verso Manukwari

Equatore – Verso Manukwari

E’ da ieri che stiamo navigando paralleli all’equatore. Per attraversarlo basta modificare la rotta di qualche decina di gradi, andare un po’ più sud di quello che dovremmo e quando saremo appena, appena sopra la linea fatidica scendere in acqua, nuotare verso sud per una decina di metri e poi tornare a bordo.

“Va bene, d’accordo, si può fare”

Ci siamo portati verso sud, e quando il GPS segnava 00°00’001N abbiamo spento il motore, abbiamo legato una cima lunga a poppa della barca e a turno siamo scesi in mare nuotando verso sud per un po’, poi tornando indietro e oltrepassata la barca nuotando verso nord ancora per un po’.

L’acqua era tiepida, da non dare nemmeno troppo sollievo a starci dentro, blu come l’inchiostro che usavamo a scuola, limpida e trasparente tanto che si poteva vedere il finale della cima, che penzolava a poppa.

“Squali? Ce ne saranno?”

“Non ti preoccupare, da qui ho una visibilità tale che se ne vedo uno faccio in tempo a darti l’allarme e a farti risalire.”

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Un atollo bellissimo - Tra  Filippine  l'Irian Jaya

Un atollo bellissimo – Tra Filippine l’Irian Jaya

Siamo nell’atollo di Ayu, a Nord della propaggine più estrema dell’Irian Jaya, e quella che avrebbe dovuto essere una sosta di un paio di giorni, giusto per dare un’occhiata, si sta trasformando in un soggiorno lunghissimo.

Il fatto è che questo atollo è bello. Uno dei posti più belli che mi sia mai capitato di vedere. Colori incredibili, isole da sogno, lingue di sabbia che sorgono dal mare, spiagge primordiali, palme, pesci, barriere coralline, scorci di azzurro e di blu. I villaggi sono altrettanto interessanti ed ogni volta che scendiamo troviamo qualche cosa di nuovo e di strano: un tizio che si fabbrica da solo gli occhialini per andare sott’acqua, un altro che mette a seccare polpi che sembrano opere d’arte, un terzo che si costruisce da solo la canoa, un ragazzo che pesca con l’arpione, fermo, immobile, per ore sopra un sasso in attesa che passi il pesce giusto. E’ bello guardarsi attorno, ed è bello cercare di capire la lingua e la vita di questa gente. Ci sono due isole vicino a noi: Rotun e Reni. Noi preferiamo Reni perchè dopo un po’ di giorni ci siamo accorti che gli abitanti di Rotun, che delle due è la più grande, sembrano tutti un po’ strani. Quando scendiamo ci circondano in moltitudini, ridono, sghignazzano, ci seguono, scimmiottano i nostri gesti. Niente di ostile o di pericoloso, ma mettono a disagio. A Reni, invece, sono gentilissimi. Ormai tutti ci conoscono, ci sorridono, ci chiamano per nome, ci vengono incontro. Hanno accettato il nostro continuo armeggiare con telecamere e cavalletti, e quando riescono a capire cosa desideriamo si danno un gran da fare per facilitarci le cose e ci mostrano gli oggetti, si pettinano, si mettono in posa. Ogni tanto compare qualcuno con dei cocchi giovani. Vuol dire che è il momento di sedersi a bere l’acqua del cocco e a ridere con scambiando qualche battuta. Poche frasi a dire il vero perchè alla fine la comunicazione è limitata alle poche centinaia di parole di indonesiano che abbiamo imparato.

Sta di fatto che non ci decidiamo mai a partire.

“Allora partiamo oggi?”

“Si, però mi piacerebbe fare ancora qualche ripresa su una delle loro canoe….”, e ogni giorno, rimandiamo di un giorno.

Un atollo bellissimo - Tra  Filippine  l'Irian Jaya

Un atollo bellissimo – Tra Filippine l’Irian Jaya

In realtà dobbiamo deciderci perchè il percorso che ci attende tutto attorno alla Papua Nuova Guinea è lunghissimo. E poi sulla Barca Pulita non c’è quasi più nulla da mangiare. Le ultime cipolle, le ultime patate, gli ultimi cavoli sono terminati da molte settimane. Il pane, il formaggio, la carne sono ricordi lontani. Qui nell’atollo di Ayu non ci sono negozi e non si può comperare nulla.  Certo, c’è tanto pesce ed ogni volta che scendiamo a terra rientriamo quattro o cinque noci di cocco che tutti insistono a volerci regalare e che alla fine accettiamo solo per farli contenti. Ma la mancanza della verdura del pane, della frutta cominciano a farsi sentire. Gli abitanti di queste isolette integrano la loro dieta di pesce e cocco con qualche banana e qualche patata dolce che ciascuno coltiva dietro casa, irrigando ogni giorno il terreno sabbioso con l’acqua del pozzo. Se ne chiedessimo ce le darebbero, ma non ci è sembrato giusto privarli di queste verdure che per loro sono così preziose. E cosi’, in questo angolino di paradiso, mangiamo piselli in scatola e krakers, latte in polvere e fagioli bolliti.

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Troviamo un atollo - Atollo di Ayu

Troviamo un atollo – Atollo di Ayu

Gli atolli sono posti strani e bellissimi. Sorgono in mezzo al mare, in pieno oceano, dove l’acqua è pulita e incontaminata e dove non ci sono uomini, o ce ne sono pochi. Un bassofondo a forma di anello emerge da abissi insondabili ed arriva a lambire la superficie. Sul bordo del bassofondo il corallo, nell’acqua pulita, cresce rigogliosamente formando incredibili giardini colorati, e, all’interno dell’anello di corallo c’è sempre una laguna calma e profonda. Se fuori dall’atollo il mare è grosso, ci sono le onde, le correnti e i pericoli del mare aperto, dentro l’atollo è come essere in paradiso. La circonferenza irta di coralli semiaffioranti protegge la laguna dalle onde ed è come essere in un lago. Un lago d’acqua salata in pieno oceano.

Dentro la laguna ci sono le isole ricoperte di palme da cocco, le spiagge bianchissime, le zone sabbiose di mare poco profondo e tiepido, dove pullulano i pesciolini e dove è bello restare per ore a farsi accarezzare dal vento e dal sole.

Ci sono atolli famosi come quelli delle Maldive e delle Tuamotù, altri meno noti come quelli delle Chagos e delle Laccadive, e ce ne sono altri isolati e lontani, che nessuno conosce.

Questo dove stiamo per entrare è uno di questi ultimi. Si chiama Ayu, e l’abbiamo scoperto per caso, studiando la carta nautica, una trentina di miglia a Nord di Waigeo, da cui siamo partiti ieri sera.

Appena lasciata la costa dell’isola il vento è diventato leggero, capriccioso e incostante. Ma a noi andava bene così, perchè la strada da fare era poca e avevamo tutta la notte per farla. Alle dieci circa abbiamo passato l’equatore e abbiamo festeggiato mangiando uno degli ultimi formaggi in scatola rimasti ancora dalle provviste Australiane.

Alle 7 del mattino, con la prima luce del giorno, sempre a vela, sempre spinti da un leggero aliseo, abbiamo visto l’acqua che cambiava colore: era il bordo esterno dell’atollo, dove il  mare improvvisamente da blu scuro diventava verde, e poco più in la frangevano le onde. Abbiamo cominciato a costeggiarlo, a distanza, verso nord, in direzione della passe, ovvero del passaggio che immette nella laguna.

 Ore 10.00

Siamo davanti all’ingresso del passaggio. Fin qui abbiamo navigato a vela, con vento contrario ma leggero restando sempre rasenti al limite dell’atollo, con il cambiamento di colore dell’acqua da blu a verde che ci avvertiva quando ci stavamo avvicinando troppo. Abbiamo passato qualche canoa di gente che pescava sul limite del reef, e li abbiamo salutati da lontano. Ora, ammainate le 4 vele della Barca Pulita, stiamo imboccando a motore la passe, che per il momento è larga e senza pericoli.

I colori sono incredibili: blu, azzurro e verde pastello, ma la corrente è forte. Una specie di fiume largo e liscio che scorre contro di noi. E’ da questo fiume che, per ubbidire alla legge delle maree,  deve passare tutta l’acqua che esce dalla laguna. Noi invece dobbiamo entrare e per noi la corrente è un ostacolo e un pericolo. Ho tentato di calcolare l’ora in modo da arrivare qui con il minimo della marea, per affrontare il passaggio al momento della stanca, ma devo aver sbagliato i conti a giudicare dalla violenza del fiume. Discutiamo tra noi se non sia meglio fermarsi e aspettare che la marea si inverta. Decidiamo di no,  meglio continuare. Continuiamo a motore, al massimo della potenza, cercando di mantenerci al centro del passaggio, tra gorghi e rivoli di schiuma.

 Ore 10.30

Siamo nel punto più stretto del passaggio e puntiamo verso Est, in direzione della laguna. Si vedono i reef scorrere sui due lati, a poche decine di metri dal nostro scafo. Ci sono rocce emergenti, isole, isolette, lingue di sabbia. La nostra rotta  è un nastro blu che serpeggia tra questi oggetti colorati.  Come sempre Lizzi è al timone mentre io sto a prua, di vedetta. Ad un certo punto salgo sull’albero di trinchetta con la telecamera piccola per tentare una ripresa dall’alto. Da dieci metri di altezza lo spettacolo è mozzafiato. La nostra prua avanza contro rivoli di acqua blu, e lo scafo sfiora isole di corallo verde, tanto belle quanto pericolose. Torno in pozzetto. Se qualcosa andasse storto almeno saremmo in due.

 11.00

Troviamo un atollo - Atollo di Ayu

Troviamo un atollo – Atollo di Ayu

Ormai siamo dentro la laguna. La corrente si è calmata e i colori  sono  ancora più intensi, e più puliti. Ora i colori dell’acqua ci servono da guida: giallo e marrone vuol dire corallo a pelo dell’acqua. Verde vuol dire corallo sommerso di mezzo metro. Azzurro chiaro e sbiadito vuol dire fondo di sabbia ma con meno di un metro d’acqua.  Azzurro pastello vuol dire sabbia con acqua sufficiente perchè la nostra barca possa passare, e da lì in poi, tutte le tonalità più intense dell’azzurro, fino al blu profondo, segnalano i passaggi sicuri, dove l’acqua è fonda. La laguna che si apre davanti a noi è un immenso mosaico di colori. Dalla mia postazione sopra l’albero urlo a Lizzi le istruzioni per far lo slalom tra i verdi e i gialli per restare nei blu e negli azzurri e per dirigere verso un’isola coperta di palme che abbiamo individuato dall’altra parte della laguna e dove forse ci sarà un villaggio. Impieghiamo mezzora ad arrivare e ci fermiamo a 500 metri da terra gettando l’ancora in una chiazza blu equidistante da due secche azzurro chiaro. Finalmente.  Lizzi lega il timone, mette la protezione alla bussola e monta il tendalino per ripararci dai raggi del sole a 90°. Io metto via le vele e calo in mare il gommone.

Intorno a noi la laguna è immobile come un lago senza vento. La nostra barca è immobile senza il minimo dondolio. Da terra ci hanno visti e due canoe sono già partite per venire verso di noi.

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Mare vuoto - Oceano Pacifico

Mare vuoto – Oceano Pacifico

Per tutta la notte la Barca Pulita ha camminato per conto suo. Di bolina, senza virare mai, senza mai perdere la rotta, piano piano, col rumore dolce e costante dello scafo che scivolava tra le onde e il ronzio discreto del generatore eolico che faceva il suo lavoro di ricaricare le batterie con l’energia del vento. Noi ce la siamo presa comoda, dormicchiando quasi tutto il tempo, e alzandoci solo di tanto in tanto a dare un’occhiata, tanto eravamo in mare aperto, senza traffico, senza isole, senza navi.

Da oggi però dobbiamo stare attenti. La costa della Papua Nuova Guinea è ancora lontana ma stiamo per incontrare una catena di isolette e di atolli. Si chiamano isole Admiralty e non sappiamo molto di loro perché non sono prese in considerazione in nessuno dei libri di cui disponiamo. Anche le carte nautiche sono approssimative e c’è scritto di fare attenzione perché può capitare che la posizione reale di un’isola sia diversa da quella indicata sulla carta.

Alle 10 avvistiamo Sumasuma e Similan, le appendici esterne di un grande atollo che si chiama Ninigo. Nel frattempo il vento gira progressivamente ad Est e la nostra rotta da est che era gira verso Nord. Probabilmente tra un pò saremo costretti a virare e allora la barca non camminerà più’ così bene perché si troverà con l’onda in prua invece che sul fianco.

Alle 10.30 il vento gira ancora e decidiamo di virare. Alle 11.15 viriamo di nuovo, ma c’è poco vento, abbiamo l’onda in prua e la barca fatica a tenere la rotta. Ci sono dei temporali in giro. Il cielo si è fatto scuro. Forse ci fermeremo nell’atollo di Ninigo, che è a 11 miglia, o forse potremmo proseguire per il prossimo atollo che è a 60 miglia. Sappiamo così poco di tutti e due. Ci lasceremo guidare dal vento. Intanto un acquazzone si avvicina. Noi ci siamo preparati riducendo le vele al minimo ed ammainando il fiocco.

Mare vuoto - Oceano Pacifico

Mare vuoto – Oceano Pacifico

Alle 11.45 il temporale arriva con il solito putiferio di vento forte e pioggia scrosciante. Dura solo dieci minuti e subito dopo schiarisce, ma già se ne profila un altro verso prua. Ne approfittiamo per pranzare: formaggio che abbiamo conservato ancora dall’Australia, tagliato sottile per farlo sembrare tanto e condito con olio e origano, insieme il contenuto di una lattina di piselli.  Gustiamo il tutto in pozzetto, sotto le raffiche. Il vento è fresco, ma non piove e si sta bene.

A metà del pranzo il vento cambia di colpo. E’ il temporale successivo. Mettiamo il  formaggio in un angolo del pozzetto (speriamo che non si rovesci e non si bagni)  e corriamo ad ammainare le vele. Lizzi il randino, io il randone, poi insieme ammainiamo la trinchetta. La cosa più difficile è legarle sui boma perché scappano via da tutte le parti. Impieghiamo dieci minuti. Ci siamo anche ricordati di non calpestare il formaggio e quando finiamo con le vele finiamo di mangiarlo. Poi corriamo dentro perché sta cominciando a piovere a dirotto. In quadrato, con tutte le aperture ermeticamente chiuse, fa un caldo terribile. Il GPS dice che a secco di tela facciamo un nodo verso Ovest. Poco male, un nodo è solo un miglio all’ora, e nell’ora che durerà il temporale faremo solo un miglio all’indietro. La barca, senza le vele rolla. Pazienza.

Alle 15.00 il vento cala leggermente e issiamo di nuovo le vele. Il cielo è pesante e il vento forte, intorno ai 25, 30 nodi, e contrario. Non sembra il solito temporale, sembra piuttosto una tempestina da Sud Sud Est.

Poco prima del tramonto il cielo si rischiara e facciamo il punto. In dodici ore di fatica, di virate e cambi di vela abbiamo percorso solo 11 miglia. Da fuori arriva un rumore. Corriamo in pozzetto. E’ il rocchetto della traina che è scattato perché un pesce ha abboccato.  E’ un barracuda. Peccato, speravamo in un tonno, o un dorado, ma per la cena andrà bene lo stesso.