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Il casuario - Isole Padaido

Il casuario – Isole Padaido

È da quando abbiamo lasciato Biak, l’ultima isola incontrata, che non c’è stato più vento! E allora, dopo una giornata  interamente a motore, oramai lontani dai movimenti di truppe che stanno avvenendo sulla costa dell’ Irian Jaya, abbiamo puntato verso le isole Padaido.

Sono un gruppo di piccole isole, circondate da barriera corallina. Sulla carta nautica hanno un bell’aspetto e così ci siamo fermati, un pò per aspettare il vento e un pò per cominciare questa lunga navigazione in un modo migliore di quello di scappare davanti a dei movimenti di truppe.

Siamo arrivati che era quasi il tramonto e abbiamo ancorato in centro a un anfiteatro formato da due isole. Ogni isola è orlata da sabbia bianca e in un angolo di una delle due si intravedono delle capanne. La mattina seguente siamo scesi a terra optando per l’isola senza capanne.

A riva, dopo pochi metri di sabbia morbidissima comincia una vegetazione di rampicanti e poco più in là ci sono palme, casuarine, pandani e altri cespugli che creano però una specie di giugla gentile dove è facile addentrarsi.

Ci siamo innoltrati  tra la vegetazione per una decina di minuti. Ogni tanto apparivano dei  cespugli di fiori bianchi e viola e c’erano dei grossi alberi dai rami enormi, piegati fino a posarsi sul suolo ed interamente coperti da felci e da rampicanti.

Si sentivano un sacco di versi di uccelli, gracidii, squittii, urla, e immancabile la voce di quello che abbiamo soprannominato l’uccello cancello. Lo sentiamo da da quando siamo arrivati in Irian Jaya: sembra proprio il cigolio di un cancello poco oliato che si sta prendo. Non siamo mai riusciti a vederlo e non abbiamo la minima idea del suo aspetto.

Ad un certo punto spostando i rami di un arbustello, mi sono  trovata davanti una testa blu, sormontata da un grosso corno a forma di cuneo, un lungo collo nero con delle propaggini rosse e due occhi neri e strani che mi guardavano.

Il casuario - Isole Padaido

Il casuario – Isole Padaido

Un casuario! L’ho visto in così tante foto che lo avrei riconosciuto fra mille! Ma non me lo spettavo lì davanti. Il casuario, è lo struzzo della Nuova Guinea. O meglio è un uccello dal corpo simile allo struzzo, anche se un pò più piccolo e con le piume nere. Ha lo stesso collo lungo, le stesse zampe dedite alla corsa e le stesse ali oramai atrofizzate. Ma a differenza del suo cugino africano il casuario ha una testa regale, ornata di blu e di rosso e sormontata da quello strano corno, che è prerogativa dei maschi adulti, che cresce con l’aumentare dell’età e che presumibilmente è un’arma di difesa. Purtroppo a differenza dello struzzo il casuario è in pericolosa via di estinzione, e non capisco se siamo noi ad avere una fortuna sfacciata per incontrarlo così, in dieci minuti di camminata, o se non sia poi così tanto in estinzione. Comunque sia il casuario era appollaiato a terra e anche se mi teneva d’occhio non sembrava spaventato a sufficienza da decidere di alzarsi. Abbiamo tirato fuori le nostre attrezzature e lo abbiamo ripreso e fotografato in tutte le angolazioni, prima timidamente un pò scostati e poi via via avvicinandoci per miglirare il primo piano. Lui non sembrava troppo infastidito. Dopo un primo momento durante il quale ha tenuto il collo dritto come per mettersi all’erta, poi non ci ha più degnati di molta attenziione. Solo dopo parecchi minuti, quando evidentemente gli abbiamo dato fastidio si è alzato in piedi. E a qual momento mi sono spaventata io. Ha degli zamponi con tre dita ungolate da far paura. Degne alleate del corno, forse in qualche duello tra maschi per contendersi femmine e territorio. Ce lo avevo di fronte e non sapevo bene come comportarmi. Ci ha pensato lui, voltandomi il didietro e incamminandosi tra i cespugli. Lo abiamo seguito ancora per un pò, fino a che i cespugli attraverso i quali si è inoltrato non sono diventati troppo impervi per noi miseri umani, resi goffi dalle nostre attrezzature.

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Il villaggio in cui siamo giunti è grande e ordinato. E’ l’unico angolo abitato della seconda isola nell’ atollo dove ci siamo fermati dopo la partenza un po’ precipitosa da Biak, un’alttra isola. Le solite case sui pali, altre case di blocchi d’argilla più dietro, tante palme da cocco, alcuni alberi di limone e un paio di alberi centenari, o forse millanari. Ci sono anche i maiali a razzolare sotto le case.

“Mhhh, babi, bagus” che buono il maiale, tento. Chissà che non decidano di ucciderne uno per noi! Ci scortano verso una casa e ci fanno sedere su delle panche. Compare un quadernone. E’ una specie di libro dei visitatori su cui apponiamo cerimoniosamente le nostre firme. Sulla parete della casa c’è un disegno grande, tre bandiere a striscie bianche e blu con la stella rossa che racchiudono due triancoli dentro cui sono raffigurati altrettanti parang. Chiedo spiegazioni e me le danno, ma non capisco nulla. Alla fine, siccome proprio non riusciamo ad intenderci, ci fanno capire di tornare nel pomeriggio che ci sarà qualcuno che potrà spiegare meglio.

Passiamo la parte centrale della giornata a fare riprese subacquee sul lato esterno della barriera corallina, la dove il reef sprofonda nell’oceano. L’ambiente è bellissimo, ma c’è correte, e si fatica a srare fermi. Lavoriamo per due ore a filmare pesci e murene enormi facendo una gran fatica per contrastare la corrente. Torniamo a casa con il sole a picco. Non c’è tempo per riposare abbiamo promesso a quelli del villaggio che saremo da loro alle 4. Giusto il tempo di preparare di nuovo telecamere e macchine fotografiche, di verificare le batterie di ricambio, i filtri eccetera, e siamo al villaggio.

Ci accoglie un tizio alto e con la barba che con fare autoritario ci dice: venite a casa mia. Pensiamo sia il solito rompipalle. Gli diamo poco retta e ci aggiriamo fotografando qua e la. Presto però ci rendiamo conto che tutti in giro lo trattano con deferenza. Decidiamo di seguirlo. Ci porta nella stessa casa di stamattina. Su un graticcio di legno hanno allestito: due piatti di ceramica, due chucchiai di latta, un ciotolone di sago sufficiente per venti persone e tre pescetti arrostiti sul fuoco, con interiora e tutto.

Guerriglieri - Isole Padaido

Guerriglieri – Isole Padaido

Non ci si può esimere, e come al solito mi sacrifico io. Il budino di sago è veramene terribile, ma l’hanno fatto per noi, e tutti mi guardano. Magari gli hanno messo il sale, penso, mentre mi servo una cucchiaiata. Vien su proprio come la colla. Resta appiccicato al cucchiaio e per farlo cadere nel piatto devo dare ogni volta due o tre scrolloni vigorosi. Metto in bocca e faccio buon viso a cattiva sorte.   Che sarà mai? Devo solo concentrarmi a sorridere e a mandare giù, un paio di volte, e poi l’esibizione è finita, loro sono contenti, e io mangio un pescetto, che, stando attento a lasciare da parte le interiora, è comunque gradevole e si porta via i residui del saporaccio del sago.

Nel frattempo sono arrivati quattro giovanotti. Hanno tutti un casco, giacche rattoppate e qualche cosa di militaresco nell’atteggiamento. Il capo parla e loro si fanno avanti, indecisi tra lo stringerci la mano e un saluto militare. Alla fine fanno tutti e due: prima il saluto e poi la mano, mentre il capo spiega qualche cosa. Impieghiamo qualche attimo a capire, poi tutto è chiaro: i quattro ragazzi in semiuniforme sono la milizia rivoluzionaria dell’isola, il tizio con la barba oltre che capo del villaggio è anche capo della milizia, le bandiere disegnate sulla parete sono il simmbolo del futuro stato indipendente di Papua.

“Accidenti, guarda, sono armati” Infatti arriva un altro con i fucili e li distribuisce in giro.

“Ma che armati, guarda bene” E’ incredibile, i fucili sono di legno! Intagliati a grandezza naturale ci sono quattro mitragliatori tipo kalasnikof che i soldatini imbracciano orgogiosi. Segue una specie di cerimonia. C’è un palo conficcato nel terreno davanti alla casa, e la bandiera arriva religiosamente piegata. Viene attaccata alla corda e stesa perchè noi la possiamo vedere e fotografare, e mentre lo facciamo i quattro soldati armati con i fucili di legno si schierano tutto attorno. Non la issano, però.

Guerriglieri - Isole Padaido

Guerriglieri – Isole Padaido

Il primo di Dicembre, mi dice il capo. In quella data, in tutti i villaggi, su tutte le isole, sulle montagne, nelle baie, nelle valli, dappertutto una bandiera come questa verrà issata e da quel momento l’Irian Jaya sarà indipendente e si chiamerà Papua. Conoscendo la loro determinazione credo che lo faranno per davvero. Come reagiranno i soldati indonesiani? Spareranno e ci sarà una carneficina? Con le truppe gli indonesiano possono controllare le città della caosta, ma il territorio della Papua è vastissimo, i villaggi sono migliaia. Impossibile controllarli. I papui daltro canto hanno solo parang, archi, frecce e fucili di legno, mentre gli indonesiani sono armati per davvero.

Come andrà a finire? Noi partiamo dicendo al capo che quando torneremo tra un anno, due, chissà, forse la papua sarà davvero indipendente.

Stanotte però ho dormito male. La città di Biak con i soldati e le truppe indonesianoe è a poche ore di navigazione. Qui ci sono i rivoluzionari. Abbiamo filmato la loro cerimonia ed abbiamo promesso di trasmetterla in Italia per televisione. Quelli di Biak on un motoscafo potrebbero essere qui in un paio d’ore, a requisirci la barca, le telecamere e tutto.

Siamo partiti all’alba, e stavolta definitivamente. Puntiamo verso il mare aperto dove non ci sono ne bandiere ne soldati, ne oppressi ne oppressori. Ci siamo solo noi.

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Biak - Irian Jaya

Biak – Irian Jaya

Dobbiamo lasciare Biak in fretta e prima del previsto.

Matheus ci ha detto che a Wamena, nell’interno, ci sono dei disordini:

“E’ stata innalzata la bandiera della Papua, i militari hanno sparato e una ventina  di persone sono morte.  A Jaiapura ci sono continue manifestazioni, anche a Sorong.  Ora anche qui, a Biak, stanno arrivando i militari.”

Di questo ce ne siamo già accorti. Oltre alla solita nave rugginosa e sgangherata ancorata in rada, per strada abbiamo visto camionette e jeep militari. Tutte le mattine incontriamo soldati che fanno jogging. Sono a torso nudo, hanno le facce da bambini e le schiene lucide di sudore. Sopra di noi sfrecciano continuamente aerei da caccia, vecchie carrette presumibilmente, ma di sicuro non sono aerei civili. Abbiamo anche visto arrivare un velivolo tipo C130, adibito al trasporto truppe.

Ieri stavamo aspettando di essere serviti nell’unico ristorante decente che abbiamo trovato in tutta Biak. Dopo 10 minuti di attesa, tempo già insolitamente lungo, sono entrati una ventina di militari con la divisa da piloti. Non è più stato possibilie mangiare. Tutto il personale era dedito a loro e dopo mezz’ora di attesa per un piatto di nuddles fritti, ce ne siamo andati.

Poi abbiamo passato il pomeriggio all’ufficio immigrazione per tentare di rinnovare il nostro permesso di soggiorno. Contavamo di estenderlo per due mesi come abbiamo fatto altre volte ma i funzionari sono stati evasivi: c’è bisogno di un’autorizzazione da Jakarta.

Da ieri poi c’è un elicottero che ronza sulla barca a intervalli regolari. Ha cominciato la mattina, mentre stavamo lavorando sottocoperta. Più tardi ci ha controlalto per tutto il tempo che abbiamo passato a scaricare il gommone dalla spesa. E’ tornato nel pomeriggio e stamattina è ancora qui sopra che gira.

Fa impressione pensare che a poche ore di navigazione ci sono villaggi che non hanno luce elettrica non hanno scuole e non hanno ospedali, e vedere contemporaneamente i militari sprecare risorse e cherosene per fare tutti questi giri per aria con gli elicotteri.

Volevamo fare un’ultima ripresa al mercato della frutta e a quello del pesce, ma ci sono troppi soldati per pensare di poter scorrazzare in giro con telecamere e cavalletti. Sono ragazzini, armati e spaventati. Gli abitanti di Biak ostentano palesemente il loro risentimento nei loro riguardi. Ogni volta che siamo su un taxi collettivo e incrociamo una truppa tutti gli occupanti del pulmino lanciano invettive, commentano in malo modo, sputano. I nervi dei ragazzini ventenni potrebbero saltare da un momento all’altro.

Decidiamo di lasciar perdere le riprese al mercato, di rinunciare al rinnovo del visto, di farci timbrare il passaporto e di lasciare  ufficialmente dall’Indonesia. Non ci fermeremo in nessun’altra città della costa, ma solo su qualche isola lontana dove non arrivano nè i militari nè la burocrazia.

Biak - Irian Jaya

Biak – Irian Jaya

La barca è a posto: abbiamo 1000 litri di gasolio nei serbatoi più 100 in quello di giornata, abbiamo 1000 litri di acqua potabile più 100 da bere, abbiamo 3 chili di riso, 3 di farina, 5 di pasta, 3 di zucchero, cus cus, lenticchie e fagioli secchi, verdura e frutta in scatola, 20 scatolette di tonno, 20 pacchi di pan carre, biscotti secchi, crakers, cacao, te, caffe solubile, latte, altre bazzecole di poco conto, ma che in navigazione hanno l’enorme pregio di variare i gusti e di migliorare la vita. La cosa più importante però sono i rimasugli della scorta che ci eravamo fatti in Australia a Giugno e che ci siamo centellinati e lasciati apposta per questo tratto di navigazione: 8 piccoli camambert in scatola, un pacco di formaggio plasticoso tipo olandese, 4 confezioni di formaggio da spalmare,  3 pacchi da 20 di sottilette, un pezzo di grana sottovuoto che ha sfidato la dogana australiana, dei wurstel in scatola, due paté di prosciutto  e meraviglia assoluta, un trancio di spek che avevamo perso di vista e abbiamo ritrovato riordinando il frigorifero.  Tutto il ben di Dio di verdura e frutta fresca che ci siamo procurati al mercato lo abbiamo sistemato negli appositi cassetti di prua. Ogni singolo pezzo è stato ispezionato e pulito per prevenire marciscenze puzzolenti e per evitare di riempire la barca di bestie. Anche in navigazione dovremo tenere il nostro patrimonio sotto controllo, per farlo durare il più a lungo possibile. Stamattina poi ci siamo procurati 50 uova. Il segreto per mantenerle per tanto tempo è quello di cospargerle di vaselina e renderle così perfettamente impermeabili all’aria.

Ci aspetta una navigazione di 2000 miglia intorno alla Papua Nuova Guinea prima di arrivare in Australia sulla Grande Barriera corallina. Ci vorrà qualche mese. Ci fermeremo solo su isole lontano dalla costa dove difficilmente riusciremo a trovare altri rifornimenti, e dobbiamo fare in modo di essere autossuficienti.

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Cibo per maiali - Irian Jaya

Cibo per maiali – Irian Jaya

Biak sulla carta era la città più grossa che avremmo incontrato da quando abbiamo lasciato l’Australia. E le nostre aspettative erano altrettanto grosse: far riparare il fuoribordo, fare il pieno di gasolio, cercare un posto per far lavare la biancheria, fare acqua e provviste, spedire un pò di cartoline, farci un buon pranzo cucinato da altri, magari un gelato…

Purtroppo la città non è all’altezza della situazione. Probabilmente un tempo era un pò più organizzata e un pò più frequentata da turisti. Ma da quando la Garuda, per mancanza di fondi, ha soppresso i voli internazionali con gli stati Uniti, a Biak non c’è più traffico aereo e di conseguenza non viene  più nessuno. Tutto sommato a noi va meglio così, ma le speranze di approvvigionamento e di  un pasto decente si assottigliano. Ci sono degli alberghi per turisti che per la maggior parte sono chiusi, ci sono dei ristoranti che non cucinano più, ci sono un paio di supermercati, ma che hanno poca roba polverosa e poca scelta.

La gente è simpatica ed estroversa, si capisce che un tempo è stata abituata a trattare con gli stranieri. E’ il caso di Matheus. Prima  lavorava in un albergo e faceva la guida, ora non fa nulla e ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa.

Gli sottoponiamo i nostri problemi.

Al gasolio ci può pensare lui.  Prenderà  a prestito da un suo amico dei bidoni, andrà al deposito dei carburani a riempirli e ce li porterà in barca con la canoa. Dobbiamo solo anticipargli i soldi. Speriamo in bene, d’altronde non c’è alternativa.

Il bucato? Non c’è problema, lo fa sua mamma

“Vieni, sta già facendo il suo”

E mi porta dietro casa. C’è un cortiletto di fango, dove scorazzano galline e una capra nera che  bruca dei cartoni. La madre sta strofinando dei panni su un’asse microscopica appoggiata per terra . Ha a disposizione un grosso catino di stagno riempito con l’acqua del pozzo.

Penso a tutti gli asciugamani e alle lenzuola che si sono accumulati in attesa di essere lavati, glisso un pò, e penso di tentare in un albergo

“Tanto anche lì lavano allo stesso modo” mi ricorda Carlo

Nel frattempo abbiamo trovato una specie di pasticceria. Si chiama Nirvana e insieme a dei caffè lunghi e dolcissimi serve dei dolci di crema e di mele. Se si riesce a ignorare la popolazione di formiche microscopiche che li percorrono, sono ottimi.

Cibo per maiali - Irian Jaya

Cibo per maiali – Irian Jaya

Ma per noi la cosa più bella è sempre il mercato. La verdura e la frutta fresca quando si viaggia per mesi in barca in luoghi isolati, sono sempre un miraggio. Il mercato di Biak è un’emmenso susseguirsi di bancarelle di legno e di teli poggiati direttamente sul terreno. Dei pezzi di plastica coprono le bancarelle per ripararle dalla pioggia ricorrente. Intorno, nella penombra e tutto un alternarsi di verde, di giallo e di rosso.  Il verde delle innumerevoli erbe della maggior parte delle quali ignoriamo il sapore e l’utilizzo, il giallo dei limoni, dei manghi, delle papaie, il rosso dei rambutan, delle rape, dei peperoncini.

Ci sono bancarelle dove si vendono pezzi di pesce affumicato e molluschi infilzati su stecchi di paglia, ci sono montagne di uova verdi o di uova nere, ci sono cete di farina di taro e montagne di polpa di bambù, bianca e umida dall’odore acre. Nel lato esterno, direttamente sul selciato della strada sono esposti i pesci, alcuni appena pescati, altri che rivelano inconsolabilmente la loro età.

Noi ci aggiriamo in cerca di quello che conosciamo. Cipolle non ce ne sono e ci dobbiamo accontentare degli scalogni: 5 chili, mentre la donna pima di noi ne aveva comprati tre pezzi!! Anche le patate non ci sono, ci sono tuberi di vario tipo, dolci e no, che si mantengono per tanto tempo o che vanno a male dopo un paio di giorni. I pomodori sono brutti, verdi e piccolissimi. Ci riempiamo lo zaino di lime, di fagiolini lunghi 30 centimetri, di melanzane, di cavoli capuccini che sfogliati dureranno per mesi, di papaie acerbe, di carote.

Alla fine troviamo dei taro. Si tratta di un tubero spugnoso, che abbiamo imparato a mangiare in polinesia. E’ saporito e si conserva per tanto tempo. E difficile da trovare e siamo contenti che qui ci sia. Contrattiamo sul prezzo, e ce ne portiamo via un pò. Quando arriviamo alla barca Matheus è sorpreso.

“A cosa vi serve quello?” Indicando il taro

“Per mangiare”

“No quello è: “makan babi”. Mangiare per i maiali, scommetto che lo avete scambiato per un taro!”