Catamarani

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Gen 012005
 

Durante il nostro primo giro del mondo, alla fine degli anni 80, incontrare un catamarano era una eccezione. Non ce n’erano. La barca a vela oceanica era il monoscafo, punto e basta. Nel 93, quando siamo ripartiti, la situazione era già mutata. A Hurgada, nel nord del Mar Rosso, abbiamo incontrato il primo: un catamarano autocostruito di 10,5 metri con il quale due Sudafricani avevano risalito tutta la costa dell’Africa, stavano finendo di risalire il Mar Rosso e si apprestavano ad entrare in Mediterraneo. Fu un incontro fortunato perché procedevamo in senso opposto e potemmo scambiarci le carte e le idee: in cambio di quelle del Mediterraneo ci diedero tutte le carte della costa Africana, dalla Somalia a Cape Town e in cambio di racconti e commenti sulla traversata del canale di Suez, sui porti italiani greci e turchi, ci raccontarono della Tanzania, del Sudan del Mozambico, tutte informazioni preziose per orientarci in paesi di cui non sapevamo quasi nulla. Scambiammo anche idee sulle differenze tre le due barche e per la prima volta potemmo visitare a fondo un catamarano. I proprietari ne erano stracontenti. Una delle 4 cabine che sono più o meno standard su tutti i catamarani era stata trasformata in officina ed erano riusciti anche a farci stare un piccolo compressore e le bombole, un’altra cabina era diventata cala vele e deposito e ciò nonostante lo spazio a disposizione era ancora moltissimo.

Dopo sei mesi, in Eritrea, un altro, stavolta nostrano: era Doi Malingri, con un aggeggio da guerra di 22 metri. Un catamarano costruito in Francia per le grandi regate, che quel fulmine di guerra di Doi aveva riattrezzato a barca da crociera e ricerca oceanica. A sessant’anni suonati girava per il mondo cercando di concludere contratti di noleggio con associazioni scientifiche per la ricerca sul mare e nel tempo libero faceva volare i suoi gommoni volanti sperando di venderli ai militari dei paesi che visitava. Di quel catamarano ricordo la randa enorme, disumana, l’albero rotante, e una serie di diavolerie tecnologiche e da corsa che non me lo fecero invidiare neanche un po’. Ricordo anche la scoperta di come fosse bello starsene seduti nell’enorme dinette con l’aria fresca che entrava da prua attraverso grandi finestroni apribili, e il piacere di vedere l’acqua limpida sotto di noi attraverso la botola di emergenza.

Sono passati dodici anni e la frequenza degli incontri con i catamarani è andata aumentando. Incontrarli in navigazione, averli di fianco negli ancoraggi e nei porti non è più un’eccezione. Ce ne sono ovunque e cominciano a comparire, timidamente, i primi trimarani da crociera (vedi capitolo …….) Qui in Pacifico tra i nostri compagni di vagabondaggio (Americani, Neozelandesi, Australiani e qualche europeo) i catamarani, rappresentano il 10-15% del totale. E’ un segno incontestabile dell’affermarsi di questo nuovo modello e di una nuova filosofia della crociera.

Navigare su un catamarano o su un monoscafo è profondamente diverso. Diversa la filosofia, diverse le dimensioni, diverso il modo di muoversi nell’acqua, diverso il modo di affrontare il cattivo tempo. Il monoscafo è immerso nel mare. Il catamarano è appoggiato. Il monoscafo fende l’acqua, in catamarano ci scivola sopra. Mentre nel monoscafo la stabilità è assicurata dal contrappeso che rappresenta 1/3 del peso totale, nel doppio scafo la stabilità è data dalla larghezza. Più il catamarano è largo più è sicuro. E’ per questo, forse, che quelli in circolazione negli oceani di solito superano i 14 metri di lunghezza. Potendo fare a meno del contrappeso i cat sono più leggeri, la superficie immersa è inferiore, sono inferiori gli attriti con l’acqua e il risultato è sotto gli occhi di tutti: una velocità molto più alta.

Mentre per un monoscafo da 13 metri in traversata si prevede una media di 100-120 miglia al giorno, su un catamarano di uguali dimensioni la media sale a 180-200 miglia al giorno grazie agli 8 nodi di velocità di crociera. Così la traversata di un oceano che richiede 25 giorni su un monoscafo, con un catamarano si farà in soli 15 giorni, il che fa una bella differenza.

Più stabile, più veloce, più spazio interno, niente più sbandamento e oggetti che rotolano per la barca, una dinette grande come una piazza d’armi. Ma dove sono i difetti svantaggi?

Un tempo si diceva che i catamarani fossero barche intrinsecamente insicure perché se si sovesciano non c’è il contrappeso a raddrizzarli e restano rovesciati per sempre. Per questo sono tutti dotati di una botola nel del pavimento che possa essere aperta in caso di rovesciamento e consentire all’equipaggio di uscire fuori dalla parte del fondo. Certo, immaginare se stessi in mezzo a un oceano, seduti sulla chiglia di una barca rovesciata non è una prospettiva gradevole, ma quale è la portata reale del fenomeno? Quante sono le possibilità che il fattaccio succeda veramente?

A produrre il ribaltamento non è il vento forte, bensì le onde. Perché un multiscafo lungo 14 metri, largo quindi una decina, si inclini di 45° è necessaria un’onda alta almeno 10 metri. Se l’onda lo coglie di fianco e se frange proprio in quel momento, c’è la possibilità che lo scafo si rovesci. Ma quante volte capita di incontrare onde così? A noi, in 20 anni di navigazione tropicale, non è mai successo. Nel mare più grosso in cui ci siamo imbattuti, quando ci siamo spinti al di fuori dei tropici, al largo del Sudafrica, abbiamo misurato onde di 6-7 metri. Certo, prima o poi può capitare di imbattersi anche in quelle da 10, ma anche in quel caso non è detto che ci si rovesci perché lo skipper farà di tutto per tenere il mare di poppa o di prua, e quindi la probabilità che succeda resta sempre estremamente bassa. Noi non abbiamo mai raccolto resoconti di catamarani che si siano rovesciati a causa delle onde, sempre restando nel campo della crociera d’altura, e in quella parte di mondo dove la meteorologia è più benigna. Certo se si passa dalla crociera alla regata, o se si va alle latitudini alte, allora le cose cambiano e di molto.

Altri inconvenienti dei catamarani sono un marcato limite nel peso del carico trasportabile e un notevole tecnicismo di progetto e di costruzione che impone, in un certo senso, che lo skipper sia a sua volta un po’ un tecnico e che capisca gli sforzi dei materiali e sappia regolarsi di conseguenza.

Una volta in Tanzania abbiamo incontrato un catamarano sui 12 metri che proveniva dal Sudafrica. I proprietari lo avevano acquistato nuovo nuovo sei mesi prima ed erano disperati. Nel tragitto dal Sudafrica alla Tanzania (un migliaio di miglia) si era rotto di tutto. Si erano fessurati due dei 4 serbatoi dell’acqua dolce, si erano rotte due drizze, aveva ceduto una sartia, una linea d’asse si era disallineata ed erano comparse delle brutte screpolatura in corrispondenza della giunzione degli scafi. Un disastro, insomma, e i due non sapevano che fare. Ritornare in Sudafrica affrontando 1000 miglia controvento per riportarlo al cantiere che lo aveva così malcostruito? Ripararlo alla bellemeglio e continuare verso l’Europa con il dubbio, legittimo, che la barca potesse cedere definitivamente e colare a picco? Certo, in quel caso, era la costruzione a non essere all’altezza, ma il problema tecnologico nei multiscafi è più importante che nei monoscafi perché gli sforzi strutturali sono maggiori. Così, più che per i monoscafi, chi acquista deve essere in grado di controllare che progetto, realizzazione e costruzione siano a regola d’arte.

Roque, brasiliano, naviga da 30 anni. Ha fatto lo skipper su barche da regata e da crociera e ha perso il conto di quanti oceani abbia attraversato su tanti modelli diversi di barca. Ora è il comandante di un catamarano di 15 metri, dall’aspetto lussuoso, che incontriamo alle Fiji. Il proprietario viene a bordo un paio di volte l’anno per periodi di una decina di giorni. Per il resto Roque e la cuoca Tina sono soli a bordo, a far manutenzione e a spostare il catamarano da un oceano all’altro per essere pronti a ricevere il proprietario in quell’angolo del di mondo dove lui desidera che la barca lo attenda.

“Il catamarano è comodissimo per le veleggiate tra le isole” dice Roque. “Tanto posto, tante cabine, grande salone eccetera, ma non va bene per le navigazioni lunghe. Tra qualche settimana dovremo partire per la Nuova Zelanda, e quelle 1200 miglia di oceano aperto mi fanno paura. Sono barche delicate, costruite con le pareti sottili e con materiali leggeri”. Il catamarano di Roque è un modello di serie costruito da un famoso cantiere francese. Ha dieci anni e li dimostra tutti. Gel coat screpolato, finestroni che fanno acqua, portelloni dei gavoni che hanno perso la forma e la tenuta, impianto elettrico che va in corto un giorni su due e così via. Recentemente Roque si è accorto che sugli assi dei timoni c’erano grossi segni di corrosione e ha dovuto sostituirli. I timoni nuovi, ordinati in Francia, sono costati 4500 Euro ciascuno. Ma in quel caso era il ricco brasiliano a pagare.

Marco, Italiano, naviga sullo stesso modello di catamarano francese. Con quel catamarano ha attraversato l’Atlantico e il Pacifico. A Panama è rientrato in Italia affidando provvisoriamente la barca ad un marinaio cubano. Una sera il cubano decide di fare un giretto con gli amici. Sono tutti brilli e finiscono sulle rocce. Uno degli scafi si squarcia e Marco riceve un fax: la barca è semiaffondata, con uno scafo sommerso e l’altro che galleggia. Marco però è uomo che non si arrende. Corre a Panama, accetta prontamente i 200.000 Euro che l’assicurazione gli offre come risarcimento per la perdita totale e con molto meno di quella cifra in tre mesi rimette la barca a nuovo. Il catamarano di Marco e quello di Roque hanno la stessa età, sono lo stesso modello e prodotti dallo stesso cantiere, ma sembrano diversi. Quello di Marco è perfetto, senza screpolature nel gel coat e senza grossi segni di usura. Anche l’opinione del suo proprietario è diversa. “Sono barche sicure, dichiara, e si può andare dove si vuole”. Lui però non fa testo. E’ competente e passa molto tempo a risistemare e ripristinare. Ha una manualità incredibile che gli permette di realizzare cose che per altri sarebbero impensabili: con un barilotto inox di quelli che nei bar servono per contenere la birra alla spina si è fatto un forno barbecue, che tiene fisso a poppa per stupire amici ed ospiti con incredibili arrosti di pesce. Con del termanto e della resina in tre giorni ha realizzato una capottino fissa che cotre tutta la veranda e protegge dal sole e dalla pioggia. Sempre lui, Marco, ci racconta che durante una delle tante tratte in Pacifico, gli si è tranciato di netto l’asse di uno dei due timoni (il timone, sempre quello, che sia un errore di progetto?). La pala si è sfilata ed è andata in fondo all’oceano mentre dal buco un getto d’acqua enorme aveva cominciato ad allagare lo scafo. “Ho preso un palo di balsa e l’ho infilato a forza nel buco”, racconta, “e dopo mezzora non entrava più una goccia d’acqua. Poi, con un po’ di cautela, e con un solo timone, siamo arrivati ad Apia e abbiamo riparato tutto”. Certo, Marco è bravo, e ne è venuto fuori elegantemente, ma il timone di una barca da crociera non dovrebbe potersi rompere così.

Robert, canadese, è sposato con Jane, danese. Hanno vissuto in Canada, negli USA, a Tokyo in Nuova Zelanda e in Australia. E’ da una vita che navigano, prima con una barca di 44 piedi classica, vagabondando per 10 anni dal Canada agli Stati Uniti e poi attraverso il Pacifico e tutti i suoi arcipelaghi fino in Australia. Li avevano deciso di vendere la barca e di stabilirsi a terra salvo cambiare idea dopo un paio d’anni, farsi costruire un catamarano e ripartire.

Sono le persone giuste per chiedere un confronto. Siete contenti del catamarano? Era meglio il monoscafo? Quali sono i vantaggi e quali gli inconvenienti?

“Il catamarano è incredibilmente più comodo” dice Jane, “più spazio dentro, con quattro cabine comode e indipendenti e con un salone immenso, più spazio fuori, con una enorme veranda. Poi non sbanda, e non si devono fissare tutte le cose ogni volta che si parte, è molto più veloce, e i passaggi oceanici diventano corti quasi della metà. E poi dal catamarano il mare si vive meglio, si sta più in alto, si gode il paesaggio, si ha una migliore ventilazione, insomma, si sta più comodi”. Via via che parla Jane continua ad elencare solo vantaggi. E gli svantaggi?

Il peso, risponde. Il carico di un catamarano è limitato. La gente tende ad ignorare le istruzioni del costruttore e a caricarlo a piacere, come si farebbe con un monoscafo. Se ci si mettono 60 metri di catena invece che trenta, 500 litri di acqua invece che 250, 400 di gasolio invece che 200 e poi si aggiungono i libri, le provviste, le bombole da sub, e tutto il resto va a finire che la barca è sovraccarica e si comporta male. Il galleggiamento si abbassa, la clearance tra i due scafi si riduce e le onde ci picchiano sotto, aumenta la tendenza ad ingavonarsi, aumentano gli sforzi e le rotture diventano molto probabili. Il problema si pone soprattutto con i catamarani di serie, che non sono disegnati per la crociera a grande raggio. “Questo su cui navighiamo ora”, continua Jane, “è stato progettato appositamente per noi, in modo da poterci mettere le stesse cose che avevamo sul nostro vecchio 44 piedi: tanta catena, tanta acqua, tanti gasolio, tanti libri eccetera. Ce l’abbiamo da 4 anni e ne siamo contentissimi”.

Un catamarano da 38 piedi, insomma, se progettato bene, può caricare le stesse cose che stanno su un monoscafo di 44 piedi. Ma offre molto spazio e comodità in più.

Altri difetti: “beh, la bolina, sia perché il catamarano bolina e non va al di sotto dei 55°, sia perché siccome dispone di molta potenza tende ad essere troppo veloce, e andare a 10, 12 nodi contro onde di due o tre metri può essere terrificante. Bisogna sempre ricordarsi, di tenere bassa la velocità, anche perché altrimenti si rischia di rompere qualche cosa”. Così, chi acquista un catamarano, deve essere anche un po’ ingegnere. Deve capire gli sforzi e la resistenza dei materiali, deve conoscere bene la propria barca e sapere quando si può forzare e quando è importante ridurre.

Ci sono poi alcuni inconvenienti minori: nei porti del terzo mondo è difficile trovare strutture attrezzate per alare i catamarani. La larghezza impedisce di utilizzare i travel lift. Bisogna noleggiare e far venire delle gru, cosa non sempre possibile e comunque sempre complicata e un po’ rischiosa. In compenso, se necessario, si può far carena su una spiaggia, approfittando della bassa marea.

Abbiamo lasciato per ultimo l’inconveniente più grosso: il prezzo. I catamarani costosi, molto più che i monoscafi, sia perché sono grandi, sia perché si avvalgono di tecnologie e materiali d’avanguardia dove è difficile fare economia.

Morale, la diffidenza è ancora grande, e le opinioni del tipo: “io su un affare di quel genere non ci andrei mai!” sono ancora molto diffuse, soprattutto tra quelli che non ci hanno mai navigato. A noi, che a nostra volta non ci abbiamo mai navigato se non per brevissime crocerine, sembra però di poter concludere che, posto che lo scafo sia progettato e costruito bene, che sia lungo almeno 12-14 metri, che lo skipper sia competente un po’ in campo ingegneristico, e che si disponga del capitale necessario, la scelta del catamarano, anche per la navigazione oceanica, stia diventando una opzione possibile e conveniente.

Abbiamo cambiato barca!

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Gen 012001
 

Cambiare la barca è sempre difficile. Se poi la barca è anche la tua casa, se ci hai vissuto per otto anni ed è anche l’oggetto che ti dà da lavorare, allora l’impresa si fa ancora più ardua. E poi eravamo a decine di migliaia di miglia da casa. Come si fa a vendere la barca in un paese dove non esiste l’equivalente di Bolina per pubblicare un’inserzione, quando non si ha il telefono per parlare con i possibili acquirenti, dove non ci sono broker? Così abbiamo sempre rimandato.

La vecchia Barca Pulita però non andava più bene. Era troppo pesante per navigare solo in due, troppo grossa per tenerla in buone condizioni, i suoi alberi troppo grandi, le sue vele troppo ingombranti, la sua catena dell’ancora inamovibile. E, soprattutto, era di ferro e aveva vent’anni e noi non ne potevamo piu’, ogni volta, di perdere settimane a grattare la ruggine, a dare Ferox, a ridipingere e a controllare tutto solo per vedere la ruggine rispuntare di lì a tre mesi e dover ricominciare tutto da capo. Ultimamente poi, la corrosione cominciava ad essere veramente maligna e a lavorare in aree irraggiungibili. Già un paio di volte eravamo dovuti correre alla ricerca di un cantiere con il cuore in gola per sostituire dei pezzi di lamiera. Le barche in ferro, dicono, sono più robuste e sicure, ma quando cominciano a bucarsi da sole la sicurezza non c’è più.

Così, in Australia, abbiamo deciso di venderla.

Un posto tra l’altro, l’Australia, dove le barche di ferro sono abbastanza apprezzate. Tutti si costruiscono la barca nel cortile di casa, con lamiere pesanti e forme grossolane. La nostra, per quanto, aveva una certa linea aggraziata, mentre invece mancava all’interno di tutte quelle comodità che si richiedono in una barca moderna. La Barca Pulita, già Mastropietro, costruita dal Centro Velico di Caprera con le funzioni di barca scuola, ha un’unico spazio centrale con 8 cuccette, a poppa un’unica cabina a due letti e un solo cesso. Questo lascia spazio a una stupenda officina di prua, che a noi andava a genio, ma il tutto non rispondeva alle esigenze del mercato che richiedevano cabine separate e spazi più comodi.

Nell’estate del 2000, partendo da Darwin, abbiamo circumnavigato la Papua Nuova Guinea e siamo arrivati, dopo otto mesi sulla costa orientale dell’Australia, a Mooloolaba, 100 km a nord di Brisbane. Brismane è il punto di incontro tra la Gold Cost, a sud e la Sunshine Cost a nord, un totale di trecento chilometri di costa attrezzatissima per il surf e per la vela. Dal nostro punto di vista posti non molto belli. Edifici con forme sgraziate e colori pastello, villette prefabbricate con colonne doriche e corinzie di plastica, molto verde qualche centro commerciale e tanti canali artificiali. Aspetto a parte, tutta la costa e’ un approdo ideale e attrezzato per le barche a vela, soprattutto i marina (cari) sono costruiti per poter venire incontro all’eventualità di un uragano, dato che siamo in fascia subtropicale e ancora a rischio. Morale giunti a Mooloolaba, abbiamo deciso che da lì non saremmo più ripartiti con la vecchia Barca Pulita. L’abbiamo affidata a un broker, abbiamo stilato un accuratissimo inventario, e l’abbiamo svuotata. Ne sono usciti 50 scatoloni tra vestiti, libri, oggetti cari, attrezzatura della cucina, pezzi di vita, attrezzatura sub, ……. e abbiamo messo tutto in un deposito.

Intanto abbiamo cominciato a pensare al dopo.

“Dopo averla venduta potremmo fare un giro sulla costa in cerca di quella nuova, potremmo cominciare a guardare i giornali americani o inglesi,…..”

“Il posto migliore dove comprare le barche di seconda mano e’ negli Stati Uniti sui grandi laghi. Sono barche molto belle e le usano solo un paio di mesi all’anno” ci aveva detto un americano a Darwin

“Venite in Sudafrica, il rand ora è molto basso e ci sono delle barche stupende” ci suggeriva un amico trasferitosi là

E perchè non ripartire dal Mediterraneo? Alla fine ci siamo fatti un piano.

“Da quando vendiamo la barca ci diamo un anno di tempo per trovarne un’altra. Andiamo a cercare nei posti che offrono di più: gli stati Uniti, il Sudafrica, i Caraibi, la Turchia…. Una volta trovata la barca ci facciamo mandare la roba lasciata in deposito in Australia e ce la mettiamo a posto”

Questo voleva dire tempo e denaro, ma dopo tutto la barca e’ un pò come un fidanzato, va scelta con cura, perchè poi deve durare per tutta la vita. Si, i fidanzati, come le barche, si possono anche cambiare, ma che dramma e che sconfitta ogni volta! E poi a noi questo fidanzato serve anche per lavorare, cambiarla nuovamente vuol dire anche nuova battuta d’arresto nel lavoro. Però alle volte ci sono anche i colpi di fulmine, e non di rado i fidanzamenti iniziati così sono quelli che durano più a lungo

E un colpo di fulmine è quello che ci ha riservato il destino questa volta!

Eravamo a Milano a montare un filmato, quando abbiamo ricevuto un e-mail dal broker che ci comunicava che c’era una persona interessata all’acquisto della nostra barca. Trattativa virtuale a colpi di e-mail e in un paio di settimane l’accordo era fatto. Un pò meno di quello che avremmo voluto, ma prima del previsto. E poi la cosa era simpatica: l’interessato voleva comprare la barca per fare una sorta si charter ecologico, lungo la costa australiana, per turisti non tanto sofisticati. Un mese dopo eravamo nuovamente a Mooloolaba, per formalizzare la vendita. Il nostro acquirente aveva dei problemi con la banca e noi aspettavamo nel marina. Guardavamo un pò di barche in vendita, ma erano tutte degli scatoloni costruiti intorno ad un enorme motore e a un mega frigo in grado di alloggiare 10 casse di birra. Una domenica mattina mentre ci aggiravamo tra le banchine del marina, abbiamo visto arrivare una barca e le siamo andati incontro per prendere le cime. Mano a mano che si avvicinava ne scoprivamo la linea filante, le forme addolcite, il materiale: VETRORESINA!

A bordo erano in 4, mamma, papa e due bambini minuscoli, tutti biondi a conferma della loro bandiera tedesca.

“Che bella barca!” è stato il nostro commento quando ci siamo presentati.

“Ti piace, è in vendita!” è stata la risposta.

I proprietari erano partiri 5 anni prima dalla Germania per stare un pò in giro per il mondo. Si erano subito fermati ai Caraibi per lavorare a terra, e in 13 mesi avevano avuto due bambini! “E’ troppo pesante viaggiare con due bmbini così piccoli, abbiamo deciso di vendere la barca e di stabilirci qui in Australia” Non potevamo crederci, era la barca che faceva al nostro caso!

Un ketch di 44 piedi in vetroresina, costruito in Francia 25 anni fa. Il cantiere si chiama Nautic Saintonge (mai sentito nominare), modello Rorqual, progettista Brenner. Ponte in teak e interni in legno molto ben divisi. Timone a vento, pannelli solari, generatore eolico, desalinizzatore. Aveva però un difetto: la coperta di teak era fissata sul ponte con chiodi di ferro che cominciavano a far ruggine e nel teak si erano aperte delle crepe che facevano infiltrare l’acqua. Il prezzo però era basso anche per questo inconveniente. Era troppo bello! Continuavamo a ripeterci che non dovevamo lasciarci abbagliare, che si, era comodo pensare che quella barca andasse bene, ma non potevamo fermarci alla prima che vedevamo.

E in attesa dell’arrivo del nostro acquirente, che continuava ad avere problemi con la banca, ci guardavamo intorno e andavamo su e giu lungo la costa Australiana a vedere tutte le barche in vendita, ma essuna andava bene! Quando la sera tornavamo al marina, andavamo a rimirare la barca dei tedeschi, e ci sembrava perfetta.

“Ci deve essere qualche inghippo, non può essere tutto così liscio”

“Guarda il timone a vento è vecchissimo, bisognerà cambiarlo e sono altri soldi!” e cercavamo di trovarle ogni difetto possibile. Intanto però ci guardavamo intorno per trovare qualcuno che ci aiutasse a valutare il problema della coperta ed eventualmente a risolverlo. Una mattina c’è stato un incidente nel marina. Un peschereccio ha sbagliato unamanovra ed è andato a sbattere sulle banchine colpendo…. proprio la barca dei tedeschi.

“Ti pareva… era troppo bello per essere vero, dai è stato bello crederci, ma ora mettiamoci a cercare seriamente la barca per noi”. E invece….. Un attento esame da parte dei periti delle assicurazioni ha rilevato che non c’era alcun danno alla struttura, solo all’antenna del GPS, a un balcone di poppa che si era lievemente stortato e al timone a vento che era praticamente distrutto.

Morale, i tedeschi, rimborsati prontamente ed abbondantemente dall’assicurazione, hanno abbassato di 5000 dollali il prezzo della loro barca. E quando abbiamo visto la poppa della Mastropietro allontanarsi dalla banchina e dirigersi verso il mare aperto, non abbiamo nemmeno avuto il tempo di commuoverci troppo, perchè eravamo già alle prese con la messa a punto del ponte della nostra nuova barca.

A proposito, sapete come è avvenuta la vendita? Su un pezzo di carta abbiamo scritto Elisabetta Eordegh e Carlo Auriemma vendono la barca Mastropietro al signor Peter Towsee, firme e data. Lui ha pagato un 2% su un valore minimo della barca per l’importazione è la barca è diventata sua. Stessa cosa abbiamo fatto noi con i tedeschi, senza nemmeno dover pagare l’importazione! E niente Rina, niente notaio, niente capitaneria, annotazioni di sicurezza eccetera eccetera.

Un prezzo al destino amico però bisognava pagarlo e in una sorta di esorcismo contro la sfiga, abbiamo deciso di metterci subito all’opera per risanare il ponte. Abbiamo asportato completamente il vecchio teak, tolto tutti i chiodi arrugginiti, scavato e sostituito pezzi del compensato sottostante, resinato, ricoperto con altro compensato e alla fine…….vetroresina. Si lo so che in tanti si metteranno le mani nei capelli e ci daranno dei vandali e degli incompetenti, ma non importa. Al di là del fatto che la coperta di teak ai tropici è bollente, c’è soprattutto il problema del legno. In troppi posti: in Malesia, in Borneo, nelle isole indonesiane, alle Andamane, abbiamo visto lo scempio perpetrato dal taglio delle foreste. Intere aree di giungla completamente disboscate, con la terra rossa che colava letteralmente durante gli aqcuaazzoni e che slittava a valle non più trattenuta dalle radici secolari. Peggio ancora, le popolazioni della zona che si erano raccolte in villaggetti ai margini delle zone da disboscare, per godere dei benefici legati al traffico, si trovavano ora senza più lavoro a vivere nel fango, sradicati completamente dal loro ambiente. Non vogliamo nemmeno lontanamente sentirci complici di un crimine così grande. La nostra barca andrà in giro con una coperta di plastica. L’unico che potrebbe avere qualcosa a che ridire potrebbe essere il progettista, ma d’altronde il suo progetto originale faceva acqua (onore al merito: dopo quasi 30 anni) e noi non abbiamo fatto altro che rimediare.

Dopo essere stati a casa durante la stagione dei cicloni, siamo ritornati in Australia, per mettere a posto la barca in vista delle prossime navigazioni. In Italia ci siamo procurati un pò di attrezzatura che conosciamo bene, e che abbiamo montato sulla nostra nuova barca. Abbiamo spedito in Australia 16 scatoloni di attrezzature e, come barca in transito, non abbiamo dovuto pagare una sola lira di dogana. In compenso abbiamo rimontato sugli alberi e a poppa i pannelli solari della Anit, abbiamo sostituito il generatore eolico presente sulla barca con un Salmini, grosso la metà e potente il doppio. Altro gioiello italiano il frigorifero Veco che abbiamo installato con il suo scambiatore di calore esterno che permette alla cella di fare il chiaccio anche quando la barca è in secca . Poi ci siamo portati il verricello salpaancore della Lofrans, già presente sulla barca, ma un pò vecchiotto, un paio di winch Antal, un WC Orvea e il nuovo dinghy Lomac. Una concessione estera sono state la cucina a cherosene della Taylor, che usiamo oramai da 14 anni e il timone a vento Aries. Infine abbiamo smontato scaldabagno, autoclave e desalinizzatore e li abbiamo lasciati in banchina (semplifichiamoci la vita!). Abbiamo lasciato il rollafiocco, dopotutto questa potrebbe essere la barca con la quale arriveremo a navigare anche quando saremo nonni e sostituito il GPS che era a bordo con il nostro della C.map, dotato di plotter così accurato, che se ci impegnamo un pò riusciamo ad arrivare su Marte!

Nel marina ogni volta che aprivamo uno scatolone ci si raccoglievano intorno gli equipaggi delle altre barche e iniziavano i commenti e i paragoni. Ci chiedevano indirizzi e spiegazioni, e tutti si prodigavano in consigli e siggerimenti per come e dove montare l’oggetto. E’ stato strano lavorare su una barca in un posto che non si conosce. Ogni due per tre c’era da procurarsi qualcosa e non si sapeva dove andare. Poi dopo un pò si fa amicizia con le persone, arrivano i consigli (alle volte troppi) si conoscono i posti. Ci siamo anche procurati due biciclette scassate e quando mancava una vite potevamo percorrere i 5 chilometri che ci separavano dal negozio del ferramenta in soli dieci minuti.

Ora però è tutto passato. I lavori sono finiti e noi stiamo navigando. Per noi è tutto strano, e insolito. Le nostre mani cercano le drizze là dove le cercavano sulla Mastropietro e a volte non le trovano. La barca sbanda molto più di quanto fossimo abituati e dobbiamo correre a ridurre molto prima di quanto avessimo supposto. La barca è leggera, corre di più e bolina meglio, ma quando prende le onde lo scafo risuona come una scatola di plastica e fa un po’ paura. Beh, insomma, ci abitueremo e impareremo a conoscerla. Davanti a noi ci sono la Nuova Caledonia, le Vanuatu, potrebbe essere la volta delle Fiji e poi…est o ovest, chissà ve lo racconteremo. Un bel battesimo comunque per la nuova Barca Pulita.

Gen 012000
 
Aborigeni, vermi e pesca - Melville Island, Snake bay - Australia

Aborigeni, vermi e pesca – Melville Island, Snake bay – Australia

Dopo i primi momenti di disorientamento, abbiamo cominciato a socializzare con gli aborigeni. Siamo infatti da poco approdati all’isola di Millicàpiti, una delle ultima isole ancora abitate interamente dagli aborigeni. Quando scendiamo a terra è sempre un po’ difficoltoso. Davanti alla spiaggia c’è sempre una fila di frangenti, e, dopo la manovra di arrivare, spegnere il motore, saltare giù dal gommone per evitare che strusci sulla sabbia e poi sollevarlo e tirarlo in secca,  ci ritroviamo sempre investiti da uno dei frangenti che ci bagna da capo a piedi.Tutte le volte allora per asciugarci un po’ ci fermiamo da un gruppo di aborigeni sdraiati su letti e materassi, capitanato da una vecchietta arzilla che tutti chiamano Mamma Happy. Ci dice con orgoglio di essere stata la maestra del villaggio e, cosa che la nobilita agli occhi di tutti, nel 1956 ha pranzato con la regina madre.

Dice che io e lei siamo uguali perchè abbiamo lo stesso colore di capelli e mentre me lo dice mi afferra un braccio con la sua mano stecchita e gelata.

“Senti come sono fredda, è perchè sono vecchia che ho sempre freddo”  mi ripete ogni volta.

In effetti è così magra da sembrare una scopa vestita e fuma come una turca. Quando le chiedo quanti anni ha annichilisco: 57! Gliene davo 80.

Glen, un artista, fa parte di questo gruppo familiare. Non ho capito bene, ma pare che la vecchia sia sua zia. Lui è un po’ più intraprendente degli altri, non è vecchio per cui può andare in giro, non ha niente da fare, perchè essendo un artista lavora solo quando è ispirato, per cui ci porta  per il villaggio, a vedere le cose salienti e a conoscere le persone.

Lo sottoponiamo a dei fuochi di fila di domande, vorremmo sapere tutto sugli aborigeni, su quello che fanno, su quello cha mangiano, sulle storie dei miti e dei totem e lui pazientemente risponde.

Una delle nostre più grosse curiosità riguarda il loro cibo e il modo di procurarselo.

“E’ vero che mangiate i vermi, e i serpenti, e dove li andate a prendere?”

Lui risponde sempre con calma, dicendo che sì, si mangiano ancora queste cose. Che le donne vanno a cacciare nella boscaglia, o in riva al mare con la bassa marea. Che alcune cose, come i vermi, si ritiene facciano bene alla salute, altre, quando si portano a terra, vanno divise con tutto il villaggio, e alla fine, adeguandosi al detto “Fatti non parole” ci ha proposto

“Domenica vi porto a caccia con mio fratello. Andiamo a cacciare nel mangrovieto, granchi e conchiglie!”

Aborigeni, vermi e pesca - Melville Island, Snake bay - Australia

Aborigeni, vermi e pesca – Melville Island, Snake bay – Australia

E così ieri siamo andati a prenderlo quando la marea cominciava a scendere. Lui e Terence sono entrati in acqua fino alla vita con indifferenza, per evitare a noi di bagnarci scendendo a terra.Su indicazioni del fratello Terence ci siamo portati dalla parte opposta del fiordo, dove un enorme mangrovieto cominciava e esporre all’aria le sue radici. Intorno c’erano delle piccole isole di sabbia. I due, armati con arpioni di bambù, hanno cominciato a camminare pian piano nell’acqua bassa e a scagliare con tutte la loro forza il braccio armato, non appena vedevano qualcosa muoversi. La loro preda erano i granchi di palude. In pochi istanti sono stati sopraffatti dall’istinto del cacciatore, colpivano in tutte le direzioni, con una frenesia che solo una fame antica riesce ad attivare. Ritraevano l’arpione con infilzata una bestia larga una quindicina di centimetri, che tentava in tutti i modi di liberarsi dalla presa. Avevo portato un grosso sacco per infilarci i granchi, ma il ritmo con il quale li catturavano non mi permetteva di star dietro a tutte e due. Così quando arrivavo in ritardo o non ero nelle vicinanze, Glen si infilava i suoi granchi nel taschino della camicia.

In un quarto d’ora il sacco era pieno e la marea era scesa così tanto da mettere completamente in secca i banchi di sabbia dei granchi.

“Andiamo nelle mangrovie a cercare le conchiglie” e Terence si è incamminato, a piedi nudi tra le radici taglienti.

Noi lo abbiamo seguito armati di videocamera, macchina fotografica e scarpe, ma non riuscivamo a stargli dietro. I nostri piedi affondavano in un fango viscido e grigiastro, mentre eravamo impegnati in un corpo a corpo con zanzare e ragnatele.

Terence avanzava tranquillo. Metteva avanti un piede esitava un po’ tastando il terreno, poi metteva avanti l’altro e ripeteva la stessa mossa. Ogni paio di passi si fermava e raccoglieva una conchiglia

“Ma come hai fatto a vederla?” il sole non filtrava tra i rami e le conchiglie erano nere come il fango.

“Non l’ho vista, ho tastato e l’ho sentita con il piede”

Impacciati dalle nostre scarpe ci siamo sentiti tagliati fuori anche da questo tipo di raccolta. Ci siamo limitati a raccogliere immagini di Terence che in pochi minuti è tornato con una ventina di bivalve, molto simili a vongole, con il guscio scuro e grosse come dei pugni.

Glen intanto, usando come esca un pezzetto di granchio, dalla riva aveva pescato tre pesci. Si era messo a raccogliere della legna secca e quando siamo arrivati ha infisso le conchiglie nella sabbia dalla parte del vertice, in modo che il semicerchio uscisse fuori. Dopo di ché ha ricoperto tutto con la legna secca e ha acceso il fuoco. Poi sul fuoco ha messi i granchi e i pesci.

Pian piano una dopo l’altra le conchiglie si sono aperte, Terence le toglieva dalla sabbia e ce le apriva, sapevano di mare e di affumicato nello stesso tempo. Noi ne abbiamo mangiato un paio, e loro avidamente si sono mangiate tutte le altre. Poi è stata la volta dei granchi. Mano a mano che diventavano rossi, ne toglievamo dei pezzi e cercavamo sotto la corazza rigida la carne chiara e umida.

Un granchio per ognuno, poi hanno riposto gli altri nella sacca spiegandoci:

“Gli altri li portiamo a terra per dividerli con tutto il villaggio”.

Gen 012000
 
Mamma Happy - Milikàpiti, Melville Island - Australia

Mamma Happy – Milikàpiti, Melville Island – Australia

Essendo qui con gli aborigeni da diverso tempo, oramai cominciamo a sentirci di casa, e anche loro ci trattano come gente di famiglia.

Mamma Happy, un’arzilla vecchietta di 57 anni, presso la quale sostiamo tutte le mattine, è un’inesauribile fonte di informazioni. Lei è la persona più importante del villaggio, non solo perchè era la maestra e ha incontrato la Regina Madre (è stato uno dei primi tentativi degli australiani bianchi di rivalutare gli aborigeni), ma anche per una serie di motivi più aborigeni, che lei stessa ci ha raccontato: “Al tempo dei sogni i nostri nonni credevano che una donna aspettasse un bambino perchè uno spirito era entrato dentro di lei. Perchè non succedesse che un bambino fosse senza padre, tutte le donne dovevano essere sposate, anche le vedove, anche le bambine appena nate. Dato che le donne Tiwi vivevano molti più anni degli uomini, succedeva che un uomo avesse più mogli. Le mogli servivano per andare a raccogliere il cibo nella boscaglia, e perciò ogni uomo cercava di avere più mogli possibili. Le donne tra i Tiwi dunque erano le persone più importanti. Poi, 90 anni fà, arrivarono i missionari.  A loro non piaceva che un uomo avesse tante mogli, nè che una bambina appena nata fosse destinata in moglie a un uomo molto più vecchio di lei.  Allora i missionari, in cambio di riso, tabacco e farina, si facevano affidare le figlie dai padri, per poterle educare e poi far scegliere a loro il marito che preferivano.  Anche in questo modo la donna era importantissima, perchè se un padre aveva figlie femmine da mandare dai preti, si garantiva cibo gratis e senza fatica per tutta l’esistenza. I miei nonni furono i primi a sposarsi in cambio di riso e farina. Era il 1928. Ecco perchè io sono ora la persona più importante di questa comunità di Tiwi”

La conferma della sua importanza ce l’ha dimostrata un’altra mattina. Quando siamo andati a trovarla era seduta sul letto e si stava pettinando i capelli giallastri.

“Fra poco vengono a prendermi, devo andare a un meeting sull’isola di Bathurst con i dirigenti del comitato aborigeno, e con gli anziani di altre comunità. Vengono a prendermi in macchina per portarmi all’aeroporto, torno stasera”

Mamma Happy - Milikàpiti, Melville Island - Australia

Mamma Happy – Milikàpiti, Melville Island – Australia

Non ci potevo credere. A parte pettinarsi i capelli era uguale a tutti gli altri giorni, con addosso un vestito di cotone stinto, un golfetto marrone per ripararsi dal freddo, una borsa di tela, originariamente bianca, nella quale custodisce gelosamente le sigarette,  il suo mazzo personale di carte, la boccetta di unguento da strofinarsi addosso contro il freddo e occasionalmente delle conchiglie da arrostire sul fuoco, e i piedi assolutamente scalzi. E di lì a poco sarebbe salita su un aereo e si sarebbe allacciata la cintura di sicurezza!!!

Un’altra cosa che abbiamo imparato è che per gli aborigeni mangiare è l’attività più importante della giornata e per loro cibo vuol dire quasi esclusivamente carne, di qualsiasi tipo di animale. In ogni momento, fuori da ogni casa c’è un fuoco acceso con sopra qualcosa che sta cuocendo.  Alle volte sono le patte di una tartaruga, altre volte la testa, altre volte ancora conchiglie e molto spesso roba non meglio identificata. Un po’ di giorni fa è stata la volta del serpente. Era a bollire dentro una tolla sopra un fuoco. Poteva essere un pitone, ma era tutto coperto di schiuma verde giallognola. Ad un certo punto una donna ha rovesciatolo la pentola, ha sollevato il serpente con un bastone e se ne andata ad accucciarsi sull’erba sotto un albero. Ha cominciato a tagliarlo a pezzi con un’accetta e la gente che passava, quasi senza chiedere ne raccoglieva un pezzo e cominciava a succhiarlo. Era tutto ricoperto di un grasso giallognolo poco invitante, ma tutti mangiavano con avidità. Quando la vecchia ci ha fatto segno non abbiamo potuto non assaggiarlo. Mi sentivo morire, tutta quella roba gialla e grassa!

Invece, era buono!!! tolta la pelle, dura e gommosa e ripulito alla bell’e meglio dallo stato di grasso vischioso, sotto la carne era chiara e disposta in lunghe fasce muscolari, il sapore era quello del pollo, ma più saporito, considerando anche che era stato solo bollito.

Gli aborigeni sono cacciatori, per cui, dato che un giorno la caccia può essere fortunata per uno e un giorno per un altro, quando c’è del cibo in giro viene diviso fra tutti, e noi oramai facciamo parte di questi tutti. Oltre al serpente abbiamo assaggiato la testa di tartaruga, la carne di wallabi, le conchiglie di palude e peggio di tutti i vermi di mangrovia. Viscidi e lattiginosi e lunghi una ventina di centimetri. Per fortuna me ne è toccato solo un pezzetto. Non mi sono nemmeno accorta del sapore che aveva tanto ero concentrata a far si che mi scendesse al più presto nello stomaco, lontano da ogni organo che potesse intercettarlo o riconoscerlo!

E per ricambiare tutto questo cibo, stamattina siamo scesi a terra con una pentola di spaghetti. C’è stato un enorme interesse. Da tutte le parti arrivavano alla sola vista della pentola, come le galline quando si sparge il grano sull’aia. Ognuno se ne è versata un po’ in contenitori improbabili (pezzi di cartone, coperchi di latta, boccali per il te) e si è messo tranquillo da qualche parte a mangiare. Lo spettacolo per è consistito nell’ammirare la metodologia usata per introdurre in bocca gli spaghetti. La più buffa è stata la stessa usata per i vermi: metterli in alto sopra la bocca spalancata e poi lasciarli cadere!!!!

Gen 012000
 
Cibo per maiali - Irian Jaya

Cibo per maiali – Irian Jaya

Biak sulla carta era la città più grossa che avremmo incontrato da quando abbiamo lasciato l’Australia. E le nostre aspettative erano altrettanto grosse: far riparare il fuoribordo, fare il pieno di gasolio, cercare un posto per far lavare la biancheria, fare acqua e provviste, spedire un pò di cartoline, farci un buon pranzo cucinato da altri, magari un gelato…

Purtroppo la città non è all’altezza della situazione. Probabilmente un tempo era un pò più organizzata e un pò più frequentata da turisti. Ma da quando la Garuda, per mancanza di fondi, ha soppresso i voli internazionali con gli stati Uniti, a Biak non c’è più traffico aereo e di conseguenza non viene  più nessuno. Tutto sommato a noi va meglio così, ma le speranze di approvvigionamento e di  un pasto decente si assottigliano. Ci sono degli alberghi per turisti che per la maggior parte sono chiusi, ci sono dei ristoranti che non cucinano più, ci sono un paio di supermercati, ma che hanno poca roba polverosa e poca scelta.

La gente è simpatica ed estroversa, si capisce che un tempo è stata abituata a trattare con gli stranieri. E’ il caso di Matheus. Prima  lavorava in un albergo e faceva la guida, ora non fa nulla e ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa.

Gli sottoponiamo i nostri problemi.

Al gasolio ci può pensare lui.  Prenderà  a prestito da un suo amico dei bidoni, andrà al deposito dei carburani a riempirli e ce li porterà in barca con la canoa. Dobbiamo solo anticipargli i soldi. Speriamo in bene, d’altronde non c’è alternativa.

Il bucato? Non c’è problema, lo fa sua mamma

“Vieni, sta già facendo il suo”

E mi porta dietro casa. C’è un cortiletto di fango, dove scorazzano galline e una capra nera che  bruca dei cartoni. La madre sta strofinando dei panni su un’asse microscopica appoggiata per terra . Ha a disposizione un grosso catino di stagno riempito con l’acqua del pozzo.

Penso a tutti gli asciugamani e alle lenzuola che si sono accumulati in attesa di essere lavati, glisso un pò, e penso di tentare in un albergo

“Tanto anche lì lavano allo stesso modo” mi ricorda Carlo

Nel frattempo abbiamo trovato una specie di pasticceria. Si chiama Nirvana e insieme a dei caffè lunghi e dolcissimi serve dei dolci di crema e di mele. Se si riesce a ignorare la popolazione di formiche microscopiche che li percorrono, sono ottimi.

Cibo per maiali - Irian Jaya

Cibo per maiali – Irian Jaya

Ma per noi la cosa più bella è sempre il mercato. La verdura e la frutta fresca quando si viaggia per mesi in barca in luoghi isolati, sono sempre un miraggio. Il mercato di Biak è un’emmenso susseguirsi di bancarelle di legno e di teli poggiati direttamente sul terreno. Dei pezzi di plastica coprono le bancarelle per ripararle dalla pioggia ricorrente. Intorno, nella penombra e tutto un alternarsi di verde, di giallo e di rosso.  Il verde delle innumerevoli erbe della maggior parte delle quali ignoriamo il sapore e l’utilizzo, il giallo dei limoni, dei manghi, delle papaie, il rosso dei rambutan, delle rape, dei peperoncini.

Ci sono bancarelle dove si vendono pezzi di pesce affumicato e molluschi infilzati su stecchi di paglia, ci sono montagne di uova verdi o di uova nere, ci sono cete di farina di taro e montagne di polpa di bambù, bianca e umida dall’odore acre. Nel lato esterno, direttamente sul selciato della strada sono esposti i pesci, alcuni appena pescati, altri che rivelano inconsolabilmente la loro età.

Noi ci aggiriamo in cerca di quello che conosciamo. Cipolle non ce ne sono e ci dobbiamo accontentare degli scalogni: 5 chili, mentre la donna pima di noi ne aveva comprati tre pezzi!! Anche le patate non ci sono, ci sono tuberi di vario tipo, dolci e no, che si mantengono per tanto tempo o che vanno a male dopo un paio di giorni. I pomodori sono brutti, verdi e piccolissimi. Ci riempiamo lo zaino di lime, di fagiolini lunghi 30 centimetri, di melanzane, di cavoli capuccini che sfogliati dureranno per mesi, di papaie acerbe, di carote.

Alla fine troviamo dei taro. Si tratta di un tubero spugnoso, che abbiamo imparato a mangiare in polinesia. E’ saporito e si conserva per tanto tempo. E difficile da trovare e siamo contenti che qui ci sia. Contrattiamo sul prezzo, e ce ne portiamo via un pò. Quando arriviamo alla barca Matheus è sorpreso.

“A cosa vi serve quello?” Indicando il taro

“Per mangiare”

“No quello è: “makan babi”. Mangiare per i maiali, scommetto che lo avete scambiato per un taro!”

Gen 012000
 
Stretto di Clarence - Australia

Stretto di Clarence – Australia

Comincia il mio turno, e mi sveglio a fatica. Sono andato a dormire alle sette di sera dopo un tramonto bellissimo e la cena con spaghetti aglio olio e peperoncino più verdure in scatola saltate in padella.

Alle sette e mezzo, finalmente, insieme con la cena e con il tramonto, il GPS ci ha servito la notizia che la punta orientale di Melville era doppiata. Doppiata con pochissimo vento, onda fastidiosa al traverso e corrente contraria. Doppiata comunque, e finalmente non siamo più di bolina.

L’isola non si vede, perchè nonostante ci sia la luna la sua costa bassa si perde nei riflessi del mare.

In realtà, secondo i nostri programmi, dovremmo già essere lontani da Melville e dall’acqua fangosa che circonda l’Australia settentrionale. Ma prima di partire Glenn, uno degli aborigeni con cui abbiamo fatto amicizia alle Tiwi Islands, ci ha dato un’informazione importante. Ha detto che ci sono ancora delle piccole comunità di aborigeni che vivono per conto loro nella zona dello stretto di Medina.

Cercandolo sulla carta abbiamo scoperto che è proprio dall’altra parte dell’isola di Melville, sul lato sud, e che ha un’entrata difficile, con un passaggio profondo appena tre metri. Eravamo indecisi. Circumnavigare Melville avrebbe comportato navigare controvento. Ci  sarebbero voluti un paio di giorni, e noi siamo già un po’ in ritardo sui nostri programmi. Ma  Glenn ha aggiunto un’ultima informazione:

“Loro pescano i dugonghi, perchè la’, ce ne sono molti”

E questo ci ha fatto decidere. I dugonghi sono animali rari. Una sola volta ne abbiamo visto una coppia di sfuggita in Mar Rosso e poi mai più. Sono mammiferi e il loro aspetto è a metà strada tra un delfino e un leone marino. Vivono relativamente vicino a terra, si nutrono di alghe e le mamme hanno l’usanza di portarsi il piccolo in groppa per i suoi primi due anni di vita. Sono difficili da vedere e da fotografare perchè ne sono rimasti veramente pochi.

Così abbiamo salutato gli amici di Snake Bay, abbiamo salpato l’ancora e invece di puntare verso nord e verso l’acqua blu dell’oceano, ci siamo diretti a est, continuando la circumnavigazione di Melville.

Per tutta la mattina, tutto il pomeriggio, tutta la notte e tutto il giorno successivo abbiamo navigato controvento. E’ stato scomodo ma non terribile. Il mare era grosso e contrario. Le onde ogni tanto salivano a bordo. Le ancore urtavano tra loro facendo un gran baccano perchè prima di partire avevamo dimenticato di bloccarle, ma il cielo era incredibilmente sereno, e la temperatura ideale. E’ arrivata la seconda notte, e col buio, abbiamo doppiato la punta orientale di Melville e ora, finalmente, non siamo più di bolina.

Nel turno di Lizzi, tra le sette e le 10 di sera,  il vento si è stabilizzato ed è girato a Nord. Ora e’ abbastanza forte e facciamo 6 nodi con tutte le vele a riva. Forse dovremmo ridurre la randa di maestra perchè è troppo grande rispetto al vento che c’è. Ma non ne ho voglia. Sono troppo addormentato. E Lizzi è appena andata a dormire. Per ora continuiamo così, poi vedremo. Dobbiamo fare una decina di miglia verso sud, poi doppiato un gruppo di secche pericolose (si chiamano Abbot Shoal) dovremo poggiare verso ovest in direzione dello stretto di Clarence che a quel punto sarà distante circa 25 miglia. Dovremo stare attenti. Il golfo di Van Demen è pieno di secche e di scogli e ci sono correnti forti dovute alle maree. Ora la corrente è contraria ma mi sembra che stia cominciando a invertirsi, e da mezzanotte in poi sarà favorevole.

Qualche anno fa, quando navigavamo solo con l’aiuto del sestante, non avremmo mai osato tentare un passaggio così complicato di notte. Ma con gli strumenti elettronici è tutto facile perchè sappiamo sempre esattamente dove siamo.

Intanto fuori c’è una luna meravigliosa.

 Ore 00.30 Forse la corrente è davvero girata in favore. La nostra velocità è aumentata e facciamo più di 8 nodi. Mancano 3 miglia agli Abbott Shoal che sono segnalati da una piccola boa rossa. E la lucina rossa intermittente della boa si vede già.

 Ore 04.30

Stretto di Clarence - Australia

Stretto di Clarence – Australia

Il vento, di colpo è girato di 60°. Prima veniva da Nord Est, ora arriva da Sud. Anche la corrente è girata ed è di nuovo contraria. Risultato: siamo controvento e facciamo solo due nodi. Lo stretto di Clarence è a 11 miglia e a questo punto, andando così piano, è difficile prevedere quando ci arriveremo. Il mare, però, è straordinariamente calmo e la barca scivola sulle onde come se la superficie fosse vellutata.  Stando dentro si sentono solo fruscii e sciacquii, mentre fuori la luce della luna fa brillare tutto quanto, e dall’altra parte, verso Est, si vedono i primi segni dell’alba.

 Ore 06.30

Il cielo è tutto rosato, e sta per nascere il giorno. Mentre noi corriamo a sei nodi su un mare liscio e amichevole, gli strumenti dicono che siamo sempre più o meno nello stesso posto, a una decina di miglia dallo stretto di Clarence. Se la corrente è così forte qui, non posso pensare come sarà nel passaggio largo appena un miglio tra le due isole.

Sono stanchissimo e ho una voglia prepotente di dormire. Per tutto il mio turno ho cercato sul portolano e sui documenti nautici qualche informazione sull’alternarsi delle correnti nello stretto di Clarence, ma non ho trovato niente. C’è solo una nota: dice che nello stretto le correnti possono essere violentissime. Non importa. Il mio turno è finito. Adesso vado a svegliare Lizzi e faremo colazione, poi si vedrà.

Gen 012000
 
Avaria - Kavieng

Avaria – Kavieng

Stavamo navigando verso est, senza vento e a motore, ma con la prospettiva di poter godere di qualche ora di brezza di terra.

Alla fine del mio turno sono scesa a cercare un po’ d’ombra in quadrato, e il tappeto del pagliolo mi era apparso stranamente umido. Un paio di passi e altro che umido, era proprio fradicio.

Urla concitate, spengo il motore e apro la porta della sala macchine. L’acqua è  all’altezza dei paglioli, le sentine completamente allagate. Ancora poco e anche i paglioli avrebbero cominciato a galleggiare.

Cosa fare per primo: capire da dove viene l’acqua o svuotare la sentina?

Abbiamo optato per lo svuotamento, ma dopo dieci minuti di lavoro frenetico con la pompa manuale il livello non era sceso neppure di pochi centimetri. Allora ci siamo messi a raccattare l’acqua a secchiate direttamente dalla sentina, e poi svuotavamo i secchi nel lavandino di cucina. Ad essere allagata era la sezione sotto il motore, perciò sull’acqua galleggiavano chiazze nerastre di olio, che dopo un po’ si sono trasferite sulle nostre mani, sulle nostre ginocchia, sul pavimento della barca. Sembrava di essere in un’officina.

Dopo 127 secchiate le nostre schiene erano a pezzi, il pavimento ridotto a uno schifo, ma la sentina era quasi vuota. Con un po’ di turni alla pompa siamo riusciti a svuotarla del tutto, e a constatare felicemente che di acqua non ne entrava più.

Avaria - Kavieng

Avaria – Kavieng

Cosa poteva essere successo? E’ bastato riaccendere il motore per capirlo:
il coperchio metallico dello scambiatore di calore del motore si era fessurato. Con  il motore in moto l’acqua del raffreddamento sgorgava a fiotti. Per ripararlo ci sarebbe voluta una saldatrice, che in barca non abbiamo. Abbiamo pensato a tutte le possibilità per rabberciare il buco: dal silicone alla vetroresina, dalla stoppa alla legatura di corda, ma ognuna aveva qualche controindicazione all’acqua o al calore. Alla fine abbiamo optato per uno stucco sottomarino che si può applicare addirittura sott’acqua. Ci ha già salvato una volta da una situazione che poteva diventare antipatica e anche questa volta si è rivelato all’altezza.

Per tutto il tempo dello svuotamento e della riparazione intanto la barca andava alla deriva, e alla fine ci siamo trovati vicino a terra e con pochissimo vento. Lo stucco aveva bisogno di 12 ore per agire.

La zona in cui ci troviamo, lungo la costa settentrionale della Papua Nuova Guinea, ha una cattiva fama. Sappiamo di turisti derubati e di piccole imbarcazioni assaltate.

Ma non c’era modo di starne alla larga. Finalmente quando abbiamo potuto rimettere in moto ci siamo allontanati dalla costa con un enorme senso di sollievo.

Subito dopo però abbiamo constatato che il cavo del satellitare non aveva tenuto, era umido e non potevamo più collegarci . Eravamo tagliati fuori dal mondo e con una decisione da prendere.

Continuare fino in Australia con il motore rabberciato, che continuava a lasciare sgocciolare acqua in sentina costringendoci a dare 50 pompate ogni due ore o a fermarci a ripararlo?

E se fermarci, dove e  fino a quando?

Abbiamo optato per la sosta, il lacrimare continuo del motore non ci lasciava dormire tranquilli. Abbiamo cercato sulla carta l’indicazione di qualche cittadina e abbiamo optato per Kavieng, un paesuccolo sul lato nord di un’isolona che si chiama New Irland. Questa sosta modificherà i nostri piani. Siamo troppo avanti con la stagione per continuare.Dovremmo trascorrere da queste parti la stagione dei cicloni, e aspettare la sua fine per proseguire.

Così ora siamo fermi a Kavieng. Non abbiamo il visto per la PNG ma la polizia ci ha dato il permesso di restare fermi qui per il tempo necessario in considerazione dei problemi della barca. Ora cercheremo qualcuno che possa ripararci il pezzo. Fretta non ne abbiamo. Fino ad aprile, oramai, non sarà possibile continuare il nostro viaggio verso sud.

Gen 012000
 
Navigazione - Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Navigazione – Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Ore 07.30

Siamo di nuovo in mare. Partiti, e stavolta definitivamente dall’Irian Jaya. Siamo usciti a motore dall’atollo di Padaido ed abbiamo messo la prua verso Est. C’è poco vento e procediamo a motore, per allontanarci dal gruppo di isole e isoline che formano l’arcipelago. Poi vedremo. Ci aspettiamo di trovare poco vento, perché viaggeremo al limite dell’equatore dove di vento ce ne è sempre poco. Oltre tutto siamo in autunno, nel periodo di transizione tra il mondone di Sud Est e quello di Nord Ovest, caratterizzato da brezze deboli e variabili, inframmezzate da calme e temporali. La strada che dobbiamo fare è enorme. Ottocento miglia fino ai primi atolli della Papua Nuova Guinea. Ottocento miglia da li all’arcipelago della Luisiade, e infine ottocento miglia dalla Luisiade alla costa dell’Australia. Totale 2400 miglia. L’equivalente della traversata di un oceano. Se ci fosse vento, come c’è sempre quando si attraversa un oceano ci vorrebbero una ventina di giorni. Senza vento le distanze si dilatano e tutto diventa incerto.

Navigazione - Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Navigazione – Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Abbiamo deciso di passare larghi dalla costa della Papua Nuova Guinea. Non possiamo fermarci nelle città perché non abbiamo nè il visto d’entrata nè il  permesso di navigazione (il posto dove avremmo potuto ottenere questi documenti era Jaiapura, ma con i disordini in atto abbiamo deciso di non fermarci). Non abbiamo nemmeno tanta voglia di sostare nei villaggi lungo la costa perché un nostro amico francese, Bernard, un paio d’anni fa, proprio in uno di questi villaggi sulla costa Nord della Papua, di notte, è stato assaltato da un gruppo di indigeni. Se l’è cavata solo per la presenza di spirito di sua moglie che, sentendo il trambusto, è uscita in coperta ed ha puntato una pistola e un faro alogeno dritti negli occhi degli aggressori. Certo, sono cose che possono capitare, e il fatto che una volta sia capitato non vuol dire che debba succedere anche a noi.

Sta di fatto che abbiamo deciso di navigare al largo, e di fermarci solo sugli atolli e sulle isole lontane, che poi, di solito, sono anche i più’ interessanti.

 Oe 12.00 E’ arrivato il vento. Niente di speciale, è un venticello leggero da ovest, ma ci fa camminare a 4 nodi e conferisce alla superficie del mare un bel colore blu spezzato con piccolissimi screzi di bianco. La giornata è bellissima. Il cielo è terso come non ne abbiamo visto da settimane. Siamo soli e la barca cammina col vento. Cosa chiedere di più?

 Ore 18.00 Il vento dura ancora. Le isole Padaido sono scomparse. I monti della Papua sono lontani, a Sud. Il sole tramonta ed il cielo ad Ovest porta il suo ricordo con infinite sfumature di azzurro pastello. Dall’altra parte, la luna, al primo quarto fa già brillare una strisciolina di mare d’argento. Che bello! Lizzi prepara una pastasciutta con le melanzane che abbiamo ancora da Biak ed una delle ultime scatole di pelati. Qualche cosa va storto e la pastasciutta sembra una specie di minestra, ma è buona lo stesso. Il vento tiene e noi ceniamo in pozzetto, al buio, con la luna che tramonta,  chiacchierando tranquillamente.

Gen 012000
 
Terra disabitata - Costa Australiana

Terra disabitata – Costa Australiana

Da alcuni giorni ci troviamo davanti a un creek, impigriti e nullafacenti. Questo corso di acqua dolce ci ha riservato una sorpresa.

Uno stagno abitato da uccelli che avevamo trovato appena arrivati, ha infatti una specie di buco tra gli alberi che lo circondano. Sembra quasi l’imbocco di una galleria. Ci siamo entrati con il gommone, e dopo aver percorso un tratto di un centinaio di metri sotto una specie di volta formata dagli alberi, ci siamo trovati lungo un sentiero di acqua abbastanza limpida e corrente. Intorno gli alberi si sono diradati un po’, ma erano ugualmente alti e ricchi di foglie. Abbiamo risalito questo fiumiciattolo per un altro mezzo miglio , con l’acqua che diventava sempre più  limpida e corrente. E finalmente, dopo una piccola curva ci siamo trovati in una pozza d’acqua trasparente, con il fondo roccioso e coperto di muschio e una cascatella di un paio di metri che cadeva da rocce rosse, lisce e piatte.

Una piscina naturale di acqua dolce!! Meraviglioso. Oramai dall’ultima doccia a Darwin è passato più di un mese. Da allora ci siamo sempre fatti la doccia e lavati i capelli con l’acqua di mare. E tra l’altro nell’acqua torbida di questo mare verde non abbiamo ancora fatto nè una nuotata nè un piccolo bagno. Ci sono i coccodrilli, gli squali, qualche medusa velenosa ritardataria, e chi si fida a mettere dentro un solo piede non vedendo niente.

Qui invece…

“Anche qui ci potrebbero essere coccodrilli, osiamo lo stesso?”

“Si dai se arrivano li sentiamo, e poi si vedono”

Che bello, sguazzare in quell’acqua fresca e spumeggiante, con il vento che trasporta le goccioline dalla cascata. Ci siamo rimasti tutto il pomeriggio. E il giorno dopo ci siamo ritornati, armati di panni e di sapone da bucato, di carta e penna, di libri e di gallette, e ci siamo accomodati a goderci il nostro salotto privato.

Il venticello tiene lontane le mosche, gli alberi creano delle zone di ombra, ma lasciano anche entrare i raggi del sole che formano delle chiazze calde e luminose per riscaldarsi ed asciugarsi dopo un tuffo e una nuotata.

E i coccodrilli? Dopo un po’ abbiamo smesso di cercarli. Se non ne abbiamo visti il primo giorno, vuol dire che non ce ne sono. Dopotutto anche loro si dovrebbero spaventare alla nostra vista.

Ieri invece ci siamo decisi a fare qualche lavoro in barca, di quelli preparatori alla partenza. E sì, perchè sarebbe proprio ora di ripartire, e di puntare a nord.

“Hai svuotato la sentina dell’ancora?”

“No dai, lo facciamo domani”

“E le crocette da fasciare con il cuoio?”

“Domani, domani”

Il fatto è che non riusciamo a deciderci ad andare via, figuriamoci ora che abbiamo trovato la piscina!

Terra disabitata - Costa Australiana

Terra disabitata – Costa Australiana

Oggi però ci siamo decisi. Abbiamo messo sottocoperta il fuoribordo. abbiamo issato il gommone sul ponte, abbiamo verificato i perni del timone a vento, l’olio e l’acqua del motore (non si sa mai che ci sia qualche emergenza e lo si debba usare), abbiamo fatto il pieno di cherosene al fornello della cucina (se dovesse finire in navigazione riempirlo con la barca che si muove è scomodissimo), e finalmente abbiamo tirato fuori le carte nautiche delle Molucche.

Dove andremo esattamente non lo sappiamo ancora. Sicuramente eviteremo le città e i grossi centri abitati. Ci sono continuamente dei disordini e degli scontri tra cristiani e mussulmani. Ma l’esperienza di tre anni di Indonesia ci ha insegnato, che nei villaggi e nelle isolette, tutto e calmo e tranquillo e nessuno sa quello che sta succedendo dalle altre parti. L’anno scorso quando c’è stata la guerra a Timor Est, addirittura con l’intervento delle forze di pace delle Nazioni Unite, noi eravamo su un’isola a meno di 100 miglia, dove nessuno sapeva quello che stava succedendo.

Comunque domani partiamo, scuotendoci di dosso la pigrizia e rispolverando un po’ di spirito di viaggio. Poi ci penseranno il sole e il blu profondo del mare aperto a farci vincere la nostalgia della nostra piscina.

Gen 012000
 
Nel fondo di un fiordo - Australia - Lat 12° 43' Sud   Long 130° 24' Est

Nel fondo di un fiordo – Australia – Lat 12° 43′ Sud Long 130° 24′ Est

Non siamo riusciti ad arrivare dove Glenn, un aborigeno delle Tiwi Islands, ci aveva detto che avremmo trovato un’altra comunità aborigena. Appena usciti dal Clearence Strait ci siamo trovati con un vento in poppa bello sostenuto, che però, nel fiordo dove avremmo dovuto fermarci, sollevava onde di due metri. Questo su un fondale di fango di appena tre metri. Sarebbe stato troppo difficile e pericoloso andare ad ancorare lì. Abbiamo allora deciso di tornare sulla costa e abbiamo cercato sulla carta un posto che fosse sufficientemente riparato e dove il fondale fosse sufficientemente alto per poterci fermare e fare il punto della situazione. Siamo già in ritardo sulla tabella di marcia. A quest’ora dovremmo  essere alle Molukke, primo passo verso l’Irian Jaya e la Papua Nuova Guinea. Abbiamo ritardato pensando di passare ancora un po’ di tempo con altri aborigeni, ma a questo punto abbiamo solo perso tempo.

Il posto dove siamo ora è valido dal punto di vista della sicurezza, ma all’occhio non offre gran che: uno stretto creek che non si capisce bene dove vada a finire, acqua verdognola, mangrovie e nemmeno un po’ di sabbia, ma solo fanghiglia marrone.

“Sarà una delizia quando salperemo la catena dell’ancora” è stata la prima cosa che ho pensato quando ho buttato l’ancora e l’acqua da verdognola ha preso un ulteriore ombreggiatura marrone.

Dovremmo aspettare qualche giorno che il vento cali per poi poter tornare su Melville, dove c’è la comunità aborigena, ma così perderemo altro tempo.

Comunque, in attesa di decidere, stamattina siamo scesi con il gommone in esplorazione del nostro fiordo. Eravamo un po’ titubanti: un dinghy di gomma è facile preda per i coccodrilli, non a caso qui nella zona tutti i tender delle imbarcazioni sono in alluminio.

“Si, ma un coccodrillo, mica si mettere a mordere un gommone di quattro metri, anche lui ha paura!”

“…si ma magari è spaventato, basta una zampata e ci buca un tubolare”

Nel fondo di un fiordo - Australia - Lat 12° 43' Sud   Long 130° 24' Est

Nel fondo di un fiordo – Australia – Lat 12° 43′ Sud Long 130° 24′ Est

Un po’ titubanti, ci siamo diretti al fondo del fiordo, abbiamo imboccato un canale stretto tra due file di mangrovie, e alla fine sorpresa: ci siamo ritrovati in una specie di stagno rotondo, con un diametro di un chilometro circa, con la superficie ricoperta da gigli acquatici e le rive abbellita da strani fiori arancioni. L’acqua era stranamente dolce. Non sappiamo da dove arrivi l’acqua che alimenta questa pozza, ma è certamente dolce.

Non appena la prua del nostro gommone è sbucata nello stagno, da tutte le parti c’è stato un fuggi, fuggi di uccelli di tutte le forme e dimensioni. Abbiamo spento il motore e abbiamo buttato l’ancora nel fondo melmoso, cercando di stare il più fermi e il più zitti possibile. E allora pian piano gli abitanti sono ritornati allo stagno. C’erano delle anatre verdi con la testa bianca, delle gazzette bianche, delle buffe paperotte multicolori, e moltissimi altri, alcuni con un corpo massiccio e il piumaggio grigiastro. Il più bello di tutti era un trampoliere dalle zampe rosse, la testa nera e il corpo bianco, ad eccezione della parte centrale delle ali, di un verde cupo. Glenn ce lo aveva mostrato una volta chiamandolo giabiru.

Ma il più simpatico di tutti è stato un grosso pellicano bianco e nero, che incedeva placidamente nell’acqua ed ogni tanto affondava il collo in avanti nell’acqua. Quando lo ritraeva la parte molle del becco  lasciava indovinare, al suo interno, la presenza di un pesce guizzante.