Lug 232015
 

Pacifico Misterioso

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 50’
Novità

La Barca Pulita esplora la catena delle Vanuatu, uno degli arcipelaghi più selvaggi e misteriosi del Pacifico. Dall’isola quasi disabitata di Malekula la rotta prosegue verso sud fino a Efate e a Tanna, la più meridionale, animista e arcaica isola del gruppo: un viaggio tra fenomeni naturali impressionanti legati al vulcanismo sempre attivo delle isole e tra popoli isolati e primitivi che non usano denaro, che si spostano solo in canoa e che vivono in simbiosi con una natura forte e incontaminata. Infine, una lunga traversata 500 miglia controvento in direzione delle Fiji, in preda di una grave avaria che costringe l’equipaggio a improvvisare una riparazione in pieno oceano con i soli mezzi di bordo…

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Pacifico Fuori Rotta

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Mar 142013
 

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 51’ 30″
Novità

Pacifico Fuori RottaCon la Barca Pulita in una navigazione a vela nelle acque del Pacifico Occidentale lungo un percorso di 3000 miglia, dalle Samoa alle Fiji alla ricerca di un fenomeno naturale raro e misterioso, e dalle Fiji alle Tuvalu, un arcipelago lontano e dimenticato destinato tra non molto ad affondare nell’oceano. Una navigazione durata molti mesi in acque poco conosciute, a volte facili a volte tempestose, un viaggio che richiede fatica e resistenza ma che porta a toccare realtà lontane, rare e preziose.

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Pacifico contro vento

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Mar 142013
 

Carlo Auriemma – Elisabetta Eördegh

Filmato DVD – Durata 52’
Novità
Pacifico contro vento

Una navigazione di molte settimane contro il vento e le correnti dominanti, per risalire dalle Fiji alle Tonga, dalle Tonga alle Samoa e raggiungere infine le isole Phoenix, un arcipelago sconosciuto, virtualmente disabitato e che rappresenta un incredibile serbatoio di natura incontaminata.

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Storie di mare e di sfiga

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Gen 012007
 

Finire sugli scogli o sui reef, andare a sbattere contro una nave o una barca di pescatori, arare in un ancoraggio e finire a fracassarsi a riva…questi sono gli incubi che visitano i sonni di ogni navigante. In 20 anni passati sui mari a noi e alla nostra barca non è successo nulla di significativo, e non siamo mai stati testimoni diretti di alcun incidente ìncrescioso, mentre i racconti che abbiamo raccolto, di prima o di seconda mano sono solo una manciata. Una decina di incidenti su qualche decina di migliaia di barche incontrate è una statistica minima e consolante. Quasi sempre da queste storie amare si può dedurre che la causa dell’incidente, se causa c’è, è da ricondurre ad un errore dello skipper, o che forse, una condotta più accorta avrebbe potuto evitarlo.

Le storie di questo arlicolo sono vere. Sono uno stralcio di un capitolo sulle “sfighe marine” che sarà pubblicato nella prossima edizione del nostro libro Partire (Editrice Incontri Nautici). Sono sta te raccontate dalla voce dei protagonisti. Raccontare gli incidenti degli altri è antipatico. Analizzarli è ancora più difficile e si corre il rischio di scivolare nella saccenza. Pazienza, corriamo il rischio.

Un croato sugli scogli. È un racconto che abbiamo raccolto pochi giorno dopo l’incidente. Il protagonista è Bruno, un croato di mezza età che racconta con apparente tranquillità, ma soffre. Siamo alle Fiji, nell’arcipelago delle Yasawa, una catena di isolette basse disposte lungo un arco che si slancia prima verso Nord, poi Nord Est e poi Est. Un arcipelago famoso per la bellezza dei paesaggi, la fierezza degli abitanti e la violenza del vento. Il fatto che quest’ultimo laggiù sia sempre più forte che altrove ha una spiegazione semplice. Alle Fiji il flusso d’aria degli Alisei è costretto a innalzarsi per superare le catene montuose delle due isole maggiori. Ne consegue che sul lato sopravvento delle Fiji piove molto e l’Aliseo è quasi sempre presente, mentre nella parte sottovento, al di là delle montagne, l’aria è secca, c’è sereno e il vento non c’è mai, come se l’Aliseo se ne fosse andato chissà dove. Le Yasawa sono sottovento, ma troppo lontano per godere del ridosso delle montagne delle isole grandi. Bruno è con una barca italiana, un Gran Soleil da 50 piedi, quando le previsioni annunciano burrasca da Nord Est a 35 nodi, tendente a Nord Ovest. A bordo lui, la moglie e tre ospiti. È pomeriggio e bisogna cercare presto un posto dove ancorare, cosa non facilissima alle Yasawa dove quasi tutti gli ancoraggi sono aperti a Ovest, e quelli che non lo sono, sono aperti a Est. Alla fine decide per un canalone tra due isole, ridossato da Nord Est e da Nord Ovest, ma aperto a Sud. Scende la sera. A bordo si fa festa. Aperitivo, cena, tramonto da favola. Con il buio il vento rinforza e continua ad aumentare col passare delle ore. Bruno e la moglie sono svegli ad ascoltare il rombo delle raffiche. Raffiche violente, ma l’ancoraggio tiene. A metà della notte comincia a piovere, e dopo un paio d’ore, sotto un diluvio, il vento gira di colpo a Sud. Bruno col suo Gran Soleil si trova improvvisamente esposto al vento da Sud, l’unica direzione da cui il suo ancoraggio non è protetto. Il vento solleva il mare e insieme al mare entra ruggendo nel canalone dentro cui è ancorato. La prua comincia a saltare e strattonare a ogni onda che arriva. La catena entra ed esce dall’acqua. Le raffiche li fanno ingavonare e la corrente spinge sullo scafo traversato aumentando ancora di più lo sforzo su ancora e catena. “Cosa potevo fare – racconta Bruno – andarmene? Impossibile, perché salpare l’ancora con il reef a 100 metri sottovento con quel vento sarebbe stato un azzardo, senza contare che poi, uscire di notte tra isole, reef e scogli, sarebbe stato come una roulette russa. Non potevamo fare altro che tentare di resistere.” Poi il racconto si fa un po’ confuso. “Avevo messo una cima di ritenuta dalla catena alle bitte di prua per alleggerire la pressione sugli ingranaggi del verricello. Una cima da 18 millimetri, che avevo già usato molte volte. A un certo punto della notte quella cima deve essersi rotta, ma noi dentro non ci siamo accorti di nulla. A quel punto la pressione della catena si scaricava sugli ingranaggi del verricello che pian piano devono avere lasciato filare anello dopo anello sempre più catena facendoci scarrocciare verso l’acqua bassa. Era quasi l’alba quando abbiamo sentito i primi colpi sul reef. Colpi strazianti che la facevano tremare tutta.” La barca era incastrata nei coralli, ma gli abitanti di un villaggio vicino sono arrivati in aiuto. Bruno e gli altri hanno steso delle cime dalla testa d’albero ai reef circostanti, hanno sbandato lo scafo e, tonneggiandosi sull’ancora ne sono venuti fuori. Lo scafo imbarcava acqua, ma non copiosamente e sono stati in grado di percorrere le 30 miglia fino all’isola principale dove c’è un cantiere. Alata la barca si è fatto l’inventario dei danni: il timone deformato, due fessurazioni nel punto dove la chiglia si innesta sullo scafo e da dove filtrava l’acqua, il semicerchio di comando del timone deformato e altri danni minori. La barca ha resistito. Tutto sommato, pur essendo leggera, costruita per il charter. Analisi dell’incidente. Bruno si è ancoralo a ridosso del vento prevalente. È quello che si fa di solito da queste parti. Avendo il conforto delle previsioni si accetta il rischio di un ancoraggio aperto verso le direzioni meno probabili. Con il vento girato a Sud l’ancoraggio è diventato una trappola, per via della forma a imbuto del canalone, una specie di invito per il vento e la corrente a ingolfarsi dentro. Quando si sceglie un ancoraggio per la notte bisognerebbe sempre pensare a cosa succederebbe se il vento girasse nella direzione peggiore. Bisognerebbe prendere riferimenti e tracciarsi una rotta di fuga in caso di emergenza. In certe baie però la fuga notturna non è possibile. Le alternative diventano: ancorare e passare la notte tranquilli anche se c’è una remota possibilità che il luogo diventi pericoloso oppure portarsi al largo e passare la notte tra le onde. Difficile optare per la seconda soprattutto con il conforto delle previsioni del tempo.

Non fidarsi solo del gps. Siamo sempre alle Fiji, nello stesso cantiere. C’è un australiano che sta riparando la sua vecchia barca in vetroresina. La chiglia, robustissima, ha una grossolana rientranza, come se un topo enorme ne avesse rosicchiato la parte anteriore. Lo scafo, proprio sotto la prua, è tutto graffiato. Segni inequivocabili di un incontro con il reef. Ecco il racconto. “Stavamo puntando verso la baia di Savusavu. C’è un faro proprio all’estremità Ovest del reef che sbarra l’imboccatura della baia. Noi puntavamo verso il faro. Avevamo messo il waypoint del gps un miglio a Ovest del faro. A un certo punto abbiamo sentito un fragore orribile. Siamo corsi fuori. Il mare attorno a noi era tutta schiuma bianca. Ondate enormi, marosi, risucchi e la prua della barca incastrata contro il corallo. Eravamo finiti in piena velocità, con vento e mare in poppa, proprio contro il reef. Abbiamo tentatodi indietreggiare a motore ma le vele ancora issate ce lo impedivano. Ammainate le vele, abbiamo dalo tutto motore e miracolosamente siamo riusciti a liberarci. Siamo stati fortunati. Eravamo al minimo della marea e il reef ero tutto fuori dall ‘acqua, così siamo andati a urtare sulla scarpata dove la pendenza è forte e la barca si è subito fermata. Nell’uscire notammo, accamo a noi, la sagoma nera del faro. Eravamo a poche decine di metri e naturalmente non funzionava.” Il racconto è di una ingenuità disarmante e l’analisi è fin troppo facile. Colpa della solita cieca e malriposta fiducia nel gps. L’entrata nella baia di Savusavu è relativamente larga. A delimitarla ci sono a Est un lungo reef, sulla cui punta c’è il faro che non funzionava, a Ovest un po’ di isolette basse non segnalate. In mezzo 5 miglia di acque libere. Quando si entra si tende a stringere dalla parte del faro, un po’ perché la presenza di un faro è un elemenlo di certezzza, un po’ perché appena doppiato il reef si deve puntare a Est, e quindi più si passa lontani dal faro più si allunga la strada. La cosa strana è che il nostro amico australiano non si sia messo a scrutare nella notte alla ricerca del faro. Se avesse cominciato a cercarlo quando era a 10 miglia di distanza, poi a 8, poi a 6, non trovandolo si sarebbe messo in allarme e gli sarebbe venuto in mente di correggere la rotta per passare nel mezzo. Invece ha continuato dritto, fidandosi della rotta che aveva impostato per passare a un miglio dalla punta del reef. Un errore di un miglio con il gps è raro ma può succedere. Capiterà una volta su cento, ma capita e non è tanto perché il gps dia un punto con un errore così grande, ma perché le carte, disegnate nel secolo scorso, a volte hanno di questi errori.

Incendio a bordo. Inglese, solitario, barca di 42 piedi, armata a sloop. Jeff aveva fatto una revisione del motore in Ecuador e tutto era perfetto, tranne la vite di spurgo della pompa del gasolio che aveva la filettatura rovinata e perdeva qualche goccia di gasolio. Jeff se n’ero accorto, ma non aveva dato importanza alla cosa: capita che nel motore ci siano piccole perdite. A Panama anche lo starter aveva cominciato ad avere problemi. Viene smontato, spedito in Inghilterra, revisionato e rispedito indietro. Jeff lo rimonta ed è tutto come prima: a volte funziona, a volte no. Ne deduce che il problema deve nascere da qualche interruttore dell’impianto e scopre che, in emergenza, può fare partire il motore con una manovra grossolana ma efficace: collegando per un attimo con un cavo di avviamento il positivo della batteria direttamente al positivo del motorino. Il trucco funziona, Jeff si tranquillizza e intraprende la traversata del Pacifico. Navigazione, tra la Polinesia francese e le Cook. Dopo molti giorni di vento l’Aliseo scompare lasciando una calma totale. Jeff decide di andare a motore. Nel pomeriggio arriva un po’ di vento e alza le vele. Dopo mezzora il vento scompare di nuovo, Jeff scende sottocoperta, apre il vano motore e avvia con il sistema del cavo. Il motore parte (è ancora caldissimo) ma nel togliere il cavo dallo starter una rollata gli fa perdere l’equilibrio e la punta del cavo tocca la carcassa del motore. Ne scaturisce uno scintillone e…il motore prende fuoco! Quella pozza di gasolio nella nicchia sotto lo starter, riscaldata dal girare del motore per ore ed ore, era lì,  pronta, non aspettava altro. Fiamme gialle e fumo nero mentre il motore continua allegramente a girare. Jeff si precipita sul primo estintore. Ne ha sette, posizionati in tutta la barca. Lo estrae, armeggia con la scura, lo punta e…niente. Dal becco non esce nulla. Le fiamme aumentano. La cabina è invasa dal fumo. Afferra un altro estintore. Altra chiavetta da liberare, altro puntamento, altro nulla, poi un terzo. Jeff si rende conto che nel frattempo il motore sta ancora girando. Corre al quadro comandi e aziona il pulsante d’arresto. Niente, non si ferma perché il fuoco ha già fuso i cablaggi elettrici e ora anche i tubi di gomma stanno cominciando a sciogliersi. Fonde un manicotto del raffreddamento e siccome il diesel gira sempre la pompa dell’acqua continua a girare e il getto del raffreddamento finisce in parte sul motore e in parte in sentina. Le fiamme continuano a crescere, il fumo in cabina è terribile, non si vede più nulla e non si riesce a respirare. Jeff tenta con il quarto estintore. Stavolta funziona e lo scarica sulle fiamme. Un estintore da solo non basta a spegnere l’incendio ma lo riduce e Jeff riesce a scavalcare le fiamme per uscire in pozzetto. Si ritrova in mezzo a un oceano enorme e indifferente, con il sole che tramonta, le vele che sbattono e una colonna di fumo nero e acre che esce dal tambucio. Respira più che può, raccoglie le forze e rientra sotto coperta. Gli è venuto in mente che gli estintori a polvere dovrebbero essere agitati di tanto in tanto, in modo che la polvere non si compatti formando un tappo che ne blocca il funzionamento. Dentro la barca il motore continua incredibi lmente a girare. Il getto del raffreddamento sembra quello di un idrante e l’acqua è ai paglioli. Un quinto estintore accetta di funzionare e le fiamme sono spente. Adesso bisogna fermare il motore. Tutti i diesel hanno una levetta per arrestarli che si aziona dal telecomando o da un interruttore quando si aziona lo Stop. Se si sa dove si trova la levetta, fermare il motore è semplicissimo. Se non si sa bisoglia cercarla. Jeff è disperato. Non la trova, non sa dove sia e il fumo ormai è spaventoso perché anche il tubo di scarico si è fuso e i gas combusti invadono la cabina. Alla fine svita una fascetta del circuito del gasolio per tentare di arrestare l’alimentazione: altro gasolio in sentina che si mescola all’acqua  di mare che ormai supera i paglioli, ma dopo qualche minuto il motore tossisce e si arresta… L’ interno della barca è nero e saturo di fumo. La parte velica però non ha subito danni. Gli alberi sono in piedi, le vele sono intatte. Delle tre batterie due sono in cortocircuito ma una è salva. Il gps funziona e il fuoco non ha raggiunto le carte. Dopo cinque giorni Jeff raggiunge Pago Pago nelle Samoa occidentali. Una serie di particolari trascurati che la sfortuna ha saputo mettere sapientemente in sequenza uno dopo l’altro. L’onda che lo fa cadere provocando il cortocircuito, la perdita di gasolio trascurata, gli estintori che non funzionano. Se questo racconto farà sì che qualcuno di noi controlli i propri estintori o elimini qualche piccola perdita del circuito di alimentazione, sarà servito a qualcosa.

Un sogno rotto sul reef. Antonio. Italiano. Di Vigevano. Vende macchine etichettatrici e sogna il mare. A un certo punto decide di tentare la grande avventura: lascia il lavoro e cerca un imbarco. Tramite intemet entra in contatto con un americano che ha bisogno di equipaggio. L’americano è proprietario di una barca in ferro e vorrebbe un aiuto, prima per metterla a punto e poi per navigare. Antonio non ci pensa due volte, compra il biglietto e vola in Florida dove c’è la barca. I due si conoscono e vanno d’accordo. Dopo due  mesi partono. Panama, Pacifico, isole da sogno. Dopo sei mesi sono in Nuova Zelanda. Antonio ha avuto modo di sperimentare la barca e la vita sul mare e decide che è giunto il momento di provare a fare da solo. Sbarca e si cerca un’occupazione. È volonteroso, sa lavorare, e trova subito qualcosa: una barca francese ha bisogno di una grande sistemazione. Carena, interni, eccetera. Antonio lavora e intanto si guarda intorno. Dopo sei mesi ecco l’occasione. Una barca in ferro di 33 piedi. Costruita amatorialmente in Nuova Zelanda, ma in ottime condizioni. Chiedono 45.000 dollari neozelandesi, circa 25.000 euro. Antonio ha ancora i risparmi di quando vendeva etichettatrici, ci aggiunge quanto ha guadagnato sul posto e offre 35.000 dollari. L’accordo è fatto. La barca è quasi pronta. C’è solo da ripulire le sentine dalla ruggine, controllare i serbatoi, revisionare l’aulogonfiabile, il motore del fuoribordo, acquistare l’Epirb e sono in grado di salpare. Sono? Sì, perché nel frattempo è arrivata una fidanzata tedesca: Ruth. Così partono. Lasciano la Nuova Zelanda e puntando sulle Vanuatu, a 1.200 miglia di distanza. A metà del percorso c’è l’unica occasione per una sosta: si chiama Minerva Reef. È un atollo che sorge nel bel mezzo dell’oceano. C’è una passe, si può entrare e dentro si ottiene un ridosso accettabile. I due restano a lungo indecisi se continuare verso le Vanuatu o fermarsi al Minerva. Propendono per il reef. Entrano. Ci sono altre barche. Attraversano l’interno dell’atollo e si portano ad ancorare sul lato Sud Est, sottovento al reef, perché le previsioni dicono vento da Est. Il giorno dopo le previsioni peggiorano. Parlano di 30-35 nodi da Nord Est. Tutte le barche allora si spostano all’interno del reef e vanno ad ancorare nell’angolo di Nord Est, in modo da essere al riparo dal fetch interno. Antonio dà l’ancora su 8 metri, fondo sabbioso, con una cqr da 15 chili. Scende la notte e il vento sale. Arriva a 30 nodi, 35, 40. Sale ancora. Antonio è stanco e un po’ sfiduciato. Forse per questo non si rende conto che la barca sta arando. Quando se ne accorge ormai sono a 500 metri dal bordo del reef. Sono sempre dentro l’atollo, ma il fondale è salito a 25-30 metri e l’ancora non serve più a nulla, mentre il mare, in 500 metri fa in tempo a montare. Antonio accende il motore e tenta di riportarsi vicino al reef e al suo ridosso. Non riesce. I 20 cavalli del motore non sono sufficienti a contrastare i 50 e passa nodi del vento. Riesce a tenere una specie di cappa che però non gli evita di perdere progressivamente terreno. E più si allontana dalla protezione del reef più le onde salgono e più la speranza di ritornare a ridosso svanisce. Antonio fila la seconda ancora ma il fondale è alto e anche questa ara. In due ore, trascinandosi dietro le ancore, attraversano tutto l’atollo e si trovano sul lato sottovento. Finalmente una delle due ancore fa testa, su una roccia, a giudicare dallo strappo, e la barca si ferma. Il vento è fortissimo, 60 nodi, diranno poi quelli delle altre barche. L’onda è più di due metri e il reef, dietro di loru, è invisibile, ma vicinissimo. Antonio e Ruth restano così, aggrappati alla speranza di quella roccia invisibile su cui la loro ancora ha fatto testa. Speranza che dura un’ora. Poi l’ancora molla e sono sui coralli. Un colpo. Due colpi. Cento colpi. L’onda che si forma a causa del fetch è impietosa. Solleva la barca e la lascia ricadere, la solleva e la rigetta. L’acqua comincia a entrare, e poi sale. La barca si appesantisce, si corica sul reef. A ogni onda si sposta, geme, scricchiola. Decidono di gettare l’ autogonfiabile in mare, si tuffano e si infilano dentro la zallera, tenendosi però legali alla barca con una lunga cima. Alla fine della notte Antonio e Ruth sono bagnati, tremanti dal freddo e con la consapevolezza di avere perso la barca. Arriva la luce. Il vento si calma e l’alba sorge in un tripudio di colori. Vengono presi a bordo da un catamarano svizzero. Vanno col gommone a vedere cosa resta della loro barca. Lo scafo è squarciato. Recuperano tre pannelli solari e qualche altra cosa. Al mattino dopo tornano sul reef, non trovano più nulla. La loro barca è scompassa. Polverizzata. L’analisi in questo caso è semplice: la barca di Antonio ha arato, le altre no. Vuoi dire che la sua linea d’ancoraggio non era all’altezza. Forse l’ancora era troppo piccola, forse la catena troppo corta o troppo leggera. Forse l’ancora stessa era di un modello non efficiente. La tenuta dell’ancora è il grande assillo. È da quel pezzo di ferro infilato nella sabbia del fondo che dipendono la sicurezza della barca e a volte la vita di chi ci sta sopra. Le domande da farsi sono: se durante la notte arrivasse vento forte, o se il vento cambiasse di rezione, mi troverei a mal partito? Se l’ancoraggio dovesse diventare insostenibile esiste una via di fuga? La maggior parte delle volte la via di fuga non c’è. Allora bisogna assicurarsi della tenuta al di la di ogni dubbio, e se la tenuta non è sicura bisogna, ahinoi, lasciare la baia prima del tramonto.

Fidarsi del corpo morto? Siamo in Indonesia, a Bali, a raccogliere la storia triste di Robert, Michell e dei loro due bambini. A 12 miglia da Bali c’è un’isoletta splendida che si chiama Nusa Lembongan. A Nusa Lembongan c’è un solo ancoraggio in una baia con un brutto fondo di ciotoli che non tiene quasi nulla. Per ovviare a questo inconveniente una compagnia di charter che porta i turisti di Bali a scorrazzare nelle acque limpide dell’isoletta ha piazzato proprio al centro della baia un corpo morto. Se la barca da charter non c’è ci si attaccano tutti. Il traghettino che fa servizio per la gente dell’isola, i pescatori, e le barche a vela. Robert quella notte ci si era attaccato a sua volta, con la sua barca di legno di 13 metri, a bordo della quale lui e la sua famiglia navigavano da tre anni. A metà della notte sono stati svegliati dai rumori: rumore di onde, la barca picchiava e vibrava, gorgoglii. «Per prima cosa ho pensato che qualcuno ci avesse investito – racconta – sono corso fuori è ho visto l’acqua bianca di schiuma tutto attorno, e il profilo della terra, vicinissimo. Ho tentato di accendere il motore, ma non è partito. Ho gettato l’ancora, ma non serviva a nulla. Doveva essersi aperta una falda perché l’acqua arrivava ai paglioli. I bambini piangevano, le luci non funzionavano e non si vedeva nulla. Abbiamo messo in acqua il dinghy che era appeso sulle gruette e abbiamo raggiunto la spiaggia, duecento metri più in là. Era una notte calma, non c’era neppure molto vento». Robert ha perso la barca perché qualche cosa nella catena o nella cima del corpo morto si è rotto. Quando la barca si è staccata ha cominciato a derivare con la corrente. E le correnti, da quelle parti, sono forti, spesso superano i due nodi. E sempre le correnti, se capita che siano in direzione contraria all’onda lunga che arriva da Sud, possono arricciare le innocue onde oceaniche fino a farle ribollire in un modo impressionante. Così è bastato che la barca si spostasse di qualche centinaio di metri per trovarsi, nei pressi del capo roccioso che delimita la baia, in un guazzabuglio di onde alte un paio di metri che hanno sfasciato lo scafo in poche ore. Un incidente, questo, incredibile. L’analisi è semplice. I corpi morti possono essere sicuri o pericolosi, dipende dalle dimensioni della cima, della catena e dalla manutenzione più o meno regolare a cui vengono sottoposti. Fermarsi per due ore di giorno, col tempo buono e con qualcuno che resta di guardia è un conto. Attaccarsi di notte e andare a dormire è rischioso. Molto meglio dare fondo alla propria ancora. Anche se il fondo è cattivo. Se non altro il rumore dell’ancora che ara servirà a svegliare lo skipper, mentre un corpo mono che si rompe non fa rumore e si continua a dormire fino al momento dell’urto. ELISABETTA EORDEGH e CARLO AURIEMMA

Gen 012007
 

Era cominciato in sordina, con la prima luce del mattino: uscendo in pozzetto mezzi addormentati vediamo una cosa che galleggia. Una cosina grigia e chiara, rotonda e bitorzoluta. Derivava lentamente lungo la fiancata della barca, spinta dal vento e dalla corrente. «Possibile che questa roba arrivi dal cesso di André?». La barca di André, è ancorata 50 metri sopravento e noi siamo gli unici esseri umani nel giro di centinaia di miglia. «È troppo grigia però. Che sia malato?». Dopo qualche minuto un altro pezzetto, identico, e poi un altro ancora, più grosso. Non potevano essere tutti prodotti di André, lui è un solitario! «Forse arriva da terra. Magari qualche albero», continuiamo a lambiccarci in cerca del perché di quelle cose strane nell’acqua limpidissima di un atollo perso in mezzo all’oceano Pacifico, ma anche l’ipotesi dell’albero non può essere giusta perché l’unica isoletta dell’atollo, piuttosto piccola, è al traverso, a mezzo miglio, e quelle palline marroni, invece, sembrano arrivare proprio dalla direzione del vento e dal mare aperto, al di là della barriera corallina che ci protegge dalle onde. Col passare del tempo il fenomeno si è ampliato. Alla fine della mattinata le strane cose erano diventate milioni, tutte grigie, tutte più o meno tondeggianti e bitorzolute, tutte galleggianti. Ne abbiamo pescate alcune e abbiamo capito. Si trattava di pietra pomice, quella pietra leggera e piena di bolle d’aria che viene eruttata dai vulcani. Eravamo circondati da tantissime pietre, tutte galleggianti, che si componevano in lunghe striature alineate nella direzione del vento. Presto si sono formate delle chiazze composte dal pietrisco più sottile, pochi millimetri, anche meno, che si allargavano a creare macchie grigiastre semicompatte dentro cui spuntavano le protuberanze dei massi più grandi. E presto le pietre hanno cominciato a entrare in barca. Uscivano nel lavello con il getto dell’acqua di mare mentre lavavamo i piatti, prima sottili, quasi invisibili, poi sempre più grosse e nel cadere facevano tin, proprio come una pietra che cade sul metallo. Abbiamo smesso di usare la pompa dell’acqua di mare ma altre pietre facevano capolino affiorando dal tubo di scarico, a ogni rollata, mentre da fuori la grande massa delle pietre cominciava a bussare sullo scafo con un crepitio sommesso e gentile, insistente, inquietante, che si ripe teva a ogni rollata e a ogni ondina che urtasse la barca. “Ma se galleggiano, come fanno a infilarsi nelle prese a mare che sono sotto il galleggiamento?”. Per precauzione abbiamo chiuso tutte le valvole degli scarichi rimandando a più tardi il compito di verificare che non si fossero infilate anche nei tubi del motore, pronte a entrare nella membrana della pompa non appena avessimo tentato di avviarlo. Abbiamo rinunciato a scendere a terra per paura cne le pietre intasassero il circuito del fuoribordo e ci siamo disposti ad aspettare. “Putain! C’est toute bouché, C’est toute bouché!». Era André, che ci avvertiva alla radio Vhf. Le sue prese a mare si erano bloccate e tutti gli scarichi erano intasati. Intasata la pompa del lavello, intasata la pompa del frigorifero, intasata quella del bagno. I tubi, trasparenti, lasciavano intravedere all’interno un tappo solido di pietrisco. A metà pomeriggio la superficie della laguna, di solito trasparentissima, era un mosaico di grandi chiazze grigie e le barche sembravano galleggiare in un mare di pietre. La causa? Davanti a noi, per trecento miglia c’era solo mare. Più oltre, l’arcipelago delle Tonga che effettivamente è composto da isole vulcaniche. Possibile che tutta quella roba venisse da trecento miglia di distanza? Cercammo di sintonizzarci sulla radio fijiana casomai parlassero di eruzioni apocalittiche nei dintorni. Nulla. Che altro? Un vulcano sottomarino? Forse. Ma non avevamo avvertito nessuna esplosione. Per fortuna eravamo fermi in un uno specchio d’acqua calmo e non in mare aperto con onde e tempo cattivo. Cosa sarebbe successo in quel caso? Come sarebbe stato se ci fossimo trovati a navigare, investiti da onde coperte da miliardi di roccette alcune delle quali di dieci centimetri di diametro? Il peggio è arrivato di notte. A ogni rollata lo scafo risuonava per l’urto con le migliaia di pietre che lo circondavano. Sul mare non c’era più neppure una spanna di acqua libera. L’atollo era un lago di pietre galleggianti. Il mattino dopo siamo scesi a terra a remi. La spiaggia bianca era sepolta sotto mezzo metro di pietre scure, cosi come erano sepolti i coralli davanti alla spiaggia, le tridacne, i pesci. I granchi spuntavano dall’acqua coperti di pietrisco. Un fenomeno strano, terribile, sconvolgente che ci aveva tenuto fermi per quattro giorni, senza usare le pompe, senza usare il motore e il fuoribordo. Per fortuna il frigorifero funzionava lo stesso grazie allo scambiatore di calore fuoriscafo e gli apparati elettrici funzionavano perché le batterie sono rimaste cariche grazie ai pannelli solari e al generatore eolico. Abbiamo lavato i piatti col secchio in pozzetto, facendo attenzione a prelevare l’acqua tra una chiazza e l’altra. Abbiamo raccolto le pietre più grandi: erano grosse come meloni, ma bastava un nulla per romperle perché la pomice è incredibilmente friabile. Al quarto giorno, le chiazze si sono diradale e siamo andati a pescare sul reef. Abbiamo preso due aragoste. Una delle due aveva il corpo incastonato di pietruzze. André invece aveva anche gli ombrinali intasati. Se ne era reso conto a seguito di un acquazzone che gli aveva riempito il pozzetto d’acqua. Le pietre erano entrate negli ombrinali da sotto e si erano compattate nelle curve dei tubi. L’autogonfiabile, alloggiato nel pozzetto, si era venuto a trovare semisommerso nell’acqua (dolce per fortuna) e una volta estratto ha continuato a colare per ore. Sei giorni dopo il fenomeno è regredito e siamo ripartiti in direzione del Kiribati, ma quando, due mesi più tardi siamo rientrati alle Fiji, su molte delle spiagge sopravento c’erano ancora strati leggeri di pomice. Contemporaneamente una ricerca su internet ci rivelava che in quei giorni una potente eruzione sottomarina aveva fatto nascere un’isola nuova al largo dell’arcipelago delle Tonga.

Navigare tra i detriti? Meglio fermarsi. Non capita tutti i giorni di trovarsi a navigare in un mare pieno di detriti, ma può succedere. Quello della pietra pomice è stato un  evento straordinario, ma altre volte ci sono capitate situazioni strane. Nel 2000 navigavamo al largo della Papua Nuova Guinea, con poco vento, in un mare fermo e vuoto, quando ci siamo trovati a correre fuori a seguito del rumore violento di un urto sullo scafo. A pochi metri da noi un tronco, con cui ci eravamo appena scontrati. Eravamo ad 80 miglia dalla costa e nulla poteva spiegare la presenza di quell’ostacolo. Ma ben presto ne avvistammo altri e dopo qualche miglio il mare era pieno di tronchi d’albero. Ce n’erano di ogni taglia, quelli lunghi come la barca e larghi un metro, quelli con tanto di rami e foglie ancora attaccate e persino semplici cespugli. Per qualche ora abbiamo tentato di procedere ugualmente, avanzando a motore, lentamente, uno di noi a prua di vedetta e l’altro al timone, a fare evoluzioni. La densità dei tronchi però non diminuiva e al tramonto ci siamo rassegnati a spegnere e a fermarci. Il giorno dopo la situazione era identica e per uscirne abbiamo dovuto cambiare rotta e navigare per 50 miglia in direzione Nord allontanandoci ulteriormente da terra. Guardando le carte abbiamo scoperto sulla costa l’estuario di un grande fiume. Quei detriti dovevano essere il risultato di qualche giorno di piogge torrenziali nell’entroterra. Una cosa simile ma un po’ meno pericolosa ci era capitata sei anni prima, in Sudafrica, dopo una tempesta terribile. A cinque miglia dalla terra il mare era pieno di detriti trasportati dai fiumi e per molte ore avevamo dovuto navigare con gli occhi spalancati per evitare gli urti. Nella maggior parte dei casi questi detriti arrivano dai grandi fiumi. Per evitarli, navigando lungo le coste dei continenti coperti da foreste, bisogna passare molto al largo degli estuari, specialmente nella stagione delle piogge. Se nonostante ciò ci si trova a navigare tra i detriti bisogna diminuire la velocità, e navigare piano fino a fermarsi del tutto in caso di tempo cattivo o di mancanza di luce. Quando la barca è ferma, anche in caso di vento e onde, scafo e detriti derivano nella stessa direzione e con la stessa velocità e gli impatti sono molto meno devastanti di quando si naviga.

Gen 012007
 

Al centro dell’oceano Pacifico c’è un arcipelago: otto atolli con il nome affascinante di “Isole della Fenice”. Sono tutti disabitati tranne uno e si trovano in una zona così vuota che ancora oggi, nell’epoca di internet e di Google Earth, nessuno ne sa nulla. Non ci sono navi che passano laggiù. Non ci sono aerei. Nel giugno scorso eravamo alle Fiji con la Barca Pulita quando su un giornale locale abbiamo letto che il governo del Kiribati, a cui le Phoenix (“fenice” in inglese) appartengono, stava decidendo di trasformare l’arcipelago in un santuario marino. Le Fiji dalle Phoenix distano 1.200 miglia, tutte in direzione contraria ai venti dominanti. Abbiamo deciso di provare ad andarci, nella speranza di raccogliere immagini di quel posto sconosciuto. poichè la rotta è tutta controvento pensavamo di effettuare delle soste intermedie e di sfruttare i salti di vento legati alle perturbazioni. “Ci portiamo fino ali’isola più orientale delle Fiji e aspettiamo una perturbazione, così che cessi l’Aliseo e il vento ruoti a Sud. Con la prima perturbazione guadagnamo 300 miglia verso Est e raggiungiamo l’isola Wallis, dove aspettiamo la perturbazione successiva per un altro salto di 300 miglia fino agli atolli delle Tokelau, e così via.  Strategia buona, ma un po’ teorica perché quei salti di vento su cui contavamo sono situazioni anomale che si presentano raramente e che durano puco. Quando ci siamo appostati sull’isola più orientale delle Fiji ad attendere la prima perturbazione, l’Aliseo soffiava stabile da Est Sud-Est ed è rimasto inflessibile per molte settimane. Alla fine siamo partiti, con il vento che finalmente era girato a Sud, ma la perturbazione era “cattiva”, con raffiche, nuvole e temporali. Due giorni dopo, all’alba, eravamo 250 miglia più in là, vicini all’isola Wallis, sempre con vento forte, cielo cupo e groppi minacciosi. Il vento però era favorevole e in preda all’ottimismo, abbiamo commesso l’errore di tirare dritto, saltando la prima delle tappe previste. Il vento buono, seppur con pioggia e temporali, è durato ancora 24 ore, poi il cielo si è schiarito, il sole è tornato a splendere, il mare è ridiventato blu e l’Aliseo è girato nella sua direzione standard, Est Sud-Est, che per noi è bolina. Siamo 100 miglia a Est di Wallis, ma ancora molto lontani dalle Tokelau e non abbiamo altra scelta che continuare. Le previsioni che arrivano via Intemet dalla Nuova Zelanda dicono che il vento, se pur contrario, si manterrà leggero, intorno ai 10 nodi. Ci consoliamo e tiriamo avanti contro un vento che, infischiandosene delle previsioni, supera i 25 nodi e dobbiamo tenere tre mani di terzaroli alla maestra, una mano alla trinchetta e il fiocco ridotto a meno di un quarto. La vita a bordo è scomoda. Fuori non si può stare perché il ponte è spazzato dalle onde, dentro fa un caldo insopportabile perché per non fare entrare gli spruzzi si deve tenere tutto chiuso. Passiamo le ore nelle cuccette sottovento a dormire e sudare. E pensare che a casa tutti credono che ci stiamo divertendo! Cuciniamo poco e mangiamo male: minestra liofilizzata, riso condito con olio, patate bollite. Non possiamo usare il lavandino perché è sottovento e si riempirebbe d’acqua. Per lavare i piatti usciamo in pozzetto, sotto gli spruzzi, una volta al giorno. Niente di eccezionale, sono condizioni normali nell’ Aliseo, ma a viverle giorno dopo giorno, notte dopo notte, la fatica è tanta. Una fatica così intensa che pian piano si entra in uno stato comatoso che vede le funzioni vitali ridursi al lumicino. Siccome ogni movimento comporta un grande sforzo, le allività si riducono all’indispensabile. Ci si alza solo per le manovre essenziali e per controllare la posizione. Si parla poco e si smette quasi di pensare. L’unica cosa che conta è resistere e tenere le vele ben regolate per non scadere sottovento. In queste condizioni disastrate impieghiamo qualche tempo ad accorgerci che l’acqua dei serbatoi si è inquinata. Il caffè da qualche giorno aveva un sapore strano, ma in mzzo a onde ed equilibrismi non ci avevamo fatto caso. Quando ce ne rendiamo conto è tardi. Uno dei bocchettoni di prua non era stretto a dovere e con tutte quelle onde ha lasciato filtrare l’acqua salata. Ci restano 80 litri nelle taniche. Calcoliamo che dovrebbero durare un paio di settimane e tiriamo avanti, anche perché quella dei serbatoi non è persa del tutto: è salata ma possiamo usarla per bollire la pasta e fare la minestra. Dopo sette giorni di fatica facciamo il punto della situazione: abbiamo guadagnato 10 gradi verso Nord ma solo 4 verso Est ed è chiaro che non riusciremo a raggiungere gli atolli delle Tokelau, dove avremmo dovuto sostare in attesa della prossima perturbazione. Anche le Phoenix sembrano ormai fuori portata. Tutte tranne una, la più occidentale del gruppo, che si chiama Orona. Ci aggrappiamo a questa speranza e tiriamo avanti. L’ottavo giorno l’Aliseo si addolcisce e per la prima volta possiamo stare in coperta a leggere e a guardarci intorno. Il nono giorno il vento diventa leggerissimo e siamo quasi fermi, ma il gps dice che stiamo andando indietro. Colpa della corrente equatoriale, contraria, che diventa più forte nan mano che si sale a Nord. Il decimo giorno, dopo una notte di temporali, l’Aliseo è di nuovo stabile, ma rinforza e gira a Est. Per noi è quanto di peggio potesse capitare. Nonostante le previsioni che continuano a dare Sud Est, 10 nodi, noi abbiamo un Est Nord-Est di oltre 15 nodi che arriva proprio da dove dobbiamo andare. Proviamo la bolina con mure a dritta, poi tentiamo le altre mure, poi ancora il primo bordo, ma il responso del gps è desolante: l’angolo tra i due bordi è poco meno di 180 gradi. Uno dei due ci manda a Sud, verso le Samoa, l’altro ci porta dritti a Nord, verso una porzione di oceano dove non c’è nulla per fermarsi e dove la corrente continuerebbe a trascinarci più a Ovest. Mancano 300 miglia alle isole della Fenice, il vento è sui 20 nodi e non abbiamo più le forze per continuare. Così, con le orecchie basse, viriamo, prendiamo il bordo a Sud e puntiamo sulle Samoa,  400 miglia sottovento. Leggiamo le guide Lonely Planet e Moon Travel con le descrizioni delle  cose idilliache che troveremo alle Samoa e cerchiamo di consolarci pensando che, in fondo, le Samoa dovrebbero essere un gran bel posto: c’è anche la casa dello scrittore Robert Louis Stevenson! Ma alle Samoa ci passano centinaia di barche ogni anno, mentre lassù, dove saremmo voluti arrivare, non c’è mai andato nessuno. Un viaggio alle Samoa è normale mentre le Isole della Fenice, nella nostra mente, sapevano di avventura. Passano un pomeriggio e una notte tranquilli, con il vento al traverso, durante i quali mangiamo, riposiamo e ci riconciliamo con la vita. Quando il sole sorge di nuovo il vento, incredibile,è girato nuovamente a Sud Est. Noi stiamo meglio, siamo riposati e lucidi. “Viriamo?”. “Proviamo, giusto per vedere!”. La discesa verso le Samoa ci ha fatto perdere 100 miglia verso Sud ma ne abbiamo guadagnate 40 per Est e ora, seppure di bolina stretta, con le onde, spruzzi, la nostra prua riesce a puntare di nuovo sulle Phoenix. Manteniamo questa rotta per i successivi tre giorni, finché non appare il profilo bassissimo dell’isola di Canton, il più grande degli atolli e l’unico abitato, per quel che ne sappiamo. Alle ore 10 la terra è vicina ma ci vuole un ultimo sforzo prima di poterla calpestare. Siamo sottovento, di fronte all’unico passaggio che dà accesso alla laguna. Il portolano dice che le correnti nella “passe” possono arrivare a 10 nodi e suggerisce di tentare il passaggio solo nei periodi di stanca della marea, che non durano più di 15 minuti e che corrispondono con il culmine dell’alta marea o con il minimo della minima. Ma come si fa a sapere a che ora è la stanca? Ci avviciniamo. Sull’istmo basso che forma il lato sinistro del passaggio si scorgono delle costruzioni sorvolate da migliaia di uccelli. Col binocolo non si vede anima viva e alla radio vhf non risponde nessuno. Ci avviciniamo fino ad avvistare una serie di gorghi che cominciano cento metri prima dell’inizio del passaggio e che sono davvero impressionanti. È chiaro che per il momento non possiamo avvicinarci alla passe. Ci spostiamo verso l’esterno della barriera corallina, finché troviamo un terrapieno di corallo con 15 metri di fondo su cui tentare un ancoraggio. Siamo molto vicini al reef e le pareti vetrose delle onde si frangono a poche decine di metri, ma è solo per poche ore. Mettiamo in acqua il gommone, ci mettiamo sopra il motore e torniamo verso il passaggio, per vedere da vicino. Sul lato destro c’è un vecchio relitto che ci fa scudo dalla corrente e ci lascia arrivare fin quasi al centro. Il flusso è uscente, come un fiume in piena che sbuca dall’atollo e si getta in oceano. Tanto per provare tentiamo di forzare il passaggio ma col fuoribordo al massimo siamo meno veloci della corrente e andiamo a ritroso. Eppure secondo le nostre tavole di marea, qui la bassa è due ore dopo che ad Apia, alle Samoa, e dovremmo esserci! Rientriamo in barca e ci ripromettiamo di tornare ogni ora a monitorare la corrente. Alle undici è tutto come prima. Alle dodici, quando il sole è a picco e la spiaggia è diventata di un bianco abbacinante, la corrente sembra meno impetuosa e il relitto emerge molto di più, segno che non siamo lontani dalla bassa marea. Ancora un’ora e la corrente, seppure uscente, sembra debolissima, il relitto è tutto fuori. Corriamo a bordo, salpiamo l’ancora pregando che non si sia incastrata nei coralli, ci avviciniamo cautamente al nastro di acqua blu che porta dentro l’atollo. La corrente, leggera, ha già cambiato direzione ma la passe si rivela facile. Larga un centinaio di metri e profonda sette è lunga solo trecento metri. In pochi minuti siamo dentro, nell’acqua azzurra e finalmente calma di un luogo rimasto fuori dal mondo e dal tempo. ln questa calma cosmica anche la nostra mente funziona meglio: le tavole di marea davano un dato sbagliato perché non abbiamo tenuto conto che, partendo dalle Fiji, abbiamo attraversato la linea del cambio di data. Qui siamo un giorno in meno rispetto alleFiji e avevamo guardato la data sbagliata. A terra c’è un uomo che fa dei segnali. Lasciamo da parte la stanchezza, rimettiamo in mare il gommone e andiamo a incontrarlo. L’uomo dice che in tutto l’atollo vivono sette famiglie e che il villaggio è a mezz’ora di cammino. La nave governativa fa scalo qui una volta l’anno e siamo i primi esseri umani ad arrivare da oltre sei mesi. Dal villaggio ci hanno visto e stanno preparando per noi la festa di benvenuto. Così l’isola di Canton ci ha ricevuti, dopo tredici giorni di bolina, con una laguna blu incredibilmente ricca di pesci e di tartarughe e con un’accoglienza calorosa degna delle più celebrate tradizioni polinesiane.

NEGLI ATOLLI Entrare in laguna? Con la “stanca” Quando la marea sale l’acqua entra nell’atollo per i canali che lo collegano al mare in modo che all’interno il livello possa salire. Con la marea che scende avviene il contrario e l’acqua esce. Consideriamo un atollo di dieci miglia di diametro e una marea con il dislivello di un metro. La quantità d’acqua che deve fluire, nel giro di sei ore, è di circa 300 milioni di metri cubi. Un volume enorme che si divide tra i vari passaggi che mettono in comunicazione la laguna con l’oceano. Se l’atollo ha molti passaggi la corrente sarà moderata. Se ne ha pochi, o uno solo, c’è da aspettarsi una corrente violentissima. Le correnti in mare sono di due categorie: quelle generate dal vento e quelle prodotte dalle maree. Le prime nascono quando il vento soffia in direzione costante per ore e giorni. Col tempo l’attrito dell’aria sull’acqua mette in moto lo strato superficiale del mare che comincia a scorrere nella stessa  direzione del vento. La velocità della corrente aumenta col passare del tempo e dipende dalla forza del vento e dall’ampiezza del tratto di mare interessato. Può andare da mezzo nodo a un nodo per venti di media intensità, fino a raggiungere i 2 o i 3 nodi. In oceano, nelle aree soggette a venti costanti, una corrente di superficie di un nodo è normale. La corrente equatoriale, per esempio, che corre da Est a Ovest in Atlantico, in Pacifico e in Indiano, è il risultato degli Alisei che soffiano per mesi nella stessa direzione. Quando la corrente, dopo avere attraversato l’oceano va a sbattere sul continente africano si divide in due rami, uno che sale verso Nord e che prende il nome di “corrente della Somalia” e uno a Sud in direzione del Sudafrica, la “corrente del Mozambico”. l due rivali tendono ad accelerare fino a due tre nodi e proseguono lungo la costa per migliaia di miglia diventando un problema per chi si trova a navigare in quelle acque. Le correnti sono segnalate sulle carte a grande scala e sulle Pilot Chart e descritte nelle sezioni introduttive dei portolani. In condizioni di mare moderato si possono anche misurare con gli strumenti di bordo: basta ammainare le vele e guardare le indicazioni del gps: se lo strumento registra uno spostamento, questo è dovuto alla corrente e alla spinta del vento sullo scafo. Se il vento è poco, la velocità indicata dal gps corrisponderà esattamente alla corrente. Le correnti di marea sono tutt’altra cosa e possono essere violente. Raggiungono i tre, quattro, cinque nodi e possono arrivare a dieci e oltre. In compenso non mantengono mai la stessa direzione per più di sei ore (tanto impiega la marea a salire o a scendere). Come visto nell’esempio delle lagune degli atolli, queste correnti nascono a seguito dei cambiamenti di livello del mare. Lo stesso fenomeno si presenta nei passaggi che portano a vaste lagune interne, negli estuari dei grandi fiumi e nei luoghi dove una porzione di mare è in comunicazione con un’altra. Il fenomeno diventa più importante dove le escursioni di marea sono molto alte, come nella Bretagna, nella costa Nord dell’Australia, al largo dei grandi capi e così via. Per evitare di combattere contro forze più grandi di quelle di cui disponiamo bisogna prepararsi per tempo, leggere le informazioni sui portolani e studiare la topografia del luogo. Dovendo navigare in un canale soggetto a correnti di marea, la cosa migliore è aspettare il momento della “stanca”, quel breve intervallo corrispondente al minimo o al massimo della marea, in cui la corrente scompare prima di cambiare direzione. Meglio ancora, conviene passare quando la corrente non è assente del tutto ma è leggera e contraria. Un po’ di corrente contraria, infatti, facilita la manovra in caso di imprevisti perché, se si deve rallentare per evitare un ostacolo, se la corrente è contraria ci si ferma in un attimo, se è a favore si rischia di arrivarci proprio sopra.

Gen 012006
 
Balolo - Balolo

Balolo – Balolo

Il vento è forte e gli acquazzoni arrivano uno dopo l’altro con il solito concerto di raffiche turbinose e folate di pioggia. Noi siamo rannicchiati dietro un’isoletta piccola piccola. Uno ridosso minimo, creato dalla paretina rocciosa e ripida con la quale l’isoletta rompe il flusso delle onde e del vento. Abbiamo gettato l’ancora al centro della zona di calma, e la nostra barca è quasi ferma, ma le onde gonfie e grigie dell’oceano passano a poca distanza, mentre il vento ci soffia addosso con raffiche irregolari, dispettose e cattive, rese capricciose dall’aver dovuto aggirare la parete di roccia. Un ancoraggio scomodo e precario, una situazione in cui, normalmente, non avremmo mai deciso di metterci e che se il vento girasse dovremmo abbandonare precipitosamente, ma speriamo che non succeda e di  poter resistere fino a domani, perché domani è il giorno del Balolo.

Si tratta si tratta dell’ Eunice viridis, un verme lungo e sottile, che nessuno vede mai perché passa la sua esistenza nascosto nei coralli. Ma c’è un giorno ogni anno, in cui questi vermi lasciano i loro nascondigli  ed escono fuori a passare qualche decina di minuti in superficie alla ricerca di un compagno o una compagna con cui accoppiarsi. In quel giorno, dicono i racconti, i vermi sono così tanti che l’acqua ne è piena, e gli abitanti delle isole dove questo avviene, si lanciano in acqua con tutti i mezzi possibili per approfittare dell’abbondanza e raccoglierne grandi quantità. Questo storia incredibile l’avevamo letta tanti anni fa su una guida dell’oceano Pacifico. Il fenomeno è estremamente raro. Si verifica solo in certe aree esterne delle Fiji e delle Samoa, e solo per qualche ora ogni anno, all’alba di un unico giorno. Quale fosse il giorno, quali fossero le isole non lo sapevamo. A Suva ci hanno detto che succedeva nelle isole orientali, quando siamo arrivati a Taveuni ci hanno mandato ancora più ad est, a Ngamea, poi a Rambi, e avanti, di isola in isola, di racconto in racconto, finchè siamo arrivati a Yanuda dove, un mese fa, con l’aria di rivelarci segreto, il capo dell’unico villaggio dell’isola ci ha sussurrato una data: ottobre, dieci giorni dopo la luna piena. Ecco perché siamo qui. Domani, 18 di ottobre, saranno passati esattamente 10 giorni da quando la luna ci ha mostrava il suo faccione pieno e bianco proprio nel momento in cui il sole tramontava, e l’isoletta dietro la quale ci siamo appostati è all’estremità di uno dei reef che ospitano le colonie di questi strani vermi, al largo della punta sud di Yanuda,  all’estremità orientale delle Fiji. Domattina gli abitanti del villaggio di Yanuda verranno tutti qui. Alle cinque, ci hanno detto alcuni, alle 4 ci hanno detto altri. Verranno anche se il mare sarà grosso, ma tutti giuravano che domani il tempo domani sarà buono, perché, quando c’è il balolo, ci hanno ripetuto in tanti, il mare è sempre calmo. Stasera, intanto, il vento resta forte. Il mare romba e si rompe sui reef con un frastuono impressionante e il sole tramonta dietro uno strato senza speranza di nuvole dense e accavallate lasciandoci a dondolare disordinatamente al centro di un buio pesto e minaccioso.

Balolo - Balolo

Balolo – Balolo

Andiamo a dormire tesi ed incerti. Chissà se domani davvero l’acqua sarà piena di vermi. Abbiamo preparato le telecamere, una per le immagini fuori e una scafandrata per le riprese sott’acqua. Abbiamo preparato il gommone, le macchine fotografiche, le pinne e tutto quanto, ma non riesco ad immaginare cosa succederà. Come faranno a raccogliere i vermi sui reef se questi sono battuti da frangenti che farebbero a pezzi chiunque vi si avventurasse?

Passano otto ore. Arriva la prima luce, quella livida biancastra e incerta che annuncia alla lontana l’arrivo del giorno, e noi siamo già fuori, aggrappati alle sartie a scrutare il nero del mare sotto di noi. No, non c’è nulla. Il mare è vuoto, uguale a ieri. Anche verso l’isola, verso la spiaggia del villaggio, non si scorge niente di anormale. Nessuno che si muove. Nessuno che si aggira sulla spiaggia.  Il vento in compenso è sempre forte e mentre ci guardiamo attorno dobbiamo tenerci aggrappati alle sartie, per non cadere. Vuoi vedere che non succederà nulla? Vuoi vedere che abbiamo capito male, che il balolo arriva un altro giorno? E se fosse che non succede quando il tempo è cattivo? Eppure nell’isola tutti erano concordi.

“Sicuro che sarà domani?”

“Sicuro?”

“Anche se c’è tempo cattivo?

“Anche se c’è tempo cattivo!”

Ci avevano anche detto che tutti sarebbero stati sui reef a raccogliere già prima dell’alba, e invece sulla spiaggia non c’è nessuno, come se questa, invece che l’alba di un giorno speciale, fosse una alba qualsiasi, e con il cattivo tempo, per giunta.

Invece no. Il tempo di scrutare meglio, o forse di abituarsi a cercare, o forse la luce un po più intensa, ed eccolo, il primo bastoncino marrone, che si agita e si attorciglia appena sotto la superficie. Un altro, più corto, poco più in la. Un altro ancora, lunghissimo, che sembra formato da tanti segmentini più piccoli giuntati tra loro.  I bastoncini sono vivi, si agitano, si attorcigliano in una specie di nuoto primitivo senza regola e senza scopo. Non sono tantissimi come mi aspettavo e come mi avevano detto,  però ci sono, e se ne vedono ovunque si guardino. Contemporaneamente la spiaggia del villaggio è piena di figurine nere e le due barche di cui i locali dispongono mettono la prua nera verso il largo, puntando verso di noi.

Ci siamo. Corriamo dentro a prendere le telecamere e l’attrezzatura, torniamo fuori, e cominciamo a calarle sul gommone, che salta e balla sulle onde mentre la barca rolla, così che chi sta sotto a ricevere a momenti è quasi alla stessa altezza di chi sta sopra a passare,  mentre un attimo dopo è nel baratro, con la barca in alto, la carena scoperta con i denti di cane e le alche in vista. Quando tutto è a bordo ci sediamo. Non resta che aspettare che arrivino, vedere dove si metteranno e decidere dove metterci noi per filmarli, un po dal gommone e un po dall’acqua, e magari, se vengono proprio qua vicino, potremmo filmarli anche dalla barca.

Invece no, ancora una volta è tutto diverso. La prue nere delle barche del villaggi dopo essere state per qualche minuto a saltare  e a sprofondare dirigendo nella nostra direzione improvvisamente piegano veso destra. Ma dove vanno? Passano un paio di minuti ed è subito chiaro che dobbiamo rassegnarci. Le barche dirigono verso il reef sulla punta Sud Est di Yanuda, anche se, vista da qui, sembra completamente esposta. Ma come diavolo faranno a raccogliere il balolo tra i frangenti? Lasciamo il ridosso minuscolo dell’isoletta e ci dirigiamo anche noi verso quella punta. Impieghiamo poco ad arrivare, anche perché abbiamo i marosi in poppa, e quando ci siamo scopriamo due cose. La prima: il punto dove la gente si è fermata non è protetto da nulla e le onde di due metri si infrangono sui reef con una violenza impressionante. La seconda: il mare è pieno di vermi, strapieno, con miliardi di bastoncini che si sono come per miracolo raccolti in nuvole compatta che originano dal reef e formano delle lunghe strisce sulla superficie dell mare dentro le quali i pescatori immergono le braccia armate di retino, sollevandolo ogni volta mezzo pieno di animaletti che si agitano e si attorcigliano. Le barche del villaggio sono lancioni di plastica grossolana, goffi e pesanti, stipati di gente che si protende da entrambi i lati, a pescare mentre il timoniere, a poppa, manovra continuamente nel tentativo di tenere il lancione sopra una delle strisce di balolo, il più possibile vicino al reef dal quale origina, al limite del punto dove l’onda si trasforma in frangente. E noi? Ci aggiriamo straniti, sfiorando con  il gommone le braccia delle donne che si protendono e si ritirano in continuazione portando a bordo ogni volta enormi manciate gelatinose di esseri che si agitano e si attorcigliano. Le onde sono enormi, proprio come temevamo, molto più alte e più lunghe del nostro gommone che li in mezzo si muove come un turacciolo e salta e si agita senza posa, mentre gli spruzzi ci lavano in continuazione. Impossibile togliere le telecamere dai sacchi stagni che le proteggono perché si bagnerebbero subiro, e comunque in mezzo a tanto agitarsi non potrei filmare nulla. Potrei tuffarmi, e filmare tutto dall’acqua con la camera subacquea, che è già pronta in un secchio, ma Lizzi resterebbe sola nel gommone, e a dire la verità questo mare livido, pieno di onde e di vermi, a 10 metri dagli scogli e dai frangenti enormi che li avvolgono, mi sembra veramente poco invitante. Così restiamo a bordo e continuiamo ad aggirarci tra le barche e il reef, indecisi tra la contentezza per essere testimoni di questo fenomeno straordinario e la frustrazione di non sapere come filmarlo. Dopo un’ora le barche tornano verso il villaggio piene di secchi, di casse e di catini colmi di balolo e noi dirigiamo verso la nostra isoletta dove la Barca Pulita ci aspetta dietro il riparo che la protegge dalle onde che noi col gommone cerchiamo faticosamente di risalire. Portiamo con noi qualche decina di secondi di immagini riprese in qualche modo, sporgendoci dal gommone con le braccia mettendo la camera sub in acqua e sperando che riprendesse qualche cosa ma che si riveleranno poi molto belle. Le colonie di balolo, viste da sotto, sono nuvole di esserini colorati, alcuni marroni, alcuni blu, altri rosa, che affollano il campo visivo, che danzano e si agitano , che si aggrovigliano e si separano, in un minuetto ballato senza sosta e senza posa ma destinato a durare solo qualche decine di minuti. Appena la luce diventa forte la membrana colorata che costituisce la pelle dei vermetti si dissolve e ognuno di loro si scioglie riversando in mare il suo contenuto: milioni di uova (quelli rossi) e di spermatozoi, (quelli blu) destinati a unirsi a formare il balolo dei prossimi anni.

“Assaggia, assaggia”. Sono passate quattro ore e ci siamo spostati. Abbiamo portato la Barca Pulita dietro l’isola, sottovento, la abbiamo ancorata dietro una spiaggia, siamo scesi e faticosamente, attraverso i sentieri, abbiamo raggiunto il villaggio. Fuori da ogni capanna, su ogni focolare, ci sono calderoni e padelle con montagne di balolo a cuocere. Per fermare il processo di dissoluzione, appena arrivati a terra, hanno lavato il balolo in acqua dolce, e subito si sono disposti a cuocerlo, ognuno come può e con gli ingredienti che ha. Molti si limitano a farlo bollire, in enormi calderoni pieni fino all’orlo, con l’acqua che diventa verde e che schiumeggia.

Le barche dei giramondo 2° parte

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Gen 022005
 

Prosegue il viaggio, iniziato nel numero scorso, nell’universo delle barche utilizzate dai velisti che navigano attorno al mondo. Ognuna con la sua storia, quasi sempre curiosa e affascinante, che riflette e si intreccia con quella del suo proprietario. Tanti i modelli, diversi i materiali, poche le scelte comuni di questi scafi spesso destinati a realizzare il sogno di una vita.

Lui 58 anni, medico, lei 42 anni, farmacista. La barca, Oceano VI, è di ferro. Lunga 10,50 metri, larga 3,5, pesa 11 tonnellate. Deriva mo bile, armata a cutter.

Scafo grezzo, quanto lavoro! – Quando l’ hanno comperata aveva già 5 anni, ma era solo uno scafo grezzo su un prato. Una delle tante costruzioni in ferro che si arenano durante l’allestimento. La barca è ad Alicante, Spagna, loro sono a Madrid. Per cinque anni percorrono infinite volte i 380 chilometri di andata e ritorno dell’autostrada Madrid – Alicante, mentre realizzano gli interni ex novo, mettono il motore, gli alberi e tutto il resto . La maggior parte dei lavori sono fatti da artigiani e specialisti perché Dora e Miguel non hanno né il lempo né le capacità per farli loro. Si limitano ai lavori piccoli, a controllare e pagare quelli grandi. «Anche così, è stato un incubo», dice Dora. «Il teak del ponte è stato rifatto tre volte – gli fa eco Miguel – ogni volta si gonfiava e si staccava. Il motore vibrava, l’asse si è rotto alla prima prova e altre cose del genere. Se dovessi tornare indietro acquisterei una barca usata, già pronta e funzionante», conclude Miguel. Mentre la barca si completa e si abbellisce, i due sistemano il lavoro. Dora è farmacista. Miguel è psichiatra. Ha studiato a Bologna e parla con noi in italiano. È stato persino abbonato a BOLlNA. Per anni ha lavorato in un centro sociale. Quando hanno chiuso il centro sociale Miguel si è messo in proprio e ha impiantato una piccola produzione di cosmetici naturali. Dora li vendeva nella farmacia dove lavorava e la produzione ebbe successo. Prima di partire hanno ceduto la fabbrica agli operai. Col denaro messo da parte e la liquidazione di Dora possono permettersi di navigare per tutto il tempo che vorranno. Non hanno hanno figli. Non hanno più problemi di lavoro. Sono totalmente liberi. Navigano da otto anni e non hanno idea di quando terminerà il loro giro. Dicono di essere moderatamente contenti della barca. «È sicura, è comoda, ma è molto pesante. Se potessi però la cambierei con una in plastica di 12 metri», dice Miguel. La barca di Dora e Miguel ha la deriva mobile. Con la deriva abbassata pesca 2,5 metri, con la deriva alzata un metro. «In 10 anni abbiamo usato la deriva mobile quattro o cinque volte. Troppo poco per giustificare la presenza di un meccanismo che toglie spazio interno e che complica la manutenzione. Quando navighiamo col vento in poppa, però, l’alziamo a metà e siamo decisamente più veloci».

Una barca per un dollaro – Lui Toguc, 35 anni, docente di architettura a Istambul, lei, Yesim, pittrice, 25 anni, entrambi turchi. La barca non se la sono scelta, è arrivata da sola e la storia è una delle più strane che ci sia mai capitato di sentire. Ce la raccontano a spizzichi e bocconi, in un inglese frammentario, con l’aiuto di un amico spagnolo che li ha quasi adottati e che li ha aiutati ad arrivare alle Fiji. La barca si chiama Yosun, che in turco vuoi dire “alga”. Il primo proprietario, un turco di cui non sappiamo il nome, parte da Istambul molti anni fa, attraversa l’Atlantico, passa Panama e arriva alle Hawaii. Lì si innamora di una americana, trova lavoro e si ferma. Passano gli anni. Il turco ha fatto fortuna e vorrebbe tornare a casa. Ma come? Con la barca, naturalmente, così sarà il primo turco, su una barca turca, ad avere effettuato una circumnavigazione del globo. Faranno il viaggio a piccole tappe, lui, la moglie e un marinaio. Partiti dalle Hawaii i tre affrontano la prima traversata che piccola non è, perché sono 2.200 miglia da Honolulu alla Polinesia. Arrivato a Tahaa, il turco decide di lasciar perdere. È troppo in là con gli anni per un’impresa del genere. Vorrebbe però che la barca completasse la circumnavigazione che aveva iniziato tanti anni prima. Mette allora un annuncio su un giornale di Istambul, dicendo che regalerà la barca a chi la porterà a destinazione. Yesim e Toguc leggono l’annuncio. Sembra uno scherzo e loro, quasi per scherzo, rispondono. Non sono i soli a rispondere, ma il proprietario della barca sceglie loro! Pochi soldi, poca esperienza marinara, pochissimo inglese, ma tanto spirito di avventura. Yesim vende tutti i quadri che ha, gli amici fanno una colletta e mettono a disposizione i fondi per il volo fino a Tahaa e quando i corsi al Politecnico finiscono i due partono. A Tahaa il proprietario consegna la barca e subito si dilegua: «Quando arriverete a Istambul- dice -la barca sarà vostra». I due non sanno se essere felici o disperati. Si ritrovarono dall’altra parte del mondo, su una barca vecchiotta e malandata, senza quasi nessuna esperienza di mare, con pochissimi soldi e tanta incertezza e con di fronte un oceano infinito. Non sanno letteralmente che pesci prendere. Cercano di prepararsi e di preparare la barca, facendosi consigliare da tutti quelli che passano, cercano di procurarsi le carte, i portolani, di imparare a usarli. A un certo punto si accodano a una barca spagnola e partono. Mille miglia e dieci giorni di navigazione più tardi approdano ad Apia, nelle Samoa, stravolti, senza più un briciolo di entusiasmo, con solo tanta paura. Continuano a chiedere a tutti se quelle onde che hanno incontrato siano grandi o normali, se c’e rischio che il vento possa essere ancora più forte di quello che avevano avuto e così via. Yosun fa acqua da tutte le parti, anche solo con la pioggia, e il pozzetto, poco protetto, ne imbarca a ogni grossa ondata che arrivi da poppa. Decidono di lasciar perdere tutto ma Alfons, il buon samaritano spagnolo che li ha aiutati nella traversata, li prende sotto la proprio ala. Li  convince a proseguire con lui fino alle Fiji, lì potrebbero lasciare la barca, tornare in Turchia, dato che le ferie sono finite, chiedere un anno sabbatico, mettere le cose in chiaro con il proprietario, che ha dato la barca senza nulla di scritto, e se tutto va bene, tornare alle Fiji e accodarsi a lui per rientrare in Mediterraneo. Così fanno. Una volta in Turchia, ottengono il sabbatico e il proprietario della barca gliela vende per un dollaro e regala loro anche un altro biglietto aereo per le Fiji. Una bella storia, quella umana, mentre quella marinara, non è ancora finita. Li abbiamo visti lavorare per un mese, 20 ore al giorno in un cantiere delle Fiji per migliorare le condizioni della barca. Non si potevano concedere nemmeno una coca cola in due, ma ogni equipaggio a turno preparava la cena anche per loro e la recapitava direttamente a domicilio. Comunicavano poco e male, con un inglese stentato e gutturale, chiedevano consigli a tutti ma sembravano felici. Sono partiti verso Ovest, viaggiando in conserva con Alfons. Contano di passare Torres, di superare l’Indonesia per evitare il problema del permesso di navigazione (150 dollari) e di arrivare in Malesia, lasciare la barca e rientrare di nuovo in Turchia. Proseguiranno a tappe, durante le ferie estive, vendendo qualche quadro lungo la rotta e magari fare durare il viaggio un po’ più a lungo. Inutile chiedere loro se sono contenti della barca. Inutile chiedere questioni di stazza, di pescaggio, di armamento. Non saprebbero cosa rispondere. Tutto quel che sanno è che questa avventura ha cambiato il corso delle loro esistenze.

RoJlafiocco, che comodità! – Ted e Susan sono più vicini ai 70 che ai 50 anni. Hanno passato parte della loro vita tra San Francisco e Boston. Un’alternanza di Est e Ovest che li ha resi aperti di mente, colti, ironici, simpatici e disponibili. Strano per degli americani ! Parlano bene francese e sanno che è difficile capire qualcuno che parla una lingua diversa dalla propria, cosi quando ci raccontano di loro in inglese lo fanno lentamente e per farsi capire da chi ascolta. Sono partiti dagli Stati Uniti una decina di anni fa. Lui con trascorsi nella Marina e come legale. Hanno un Hans Christian 38, Vanessa, una barca di vetroresina progettata per la grande crociera. Interni di teak massiccio, scafo molto solido, un bompresso esagerato protetto da grossi tubi d’acciaio e molte finiture in legno all’ esterno che richiedono tanta manutenzione. «La barca ne ha bisogno», dice Susan mentre carteggia con carta vetrata n. 600 la terza mano di vernice sul fascione che corre lungo la falchetta. Una volta \’ anno la riportano a legno e stendono quattro mani di vernice nuova, con la perizia e la precisione di Iiutai. Comunicavano poco e male, con un inglese stentato e gutturale, chiedevano consigli a tutti ma sembravano felici . Sono partiti verso Ovest, viaggiando in con- Toguc e Yesim hanno avuto in regalo Yosun a patto di farle completare la circumnavigazione del mondo. Pozzetto profondo, timone a barra, un quadrato spazioso pieno di strumenti e una cucina attrezzatissima. La loro vita fuori dagli States è tutta contenuta lì dentro, in una barca immacolata, perfettamente attrezzata e accessoriata. «Tre anni fa abbiamo montato il rollafiocco, da allora continuiamo a chiederci perché non lo abbiamo fatto prima!», dice Ted indicando la prua con il suo naso adunco e il ciuffo bianco. «Ci spiaceva modificare qualcosa della barca originale. Per il resto è tutto com’era quando l’abbiamo comperata, compreso un oggetto sul ponte a fonna di coma d.i bufalo, metà iJ) .ottone e metà In legno, sem- ‘_•;~.iqissimo. sul quale pog,., ii~i,l”lHm.il» . ,’t~J>1am@J~ domanda di rito: :<<Siete contenti della vostra barca? ». «Certo – rispondono – non la cambieremmo per nessun’altra al mondo». Ted e Susan sono degli antieroi per eccellenza. Invece che raccontare di traversate eroiche, di tempeste impossibili e nubifragi disastrosi, raccontano di quella volta in nuova Zelanda che hanno scalato una montagna, di quell’altra in nuova Caledonia quando hanno fatto del trekking. Lei, Susan, soffre il mal di mare e non si vergogna di dirlo. Non le piacciono le traversate. Le accetta perché non può fare altro, ma preferisce fermarsi a terra, visitare i posti. n loro vagabondare è lento. In dieci anni sono stati sempre in Pacifico. Le soste nei porti sono lunghe. Le giornate sono scandite tra le passeggiate in bicicletta la mattina e la manutenzione della barca nel pomeriggio. Nel loro guscio, apparentemente minuscolo, durante le vacanze di Natale li raggiunge la mamma di Susan di 87 anni! Hanno passato un anno in Nuova Caledonia, uno alle Vanuatu, uno alle Tonga, tre in Australia «<È così grande che per conoscerla ci vorrebbero dieci anni», dicono), due in Nuova Zelanda. L’anno prossimo andremo a André a bordo della sua Samoa (12 m). un Sun Fizz vecchio di 17 anni. Nord, alle Salomon – ci hanno scritto – ma non siamo sicuri perché non abbiamo ancora avuto l’ok dall’assicurazione». «Noi senza assicurazione non andiamo da nessuna parte – usava dire Ted con un sorriso bonario – forse perché siamo americani, forse perché siamo vecchi ». Vecchio modello di serie, eppure … – La barca di André, Samoa, è un Sun Fizz di 12 metri, vecchio di 17 anni. Una barca banale, di serie, uguale a centinaia di altre che in Mediterraneo escono solo per le crocierine estive. Lui, André, non è banale per niente. Sessantadnque anni. Fisico asciutto e scattante. Sguardo pulito e penetrante, naviga da sette anni, i primi con una compagna, poi da solo, e in solitario ha percorso mezzo mondo. La sua barca porta i segni dell’ età: il “gel coat” è screpolato, lo scafo è ingiallito e ci sono colate di ruggine in corrispondenza degli arridatoi. Dentro la barca i legni del tavolo, del pavimento, delle cuccette sono vecchi, con la vernice screpolata. C’è odore di chiuso, forse anche di sporco, ma non è sciattezza. È una tra~andatezza quasi voluta. Non proprio una scelta, ma una accettazione filosofica del fatto che le cose si consumano e fino a ché consumandosi non perdono la loro funzione, tanto vale lasciarle così. Gli strumenti del carteggio, le carte, l’ Ssb, il computer che si interfaccia con la radio, che trasmette gli e-mail e che riceve le carte meteorologiche, tutte queste cose sono perfette e ed efficienti. «Sei contento André della tua barca?», gli chiediamo. «Non sorisponde – sono abbastanza contento. Solo mi piacerebbe che la prua non fosse così piatta e larga. Quando siamo di bolina, con mare formato, picchia molto nelle onde e mi fa un po’ paura». E mentre lo dice sorride, con il sorriso semplice .e chiaro di uno che accetta di avere paura. “Per il resto – continua André – la barca è sempre andata bene. Non si è rotto mai niente. Di bolina cammina benino e in poppa è velocissima. I primi anni, nelle andature portanti, con vento forte era difficile da tenere, ma da quando ho messo un timone a vento esterno (un modello del tipo Mustafà) non succede più. Il timone principale, bloccato al centro, fa da seconda deriva e la barca è diventata stabile e docile». La barca di André è un modello di serie costruito senza particolari pretese. Una di quelle che a molti sembrano troppo leggere per affrontare una navigazione impegnativa e che non ci sentiremmo di consigliare. Eppure eccola lì, ancorata in un fiordo pieno di mangrovie, alle Fiji, al centro del Pacifico, a raccontare che di miglia ne ha fatte, che non è successo nulla e che le nostre valutazioni, forse, erano un pochino pessimiste.

Gen 012005
 

Quella che si vive sul mare, sotto una vela spinta dal vento, è una libertà quasi infinita. Dopo 15 anni non ci siamo ancora abituati ed è difficile vederne i limiti. Chi vive sulla terra, intorno, ha sempre lo stesso orizzonte. Ha sempre gli stessi vicini e respira sempre la stessa aria. Su una barca é diverso. L’orizzonte cambia ogni volta che lo si vuol far cambiare. Basta issare le vele e puntare verso il largo per trovarsi ogni volta di fronte alla libertà più bella e più grande di tutte: quella di scegliere una rotta tra le mille possibili che il mare mette a disposizione. E in fondo alla rotta c’é sempre un posto nuovo, un paese nuovo, nuova gente.

L’anno scorso siamo tornati alle Fiji. Erano passati 15 anni da quando, la prima volta, eravamo passati da lì, sul Vecchietto la vecchia mitica Alpa 11,50, durante il nostro primo giro del mondo. Ripassare dopo tanti anni in un luogo di cui si conservano bei ricordi, si dice, sia un errore. Tutto cambia e si rischia di scoprire che le cose che ci avevano fatto stare bene non ci sono più, che i luoghi sono diversi, che la gente è cambiata e via discorrendo. Così è con un po’ di ansia che ci siamo avvicinati all’arcipelago. In realtà, più che per quel che avremmo trovato o meno, l’ansia era dovuta al fatto che avevamo fatto la traversata dalle Vanuatu (500 miglia) navigando solo con il sestante. Il GPS si era rotto, avevamo fatto tutta la strada di bolina ed eravamo distrutti, stanchi morti e incerti. Il nostro punto era approssimativo, fatto solo due volte al giorno con i rilevamenti del sole e portato avanti con la stima ad occhio della velocità. Infatti se non funziona il GPS non si sa più nemmeno a che velocità si cammina, perché la famosa etichetta fuori scafo che un tempo si teneva accuratamente pulita, ormai da anni è un’inservibile incrostazione calcarea. E in più c’era vento forte e mare enorme.

Finalmente una mattina è comparsa, lontanissima, la terra e insieme è comparsa anche una nave, la prima in 10 giorni di navigazione, anche lei che saliva e scendeva tra le onde, che appariva e scompariva tra le creste. L’abbiamo chiamata con il VHF e abbiamo chiesto la posizione, perché, per avvicinarsi a terra a cercare il passaggio tra i reef che immette nelle acque interne dell’arcipelago, bisogna essere ben certi delle proprie coordinate. Sorpresa, il nostro punto artigianale era abbastanza giusto ed eravamo a 7 miglia dall’imbocco del passaggio.

Abbiamo chiesto se fosse normale tutto quel vento.

“Eh, summer monsoon”, è stata le risposta enigmatica, accompagnata da una risata. Vuol dire che quello che a noi sembrava proprio un gran vento, ad altri non sembrava tale. Questione di dimensioni, di altezza sull’acqua, di punti di vista e forse, di lunghezza di scafo. Così abbiamo fatto finta che quelle onde enormi non fossero tali, abbiamo puntato verso terra, imboccato la passe che conduce nelle acque interne dove il vento, come per incanto, è scomparso, fermato dalle vette dell’isola maggiore.

La prima cosa che colpisce, entrando, sono i colori: tinte pastello, bellissime, più intense di quanto ce le ricordassimo, con gli azzurri e i rosa della laguna così delicati e sfumati da sembrare acquerelli e i verdi e i gialli dei bassifondi corallini che con la loro tonalità dicono quanto sia profonda l’acqua e quanto ci si possa avvicinare, e i bianchi accecanti delle spiagge infinite ricoperte di palme. La seconda cosa che si nota, una volta scesi, è la gentilezza di una delle popolazioni più ospitali del mondo. La gente per la strada che saluta e dice Mbula, che vuol dire “benvenuto straniero”. La gente nei villaggi che ci ferma continuamente per chiederci chi siamo, da dove veniamo, cosa pensiamo delle Fiji, e tutti immancabilmente che ci invitano nella loro capanna, a bere il te fatto con le foglie dell’erba limoncina, o la kava, ottenuta con le radici tritate della Piper metisticumun. Insomma, un posto bellissimo. Allora? Tutto bene? Non è cambiato nulla? No è cambiato moltissimo. La capitale, Suva, un tempo una tranquilla e sonnacchiosa cittadina, ora è un posto rumoroso, con tanto di traffico, di inquinamento e di nascente delinquenza. Nelle isole fuori mano invece i modi della gente non sono cambiati, ma sono comparsi i primi segni di modernità. Le lamiere ondulate hanno preso il posto dei tetti di paglia e i bure tradizionali, fatti interamente di cocco sono scomparsi, sostituiti da orribili costruzioni grigie in mattoni di cemento. Per chi arriva in barca le cose sono cambiate ancora di più. Se quindici anni fa non c’era neanche un marina, oggi ce ne sono tre. Se allora per far carena non si poteva far altro che andare sullo scivolo dei pescatori di Suva, dove alaggio e varo erano operazioni rocambolesche che però costavano solo poche decine di dollari, oggi ci sono due cantieri, con tanto di travel lift, di shipchandler e di tariffe europee. Se quindici anni fa nell’arcipelago passavano 20 barche all’anno, oggi ne passano molte centinaia e gli ancoraggi più belli come la Blu Lagoon delle Yasawa, cominciano ad essere affollati, proprio come in Mediterraneo, con la differenza che qui le barche sono americane, australiane, neozelandesi, giapponesi. Per noi, che abbiamo scelto il lavoro di andare a cercare gli angoli più remoti e i luoghi più sperduti dove sopravvivono natura e tradizioni e di raccontare queste cose nei nostri libri e nei documentari, quelle baie affollate non erano più interessanti e quei marina perfetti e puliti dove la gente si ritrova la sera per il BBQ, la birra e i racconti di traversate eroiche, lo erano ancor meno. “Che facciamo?” “Mha, proviamo ad andare un po’ controvento” Alle Fiji controvento vuol dire Est, verso quella parte dell’arcipelago che si incontra per prima quando si viene dalle Tonga, ma dove nessuno si può fermare perché non si sono ancora espletate le procedure di entrata nel paese.Una volta arrivati alla capitale, o in uno degli altri porti doganali, e sbrigate le formalità, è difficile tornare verso quelle prime isole, perché, appunto, si dovrebbe navigare controvento e tutti preferiscono proseguire per le Yasawa, sottovento, altrettanto belle, ma più comode. “Va bene, proviamo verso Est” e già che c’eravamo abbiamo deciso di puntare verso l’isola più lontana, a 300 miglia dalla capitale, l’ultimo avamposto orientale dell’arcipelago.

Ci sono voluti 12 giorni, giocando a nascondino con il vento, passando sottovento alle isole quando riuscivamo, picchiando con il mare corto e con il vento in faccia quando eravamo costretti a farlo. L’ultima parte è stata la più dura: di nuovo in oceano aperto, con onde di due o tre metri, e il solito vento di bolina. Vento moderato, di 15-20 nodi, che però, se è contrario, sembra una piccola tempesta e ti fa rollare e faticare e star male, ma ormai eravamo quasi arrivati.

L’ultima isola dell’arcipelago, la nostra isola controvento, in realtà è un atollo. Una cintura ellittica di coralli con un’entrata sul lato occidentale e con un’unica parte di terra emergente piccola piccola sul lato orientale, dalla parte opposta all’entrata.

Alle 4 di notte il GPS, che nel frattempo è stato riparato, dice che siamo a 4 miglia. Fuori non si vede nulla. Ci mettiamo alla cappa, tra le solite onde che ci fanno rollare paurosamente, e aspettiamo. Arriva la luce rosata dell’alba. Arrivano il giallo del sole con il suo calore. Anche con il chiaro, però, non si avvista nulla. E’ normale. Non c’è terra su questo lato e la barriera si vede solo quando si è vicini. Riapriamo il fiocco, lo cazziamo, e riprendiamo la bolina, sempre verso Est. Dopo neanche un’ora appaiono i frangenti. Sono diversi dalle solite creste bianche che si vedono qua e là a screziare il blu che ci circonda e che si formano quando la cresta di un cavallone diventa troppo ripida e instabile. Questi sono meno irregolari. Appaiono e scompaiono ma si formano sempre sullo stesso posto, sono messi in linea e rivelano la presenza dell’ostacolo nascosto della barriera. Ancora mezzora ed ecco una interruzione netta nel bianco dei frangenti, una specie di porta, di corridoio, un passaggio dove il mare rimane blu. Avanziamo. Il sole, sorto da due ore, è ancora basso e siccome procediamo per Est ci si vede male. L’entrata però è larga un quarto di miglio e sorprendentemente facile. La imbocchiamo e in due minuti il mondo cambia: l’acqua diventa azzurra, il fondo da migliaia di metri che era risale a 35 e quel che più conta, le onde da 3 metri diventano ondulazioni gentili. Intorno a noi c’è sempre oceano a perdita d’occhio, ma dentro la laguna è come essere in un lago.

Il nostro atollo è lungo venticinque miglia, e largo sei o sette. E’ così grande che potrebbe contenere l’intera isola d’Elba. L’isola, sul bordo orientale, non è ancora in vista, e continuiamo a navigare, sempre verso est, sempre contro lo stesso aliseo da 15-20 nodi, ma farlo senza onde è persino divertente. Facciamo bordi che durano poco più di un’ora, prima per Nord Est finché non avvistiamo i frangenti che formano il limite nord dell’atollo, poi verso Sud Est finché non compare il bordo meridionale e così via. Sul plotter le spezzate della nostra bolina si allineano precise e dritte come gli zig zag di una macchina da cucire. Fa caldo, è divertente, e la barca corre veloce. Dopo 6 bordi appare l’isoletta. Dopo altri tre, a metà pomeriggio, il fondo risale, l’azzurro si intensifica, i banchi isolati di corallo a cui si deve sempre stare attenti quando si naviga in un atollo diventano più fitti. Ammainiamo e continuiamo a motore, piano piano, prima su 10 metri, poi otto, poi sei. Dobbiamo anche tener conto della marea che ha un’escursione di tre metri. Come sarà adesso? Alta o bassa? A un miglio da terra il fondo è 5 metri e il corallo in giro è semplicemente troppo. Ancoriamo, anche se siamo così lontani che non si vede neppure se l’isola sia abitata o no, e per scendere a terra ci vorrà mezzora di gommone, pazienza.

Ed è stato così che per gioco, senza saperlo, siamo arrivati in una specie di paradiso. Un’isola bellissima, incontaminata, dove vivono solo 4 persone che non vedono mai nessuno. Qui, su quest’atollo, non arrivano ne navi ne traghetti. Negli ultimi 10 anni, ci raccontano gli abitanti, è passata un’unica barca a vela e solo un paio di volte l’anno, nel periodo delle calme invernali, qualche pescatore coraggioso si spinge fin qui dalle Fiji attirato dalla incredibile abbondanza di pesci della laguna.

L’isola è lunga 5 chilometri e larga qualche centinaio di metri. I suoi abitanti vivono in una radura proprio al centro. Per il resto solo spiagge senza orme, terra coperta di cocchi e piante aggrovigliate, lagune piene di coralli e di pesci, scogli corallini abitati da milioni di granchi e di murene. Ci sono anche due isolette piccole che chi ha disegnato la carta non si è curato di riportare. Sono letteralmente coperte di uccelli, di sule, di fregate, di sterne che vengono a depositare le uova e a covarle e che non fuggono quando ci avviciniamo con la telecamera. Ci sono pipistrelli giganti con le ali larghe un metro e ci sono persino i granchi del cocco che altrove sono scomparsi perché troppo appetitosi e troppo facili da catturare. Qui tutto è intatto, incontaminato, primordiale. Così su questa isola abbiamo girato le immagini di uno dei più bei documentari che abbiamo prodotto, con protagonisti l’isola, i suoi abitanti e i suoi animali.

Beh, non era proprio solo paradiso. C’era anche qualche inconveniente, come i milioni di zanzare che a terra, attive anche di giorno, si sono rivelate indifferenti a tutti i nostri repellenti. L’unico modo di evitarle era quello di stare immersi nell’acqua fino al collo o di stare immersi nel fumo delle scorze di cocco, che gli abitanti accendevano intorno alle capanne per tenerle lontane, ma così si restava intossicati. In barca si stava bene, tranne che con l’alta marea, quando, per qualche ora, l’onda oceanica riusciva a superare l’ostacolo della barriera ed entrava in laguna facendoci rollare come fossimo in navigazione. Ma questi disagi, in fondo, sono un costo accettabile, una fatica che si fa volentieri, come quella di andare controvento.

Il nostro racconto finisce qui. Dite che ci siamo dimenticati qualcosa? Il nome dell’atollo? No, non ce lo siamo dimenticati. Non lo abbiamo detto di proposito. Negli ultimi anni ci è capitato di notare che, una piccola informazione su un posto, può scatenare un fenomeno a valanga, che riversa sul luogo una numero di barche tali, da stravolgerlo. Un esempio? Nella baia di Port Resolution, alle Vanuatu, si poteva accedere solo dopo aver fatto l’entrata ufficiale dall’altra parte dell’isola, in un porto impossibile, senza ancoraggio e senza riparo. Quando si seppe, perché una barca diffuse la notizia per radio, che si potevano pagare gli ufficiali e farli venire con il fuoristrada fino a Port Resolution per sbrigare lì le pratiche, molte barche cominciarono a fermarsi. Ora è istituzione che la pattuglia arrivi una volta la settimana. Morale, in una baia dove si vedevano non più di una dozzina di barche l’anno, lo scorso agosto ce ne erano venti contemporaneamente, con gommoni da quaranta cavalli che schizzavano su e giù tra le canoe dei nativi, con i BBQ organizzati sulla spiaggia, e con le mamme americane che spiegavano alle maestre della scuola come far giocare i bambini e altre amenità del genere. La cosa peggiore, e noi l’abbiamo vista con i nostri occhi, è stato quando, l’equipaggio di due barche (tacciamo la nazionalità) hanno fatto un accordo per farsi cucinare un pasto a terra. In cambio hanno portato una bottiglia di rum. Il giorno seguente, uno dei due cuochi, un ragazzo di 25 anni, gentile e disponibilissimo, ha picchiato la madre. Con tutte le conseguenze che un episodio del genere si porta dietro, in una società dove la famiglia è il centro della vita!!

Ci spiacerebbe pensare a una situazione simile nel nostro atollo figiano. Il nome non ve lo diciamo, ma se qualcuno di voi ci vuole andare, lo cerchi attentamente, a Nord Est, e ancora più a Est, sulla carta delle Fiji.