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Partenza - Atollo di Heremit

Partenza – Atollo di Heremit

Abbiamo passato la mattina a salutare, a fare le ultime riprese, le ultime foto ai bambini che giocano in acqua, a quelli con le canoe, alla sula  addomesticata, grossa come un gallo,  che mi è volata sulla testa facendomi prendere uno spavento.

Mettiamo in ordine la barca e tiriamo su le ancore. Ci vuol tempo perché c’è una quantità di roba in giro:  bombole,  erogatori, mute, maschere, pinne, papaie, ananas, verdura e poi fa caldo e il sole è impietoso ed ogni due o tre cose che facciamo dobbiamo fermarci a tirare il fiato.

Ce ne andiamo da Heremit, dove siamo rimasti così poco, ma sembra  un’eternità e dove  oramai conosciamo tutti: Robert, Lina, il prete, il maestro, Caroline, il dottore.

E’ già pomeriggio avanzato quando finiamo di salpare la seconda ancora e quando gli ultimi metri di catena arrivano in barca, mentre  i bambini in canoa tutto attorno ci guardano in silenzio con gli occhi enormi e  ci arriva il primo brontolio di tuono.

Ce ne andiamo da Heremit, e puntiamo verso Sud Est lasciandoci alle spalle il villaggio sotto la nuvola nera di un temporale che si sta formando proprio sulle case.

“Sbrighiamoci, così arriviamo all’uscita dell’atollo prima del temporale”

Salgo sull’albero fino alle crocette per cercare di individuare il percorso che dobbiamo seguire per uscire dall’atollo e accedere al mare aperto.

Partenza - Atollo di Heremit

Partenza – Atollo di Heremit

Dentro di me vorrei non essere partito. Era bello scendere a terra la mattina e sedersi fuori dalla casa di qualcuno. Eravamo sempre i benvenuti. La gente ci sorrideva. E siccome ad Heremit tutto si svolge all’aperto, le attività di tutti i giorni erano li davanti a noi, per essere fotografate e filmate, per essere commentate e per scherzarci sopra. La barca, con le sue due ancore impigliate nel corallo era al sicuro e se veniva un temporale bastava chiudersi dentro con un libro ad aspettare che passasse. Ora invece, qui sull’albero, mentre scruto una distesa grigia di acqua piena di pericoli invisibili, con il temporale che ci insegua,  mi sento a disagio e ho paura. Avremmo fatto meglio a non partire, penso per l’ennesima volta, mentre urlo a Lizzi che sta al timone le istruzioni per girare attorno ad un banco di corallo che è appena apparso davanti alla prua. Arrivano le prime gocce e mi bagnano gli occhiali, e le  prime raffiche che arruffano il mare. I temporali ai tropici durano poco, ma a volte possono essere violentissimi, e la pioggia di solito riduce la visibilità. Prima scompare la linea lontana dei frangenti che tenevo come riferimento per la direzione, poi scompare il villaggio, alle mie spalle, e poi tutta l’isola.  In breve è tutto grigio, e non vedo più neppure il banco che abbiamo appena superato. Decido di scendere, è inutile restare sull’albero se non si vede più nulla, e contemporaneamente l’allarme eco scandaglio comincia ad urlare il suo sgradevole avvertimento: bip bip bip….. Vuol dire che abbiamo meno di 15 metri di fondo, e che siamo sull’orlo di un banco di corallo che però non vediamo. Dovremmo tentare di allontanarci, ma in che direzione?

“Buttiamo l’ancora, almeno ci fermiamo” e corriamo a prua a liberare il salpa ancore e a tempo di record molliamo ancora e catena. Quando arriva il rumoraccio della catena che sfrega sul corallo sappiamo che l’ancora ha toccato. Lasciamo altri venti metri di catena e ci accingiamo ad aspettare.  E’ pericoloso ancorare così,  alla cieca,  ma non possiamo fare di meglio e possiamo solo sperare che la pendenza del banco non sia eccessiva e che il vento non ci spinga nella direzione in cui risale.

“Cosa facciamo?”

“Niente”

Non abbiamo più il ridosso dell’isola. Tutto intorno il mare è arricciato dalle onde del temporale. La barca è aggrappata ad un fondo di corallo in un punto imprecisato dell’atollo. La catena manda sgradevoli rumori di sfregamento sulle madrepore. Fuori pioggia fittissima e vento a folate.

Ci nascondiamo dentro la barca, seduti, a guardarci, e ad ascoltare i rumori.

“Se continua mi tuffo, e vado sott’acqua, a cercare di capire come è fatto il banco”

Non c’è bisogno. Il temporale dura solo venti minuti. Lascia un cielo uniformemente grigio e una pioggerella stupida e continua, che però non limita più la visibilità. Il verde dei banchi ricompare, l’ancora risale e riprendiamo a fare lo slalom lungo un passaggio che è complicato, più di quanto avessi potuto immaginare, un percorso tortuoso tra immensi bassifondi verdi e blu. Poi la profondità aumenta di colpo: 20, 30, 30, 100 metri. Siamo fuori, in oceano. Non ci sono più pericoli. Alle nostre spalle Heremit, con le sue 147 anime,  è soltanto una montagnola grigia, semi nascosta da una nuvola.

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Il villaggio - Luf, Atollo di Heremit

Il villaggio – Luf, Atollo di Heremit

Questo posto è un paradiso. Due colline verdi unite da una lingua di terra larga un centinaio di metri. Lungo la lingua di terra, ricoperta di prato e fitta di palme, nascoste sotto gli alberi di mango e sotto altri alberi enormi dai rami nodosi coperti di fiori colorati, sono sparpagliate le capanne del villaggio. Sono costruite con foglie di palma, che invecchiando ingrigiscono, o con foglie di sagù, che sono lucide e marroni. Alcune capanne, le più vicine all’acqua sono rialzate da terra, altre poggiano direttamente sull’erba; così ci appare lo splendido atollo di Heremit.

All’estremità del villaggio sulle pendici delle colline, ci sono i giardini dove si coltivano ananas, papaie, patate dolci, e tanta verdura sconosciuta. Le due lagune infine garantiscono sempre pesce, brezza e frescura.

Noi scendiamo a terra la mattina, girovaghiamo tra una capanna e l’altra. Oramai ci conoscono  tutti, ognuno ci regala qualcosa: dei lunghi fagioloni verdi, un ananas, tre uova, una papaia verde. In cambio nessuno chiede niente. E quando ritorniamo a bordo, carichi di cose, nel dinghy, sulla spiaggia, c’è sempre qualche altro regalo, anonimo.

Io passo la gran parte del tempo con le donne. Finalmente, dopo tanti anni di Indonesia, dove la conversazione languiva per la barriera linguistica, qui ci si riesce a intendere, Quasi tutte parlano un pò di inglese e tute lo capiscono. Lo studiano a scuola e poi leggono la bibbia. Anche se siamo lontani dalla civiltà, anche se qui non viene mai nessuno, non c’è radio, televisione e poche possibilità di comunicare col mondo, il livello culturale comunque è più alto, e passare le ore a parlare con queste donne, mentre cucinano o mentre preparano il cibo è una cosa che mi diverte tantissimo. Cominciano la mattina presto, a preparare la farina di sagù, o a grattare le noci di cocco, o a pelare le patate dolci. Gli ingredienti disponibili non sono molti, ma loro li sanno combinare sapientemente. Preparano gnocchetti con farina di cassava e latte di cocco, o frittate di taro e cocco grattato, pani di cassava e banane, pani di sagù. Cucinano all’aperto, su fuochi di legna, usando pentoloni di alluminio o padelle tipo wok. La preparazione del cibo è una cosa comunitaria. C’è sempre un gruppetto di donne che lavorano insieme. Ognuna prepara qualcosa. Poi ne passa un’altra, si mette ad aiutare, poi una va via e lascia il suo pentolone in custodia a quelle che restano. Non ho capito bene come funzioni.

Quando il cibo è pronto chi passa di lì mangia qualcosa, da qualunque parte arrivi. Per lo meno così succede nel pasto di mezzogiorno!

Io mi diverto a fotografarle e a farmi spiegare come si fa. E naturalmente ad assaggiare.

“Ce lo avete questo in Italia?” mi chiedono sempre e la mia risposta è quasi invariabilmente

“No”

Sono curiose di quello che mangiamo noi.

“Pasta, riso, pizza”

“Si ma qualcosa che si mangia quando non ci sono i negozi?”

Il villaggio - Luf, Atollo di Heremit

Il villaggio – Luf, Atollo di Heremit

Allora stamattina le ho sconcertate e ho cucinato i fiori di zucca. Ce ne sono un sacco in giro e nessuno li raccoglie e tanto meno hanno mai pensato di mangiarli. Loro non sono in grado di fare la pastella, non hanno né farina né latte, così ho fatto delle piccole frittelle di uovo, sale, farina di cassava e fiori di zucca.

Ho avuto un pò di problemi con il fuoco, ma loro erano lestissime, quando si accorgevano che la temperatura dell’olio scendeva, a posizionare meglio i ciocchi di legno sotto la padella.  Alla fine abbiamo fatto un festino con frittele e noci di cocco,  erano tutte contente. Lina, la più grassa di tutte ha deciso che prepareranno un pranzo per noi. Sabato è il loro giorno di festa e non possono lavorare. Cucineranno tutto il venerdì e sabato, fuori dalla chiesa, mangeremo tutti insieme.

Poi il maestro ci ha chiesto di andare a scuola a parlare del nostro Paese. La scuola è una capanna di frasche con il pavimento di sabbia. Due lavagne ad ogni estremità,  metà bambini girati verso una delle due e l’altra metà verso l’altra. In questo modo l’unico maestro ha diviso in due livelli i bambini del villaggio,

Parlare dell’Italia! Da dove si comincia?

“…….Be, l’Italia è un piccolo paese, ma in Italia è nato un signore che ha scoperto l’America…..”

“CRISTOBAL  COLOMB!!” lo conoscono….

“E poi in Italia c’è Roma dove vive….”

“IL PAPA”

Meglio che non mi azzardi a parlare di calcio, se no chissà come finisce!

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Festa per noi - Luf, Atollo di Heremit

Festa per noi – Luf, Atollo di Heremit

Oggi qui sull’atollo di Heremit è il gran giorno. Ci troviamo qui da alcune settimane e oramai tutti ci conoscono e siamo in buoni rapporti, specialmente con Robert, la nostra guida.

Ha piovuto tutta la mattina e quando alle 11 scendiamo a terra sta ancora gocciolando.  Robert, che come sempre ci fa da scorta, è venuto ad attenderci sulla spiaggia e ci porta in una capanna che serve per le assemblee del villaggio: poco più di una tettoia di frasche, il pavimento di sabbia, un pò di panche e un tavolone di legno.

Oggi gli abitanti di Luff sono tutti in ghingheri. Gli uomini con pantaloni lunghi, camicia e cravatta e soprattutto scarpe! E a parte Robert, che calza dei mocassini improbabili, gli altri esibiscono delle scarpe da tennis nere con le stringhe bianche.

Le donne invece sono vestite con gonne lunghe della foggia diversificata. Alcune hanno dei sarong, altre dei vestiti di cotone, Lina costringe i suoi 100 chili in una specie di tailleur, mentre Wilma alta e sottile, indossa una lunga gonna bianca, una T-shirt dello stesso colore e un gilet di velluto a coste beige! Chissà da che parte sarà uscito. Una ragazza sfoggia addirittura un bolerino di falso broccato, rosa shoking!

Io sono in pantaloni e Carlo in bermuda, ci scusiamo un pò, ma a nessuno importare granché.

Dopo un pò che siamo nella capanna arriva una processione di ragazze portando ogni ben di Dio: fette di pane di sagù e di cassava adagiati su foglie di banano, pesce con verdure, pesce fritto, torta di cassava e banane, piatti di frutta, verdure in umido……da far venire l’acquolina in bocca.

Però non è ancora il momento di assaggiare: prima ci vogliono dedicare una canzone. E’ uno degli inni che cantano in chiesa, ma scelto con cura, e parla di amici venuti da lontano su una barca.

Festa per noi - Luf, Atollo di Heremit

Festa per noi – Luf, Atollo di Heremit

Il nostro pranzo intanto è rimasto in custodia dei bambinetti incaricati di scacciare le mosche usando dei rametti verdi. Dopo due canzoni sembra arrivato il momento di sedersi a pranzo. La tavola non è grande ed è subito chiaro che non sarà possibile starci tutti. Ci sediamo noi, si siede Robert e qualcun altro. Tutti gli altri sono attorno, in piedi, a ridere e a guardare. Ma non si può ancora mangiare: prima la preghiera!

Tutti si alzano di nuovo, abbassano gli occhi, e ringraziano Dio per il cibo, il pesce, gli amici.

E finalmente si magia per davvero. Le donne vengono a turno a servirci e ognuna porta quello che ha cucinato, e c’è una specie di gara a farmi provare tutto.

“Questa e la zucca con il latte di cocco che ho colto ieri!”

“Questo è il pane di cassava che mi hai aiutato a mettere nel forno…”

“Prova il mio pesce!”

Per fortuna da giorni ho inalberato una presunta allergia all’amido, così non devo fare troppa fatica a difendermi dagli assalti del pane di sagù, delle polpette di sagù e cocco, del budino di sagù e altre amenità del genere che mi danno fastidio solo con il loro odore di fermentato.

Tutto quello che ho il coraggio di provare comunque è squisito.

Il pasto finisce e restiamo nella capanna per tutto il pomeriggio in compagnia degli abitanti di Luf. Ora li conosco quasi tutti, sono poco più di 100, e riesco anche a ricapitolare le parentele. Una usanza di qui, ma che avevamo già trovato in Polinesia, è che spesso uno adotta i figli di un altro. Così per esempio Frida che ha 5 figli maschi ha lasciato che sua cognata Wilma, madre di solo due femmine, adottasse il suo quarto figlio. E Caroline invece, che si sposerà solo l’anno prossimo, ha adottato una delle due gemelle nate a una mamma troppo giovane per potersi occupare di tutte e due. Quando invece chiedo a Jony che sta allattando il suo bambino, quale sia suo marito mi risponde:

“Not husband, only boy friend” anche questa è una usanza molto polinesiana.

 Per tutto il pomeriggio, nella capanna, le donne che oramai non sono più timide nei miei confronti, passano il tempo a……toccarmi i capelli. E’ una cosa che a loro piace moltissimo. I loro  sono neri, lanosi, crespi, i miei sono bianchi, grossi e lisci e per loro fortuna anche secchi. E con le grosse mani nodose mi accarezzano continuamente la testa, mi girano le ciocche, me le arrotolano, me le intrecciano, me le tirano.