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Paura di fermarsi - Molucche

Paura di fermarsi – Molucche

Stiamo navigando attraversando le  Molucche. A vederle sulla carta sembrano un labirinto capriccioso di puntini. Puntini grossi e puntini piccoli sparpagliati sul mare enorme e separati da grandi distanze. A vederle nella realtà, dal ponte della Barca Pulita che corre e rolla nelle onde, hanno l’aspetto di terre grigie e irreali, di coste fumose e irraggiungibili al limite lontano di un mare veramente grosso e difficile.

Il fatto è che non sappiamo bene su quale isola fermarci,  e a dir la verità, abbiamo anche un po’ paura.

Le Molucche, oggi,  fanno parte dell’Indonesia, di cui sono una delle province più esterne e dimenticate, ma, nei secoli scorsi, queste isole erano famose perchè erano l’unico luogo dove crescevano la noce moscata e i chiodi di garofano. Olandesi, Inglesi, Portoghesi, si fecero per secoli una concorrenza spietata per commerciare con quelle isole lontane. Le navi, per raggiungerle, affrontavano un viaggio lunghissimo. Molte non tornavano affatto, affondavano per strada, erano preda dei pirati o finivano sugli scogli. Ma quelle che tornavano avevano le stive piene di spezie che a quei tempi, in Europa, servivano per conservare la carne e per mascherarne il sapore cattivo quando si guastava. Una sola nave su dieci che riuscisse nell’impresa portava un guadagno sufficiente a compensare la perdita delle altre.

Poi col passare dei secoli, la coltivazione delle spezie venne tentata anche su altre isole più vicine e più facili da raggiungere e le Molucche, lentamente, scomparvero dalla scena fino a tornare l’arcipelago remoto che erano sempre state.

Negli ultimi anni poi alla difficoltà di arrivarci si è aggiunto il problema della situazione politica che alle Molucche è problematica. Da qualche tempo, tra cristiani e mussulmani è in corso una assurda guerra di religione. I mussulmani per lo più sono i giavanesi mandati dal governo centrale per colonizzare la zona, mentre i cristiani (luterani) sono gli abitanti originali. Per anni le due fedi hanno vissuto in pace e serenità gomito a gomito, ma da quando c’è stato il moto rivoluzionario che ha destituito il dittatore Suarto, qui, come in altri posti, la convivenza tra i due gruppi religiosi è diventata difficile. Non passa giorno da un paio di anni a questa parte che non ci siano morti su entrambi i campi. L’aeroporto di Ambon, la capitale del distretto, è chiuso ai velivoli civili e agli stranieri è sconsigliato se non addirittura vietato fare scalo nella regione.

Paura di fermarsi - Molucche

Paura di fermarsi – Molucche

Penso a queste cose mentre guardo e riguardo la carta nautica in cerca dell’isola giusta per fermarci. Fuori il vento soffia impetuoso come ha fatto per tutta l’ultima settimana. La nostra barca corre sulle onde frantumandole e sollevando schizzi e frangenti. Con le vele ridotte al minimo e in una andatura scomoda e movimentata facciamo fatica a muoverci, a cucinare e a fare qualsiasi altra cosa dentro la barca, ma percorriamo una gran quantità di miglia ogni giorno.

Ieri siamo passati ad Ovest ad un gruppo di isole che si chiamano Kai. A vederle sulla carta veniva proprio voglia di fermarsi: grandi baie riparate, e ampi pezzi di barriera corallina. Ma erano un po’ troppo ad est  e avremmo dovuto stringere la bolina e andare controvento, e col mare che c’è sarebbe stato come andare a sbattere contro un muro di onde, con spruzzi, urti, frangenti, e anche il rischio di rompere qualche cosa. E poi erano anche un po’ troppo grandi, e isole grosse può voler dire grossi centri abitati, e grossi centri abitati può voler dire problemi con la gente. Noi abbiamo deciso di passare lo stesso dalle Molucche ignorando gli avvisi a starne alla larga che ci sono arrivati da tutte le parti, ma per prudenza tenteremo di restare sulle isole più esterne e più piccole, su quelle insomma dove forse la gente non ha avuto nemmeno notizia dei disordini in atto. Morale: abbiamo tirato dritto.

Siamo passati vicino ad un altro gruppetto di isole dal nome invitante: “Pulau Pulau Tiga Saudara”, che in Indonesiano vuol dire “isole sorelle” ma eravamo vicini al tramonto e non c’era luce abbastanza per avvicinarsi e cercare una baia calma per ancorare. Durante la notte abbiamo passato altre isole ancora, e oggi finalmente abbiamo tentato di entrare in un atollo, che si chiama Uran. E’ una struttura di corallo semisommerso che si stende in mezzo al mare per qualche miglio, rompendo le onde e creando zone di acqua riparata. Sognavamo già l’acqua calma e trasparente, la barca finalmente ferma, e la possibilità di ammirare fondali marini probabilmente mai esplorati, perchè gli atolli spesso sono del tutto disabitati.

Ma era destino che non ci si dovesse fermare: a 10 miglia dall’arrivo il tempo è cambiato. Il cielo si è rapidamente rannuvolato e il vento è ulteriormente aumentato. Per trovare la strada tra i coralli di un atollo è essenziale avere il sole che metta in evidenza i pericoli sommersi mentre noi ci trovavamo con la prospettiva di un temporale.

“Lasciamo perdere?”

“Lasciamo perdere!”

Abbiamo modificato leggermente la regolazione del timone a vento e la Barca Pulita ha deviato, riprendendo la sua cavalcata verso Nord Est. I frangenti enormi prodotti dal franger del mare sul bordo esterno dell’atollo ci sono passati a fianco, sulla sinistra, mentre noi, sottocoperta, ricominciamo a studiare la carta per cercare di nuovo l’isola giusta per fermarci.

 In Irian Jaya la situazione è diversa: all’inizio dello scorso mese di giugno la regione ha dichiarato la propria indipendenza dall’Indonesia, In verità è stata solo una frangia politica a farlo, ma da quel momento, tutti i porti e gli aeroporti, nonchè le città principali sono presidiate da gruppi dell’esercito, che si limitano per ora a marciare e ad esibirsi in parate, per mostrare alla popolazione che quello è l’esercito dell’Indonesia, della quale fanno parte. Insomma la tensione sale e, dicono i pessimisti, la situazione potrebbe precipitare.

Guardo le isole scorrere in lontananza … per ora non c’è stato nulla di invasivo, ma l’avvicinarsi del mese di agosto e la presenza di turisti, potrebbe essere una buona opportunità per azioni dimostrative che portino la situazione a conoscenza dei media mondiali.

Noi non sappiamo bene come comportarci. Per esperienza sappiamo che sostando solo nelle piccole isole e nei villaggi lontani, non si corre alcun pericolo. Gli abitanti delle aree periferiche in questa zona di mondo non sanno mai quello che sta succedendo tra i ricchi e potenti, certo è però che in questo periodo ci sono in giro molte navi militari e il rischio potrebeb essere di essereintercettati da una di loro. A questo punto saremmo obbligati a fare l’entrata ufficiale e per questo a recarci in un centro importante,E lì potremmo diventare facile bersaglio.

Mha, vedremo!

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Primo contatto - Irian Jaya

Primo contatto – Irian Jaya

Le Molucche oramai se ne sono andate. La situazione politica e quella meteorologica ce le hanno rese inaccessibili. Peccato, ma sarà per la prossima volta. Adesso c’è l’Irian Jaya. Anche e anche qui il clima politico è caldino.

All’inizio dello scorso mese di giugno la regione ha dichiarato la propria indipendenza dall’Indonesia, In verità è stata solo una frangia politica a farlo, ma da quel momento, a quel che ci consta, tutti i porti e gli aeroporti, nonchè le città principali sono presidiate da gruppi dell’esercito. I militari  si limitano per ora a marciare e ad esibirsi in parate, per mostrare alla popolazione quello che è l’esercito dell’Indonesia, della quale fanno parte. Per ora non c’è stato nulla di invasivo, ma l’avvicinarsi del mese di agosto e la presenza di turisti, potrebbe essere una buona opportunità per azioni dimostrative che portino la situazione a conoscenza dei media mondiali.

Noi non sappiamo bene come comportarci. Per esperienza sappiamo che sostando solo nelle piccole isole e nei villaggi lontani, non si corre alcun pericolo. Gli abitanti delle aree periferiche in questa zona di mondo non sanno mai quello che sta succedendo tra i ricchi e i potenti, certo è però che in questo periodo ci sono in giro molte navi militari e il rischio potrebbe essere quello di venire intercettati da una di loro. A questo punto saremmo obbligati a fare l’entrata ufficiale e per questo a recarci in un centro importante e lì potremmo diventare facile bersaglio.

Primo contatto - Irian Jaya

Primo contatto – Irian Jaya

Per ora dunque ci siamo fermati in un posto completamente disabitato. Si tratta di una baia molto vasta, nella parte sud della penisola……

Il mare è calmo e liscio come in un lago. Le onde che ci hanno accompagnato fino a ieri, si sono fermate fuori, schermate dall’entrata sud della baia.

La costa è un susseguirsi di piccole insenature, al fondo delle quali c’è una spiaggia bianchissima. Poi, pochi metri più in là, comincia una vegetazione fitta, verde e rigogliosa, che si arrampica sulla roccia e arriva fino in cima alla montagna. Dove non c’è sabbia, c’è una costa rocciosa, nella quale il mare ha eroso mille buchi e centinaia di caverne, dove pare che un tempo, gli abitanti delle isole vicine, venissero a seppellire i propri morti.

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Sorong - Irian Jaya

Sorong – Irian Jaya

Abbiamo optato per l’entrata ufficiale in Indonesia, non si sa mai, e per farlo, cioè per farci timbrare i passaporti, per farci rilasciare il permesso di navigare nelle acque indonesiane, e per farci fare il controllo doganale, abbiamo scelto il porto di Sorong. E’ una cittadina sorta negli anni 60 sulla scia della scoperta di giacimenti di petrolio nel mare circostante e  dello sfruttamento del legname. Ma poi, esauritosi in gran parte il petrolio, le trivellazioni non sono più state proseguite e la città ha perso l’importanza che aveva all’inizio.

Per arrivare a Sorong abbiamo navigato per due notti e un giorno lungo una costa verdissima. La vegetazione cade dalle montagne fino al mare in un susseguirsi di insenature e di calanchi. Unica interruzione fra tanto verde la cittadina di Fakfak che si arrampica su per la pendice della montagna. Da lontano, con il cannocchiale abbiamo visto una nave militare attraccata alla banchina. Ci siamo tenuti lontani, navigando, in quel tratto, all’esterno della catena di isole che fronteggiano la costa.

All’alba del secondo giorno eravamo all’ingresso di un canale largo mezzo chilometro che porta a Sorong. Le rive erano tutte ricoperte di mangrovie e il canale stesso è punteggiato di isolotti verdi e di reef segnalati da boe incerte e un pochino ambigue.

Comunque alla fine, dopo un po’ di ore di navigazione siamo arrivati a destinazione.

Il porto praticamente non esiste. E’ una rada ampia, con delle isolette che fanno da frangiflutti. Ci sono decine di vecchi moli scassati e arrugginiti, pontili si legno con barche da pesca e rimorchiatori. A un pontile all’estremità nord è attraccata una nave militare. Ci accorgiamo che è militare perchè porta un grosso 65 stampato su entrambe le fiancate. Per il resto il grigio originale è completamente trasformato in ruggine con colate più o meno intense e con pezzi di lamiera che pendono da tutte le parti. Secondo il portolano in prossimità della zona dove è attraccata la nave militare, ci sarebbe il posto più adatto per l’ancoraggio con un fondale di sabbia sui 10 metri.

Ma quando ci avviciniamo ci accorgiamo che a terra c’è un intero plotone sull’attenti che sta per essere passato in rassegna da qualche pezzo grosso vestito in abiti civili.

I militari che invece sono rimasti a bordo della nave, e sono tantissimi, tutti stipati sotto coperta, si portano dalla parte dove passa la nostra barca, guardando incuriositi e tentando qualche timido saluto.

Sorong - Irian Jaya

Sorong – Irian Jaya

Non ci piace tanto la vicinanza con queste persone, dopotutto sono armati, non si può mai sapere. Dalla parte opposta della rada, verso sud, ci sono delle barche di legno con un bilanciere su entrambi i lati. Sono barche che abbiamo visto spesso in Indonesia, di solito vengono utilizzate per pescare i totani, I pescatori escono al tramonto, accendono delle lampade a cherosene che appendono a balzo fuori dalla barca e in questo modo attraggono i totani. La mattina seguente rientrano al villaggio con i graticci sopra i bilancieri ricoperti di totani messi a seccare.

Lì l’acqua è più profonda e il fondale è di fango e cattivo tenitore. Abbiamo buttato due ancore e 60 metri di catena, ma almeno i nostri vicini sono tranquilli pescatori disarmati.

Per scendere a terra abbiamo lasciato il gommone attraccato ad un pontile di legno affidandolo a uno dei pescatori. Il pontile era una lunga passerella semidiroccata ai lati della quale sorge un quartiere di palafitte di legno. Ogni palafitta ha una veranda e una porta sul retro, un piccolo recinto riparato che evidentemente è il bagno e la zona cucina riparata da una semplice tettoia. Quando siamo scesi era bassa marea, e sotto le palafitte e sotto il pontile si vedeva una melma verdognola e viscida, ricoperta di ogni tipo di spazzatura e di porcheria.

“Certo che la vista dal balcone di casa non è delle migliori!”

“Lascia perdere. Pensa piuttosto a domani, quando dovremo tirare su la nostra catena cosa ci sarà attaccato!”

La processione tra i vari uffici è stata veloce, l’unico problema che l’immigrazione, la capitaneria di porto e la dogana sono ai tre poli opposti della città. Così abbiamo fatto la spola tra l’uno e l’altro servendoci di pulmini pubblici stipati all’inverosimile e dove la musica viene sempre tenuta a volume da discoteca.

Alla sera tutte le nostre pratiche erano già risolte, e stanotte ce ne siamo venuti via con destinazione l’isola di Batanta e 15 miglia, dove contiamo di arrivare tra poco.

Oggi 17 Agosto, in Indonesia si celebra la festa dell’indipendenza. Il 17 Agosto del 1947 infatti gli olandesi se ne andarono. Con l’aria secessionista che tira in questo periodo in Irian Jaya, e con la presenza della nave militare, non abbiamo voglia di essere in un centro abitato proprio il giorno della festa dell’Indipendenza.

A Batanta non vive nessuno, a parte forse qualche pescatore di passaggio, e non dovremmo correre nessun rischio.

Vele di pandano, arpioni di bambù

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Sono più di sei anni che vagabondiamo per l’Oceano Indiano, e in questo mare enorme, abbiamo visto tante cose. Siamo sbarcati su isole abitate da milioni di uccelli, abbiamo costeggiato le infinite spiagge incontaminate delle Chagos, abbiamo vissuto con i cacciatori di squali del Mar Rosso, abbiamo filmato le tartarughe di Aldabra, i mangiatori di meduse del canale di Malacca, le vele tradizionali degli zingari del mare, e così via.

Ma quella che abbiamo trovato qui, nel mare della Cina Meridionale, in questo lontano villaggio dell’Indonesia orientale, è davvero una realtà eccezionale. Qui i pescatori vanno ancora a caccia di balene con barche di legno e vele di flio di palma. .

Nel venire a cercare il villaggio ci siamo basati su poche e vaghe notizie raccolte nel corso degli anni. Sapevamo che anni fa, ai tempi della moratoria mondiale sulla caccia alla balena, si era deciso di fare eccezione per questa gente, in considerazione del fatto che qui i cetacei venivano cacciati solo per nutrire la gente poverissima del villaggio, che si trattava di una attività tradizionale e antichissima, e che comunque la quantità di balene pescate era piccola.

Siamo venuti con qualche dubbio, veleggiando faticosamente tra isole avvolte dalle correnti e tormentate da venti capricciosi. Più di una volta ci siamo chiesti se valesse la pena di fare così tanta fatica per arrivare in un luogo di cui non sapevamo nemmeno l’esatta ubicazione. E c’era stato anche chi ci aveva detto che ormai questa pesca non si praticava più da anni, e che le barche a vela de Lamalera erano ormai state abbandonate. Alla fine comunque siamo venuti, e quello che abbiamo trovato è andato al di la di ogni aspettativa.

Le barche di Lamalera sembrano oggetti di 1000 anni fa. Gli scafi sono costruiti senza chiodi e senza viti, solo di legno tenuto insieme con incastri e spine, a loro volta di legno. Le vele, bellissime, sono realizzate intrecciando le foglie delle palme. L’albero che sorregee la vela, l’antenna, il boma, il buttafuori e tutti i pali sono di bambù. Le corde sono di fibra di cocco, e persino gli arpioni con cui qui cacciano balene, delfini, mante e quanto altro il mare mette a disposizione, vengono forgiati a mano nelle capanne dietro la spiaggia.

La Barca Pulita da oltre due mesi è ferma di fronte al villaggio. Il fondo nel tratto di mare prospiciente la riva risale da profondità insondabili per diventare subito bassissimo e pericoloso. Per ancorare la barca abbiamo dovuto fermarci alla cappa, avvicinarci a riva con il tender e scendere sott’acqua con le bombole per fissare attorno ai coralli delle catene a cui fissare la barca. Ogni volta che il tempo peggiora dobbiamo mollare in acqua ancore e catene e spostarci al largo, per allontanarci dai pericoli in attesa che passi la tempesta. Ma qui abbiamo raccolto immagini eccezionali e la storia di un popolo di navigatori che persevera in una tradizione millenaria.

Lamalera è completamente isolata dal resto del mondo. Non ci sono strade, non c’è elettricità, non ci sono telefoni ed è fuori dalla copertura dei telefoni satellitari GSM. C’è anche poco da mangiare perché mentre nel villaggio tutti mangiano carne e grasso di balena, i nostri stomaci delicati rifiutano questo menu. Comunque resteremo a Lamalera tutto il tempo necessario per filmare questa gente e questa incredibile tradizione.

Lamalera si trova sull’isola di Lembata, una delle tante terre che formano l’arcipelago di Nusa Tengara Timur, ad est di Flores, in Indonesia. Per raggiungere il villaggio bisogna prima portarsi sulla estremità orientale di Flores, da qui prendere una barca per Lembata, e una volta sbarcati a Lembata, bisogna camminare per molte ore lungo i sentieri dell’Isola. Oppure, come abbiamo fatto noi, bisogna arrivarci con la propria barca, ma è difficile perché l’isola sorge con pareti a picco sul mare, non dispone di ancoraggi, ed è difficile sbarcare e difficilissimo ancorare la barca.

Le case del villaggio sono addossate attorno ad una spiaggetta di sabbia nera che costituisce l’unico approdo disponibile lungo la costa meridionale di Lembata, mentre tutto attorno la terra è battuta dalla risacca. Ogni mattina alle sei gli isolani mettono in mare quattro o cinque imbarcazioni lunghe una decina di metri e larghe due, ciascuna in grado di portare una decina di uomini. Per superare la linea della battigia lungo la quale si infrangono le onde sono necessarie una trentina di braccia e tutto il villaggio comprese le donne e i bambini partecipa alla messa in mare delle barche. Sono barche veramente strane. A vederle così, con le vele fatte di foglie intrecciate, con gli alberi fatti di bambù, con gli scafi di legno massiccio e i timoni che sono solo semplici pagaie adoperate da poppa, queste barche sembrano reperti usciti da un passato molto lontano. Ricordano la barca di Ulisse, o le barche dei vichinghi. Per la forma primitiva delle vele e dello scafo non sono in grado di stringere il vento e si spostano solo nelle andature di poppa o al traverso. Se le condizioni del mare si fanno difficili, o quando il vento diventa contrario gli equipaggi devono mettersi ai remi, tutti assieme, proprio come si faceva nelle galere romane. Eppure con questi legni primitivi i pescatori di Lamalera affrontano le tempeste dei monsoni del mare della Cina meridionale, e sempre con queste barche vanno a caccia degli animali più grandi della terra.

Appena usciti puntano verso il largo mantenendosi in formazione. Un uomo al timone, un altro alle scotte, e i rimanenti, a turno, di vedetta, a scrutare l’orizzonte per cercare un segno delle balene. Gli avvistamenti, naturalmente, sono rari, e nella maggior parte dei casi dopo aver passato la giornata a pattugliare un mare vuoto e silenzioso, rientrano la sera a mani vuote Ma dopo giorni e giorni di magra, a un certo punto si avvista la balena. Gli uomini afferrano i remi e pagaiano tutti insieme lanciandosi verso la grande bestia. Se la balena è sottovento ci si aiuta anche con la vela. Se è sopravvento si ammaina, e si procede solo coi remi. Ma il comportamento dei giganti del mare è imprevedibile. A volte, all’avvicinarsi degli uomini, le balene si immergono e scompaiono. A volte riappaiono a grande distanza, e l’inseguimento può continuare per ore, sotto il sole, con le barche che avanzano penosamente lente. A volte, inspiegabilmente, si fermano e si lasciano avvicinare.

Mentre la distanza si riduce un uomo si prepara sulla punta più estrema della barca, con un arpione di ferro applicato sul vertice di un lunghissimo bambù. La barca si avvicina mentre il bestione inconsapevole, resta immobile in superficie, spruzzando di tanto in tanto con lo sfiatatoio. Quando la balena è a tiro l’uomo che sta a prua si lancia con un gran salto, e atterra direttamente sul corpo del cetaceo conficcandovi l’arpione con tutta la sua forza. La bestia subito si scuote, si inarca, e si immerge vibrando contemporaneamente un gran colpo di coda. E’ questo il momento in cui può succedere di tutto. Può succedere che la codata danneggi la barca, o che ferisca il fiocinatore, che dopo aver inferto il colpo deve subito essere recuperato dai compagni perché la barca sta per cominciare una corsa incontrollata per il mare, trascinata dalla balena ferita.

E inizia una lotta terribile tra il gigante ferito che traina la barca per ore, a volte per giorni, e il manipolo di omini che a bordo, tutti assieme, recuperano il canapo quando la balena si stanca, e lo allascano quando riprende a tirare con forza.

Noi restiamo a guardare allibiti questa lotta antica, e non sappiamo nemmeno per chi parteggiare. Vorremmo che la balena si salvasse, perché fa pena questa enorme bestia ferita che non si rende nemmeno conto di cosa le stia succedendo, ma vorremmo anche che gli uomini vincessero, perché qui gli uomini pescano solo per poter sfamare le famiglie. Intanto scattiamo fotografie, filmiamo, cerchiamo di stare vicini alla barca non perdere nulla di quanto avviene, e anche di non avvicinarci troppo per non rischiare a nostra volta di prendere una codata. Dopo un’ora, quando la violenza del traino rallenta, scendo sott’acqua con le bombole, a filmare la balena arpionata, che a venti metri di profondità nuota verso chissà dove. Si muove lentamente, con un movimento della coda lento e continuo. L’arpione emerge dal dorso, poco dietro al capo, e dal punto in cui il ferro ha squarciato i tessuti esce una nuvola rosata di sangue, che si allarga per subito perdersi nel blu. La presenza di tanto sangue in acqua potrebbe attirare gli squali, ma resto in acqua ugualmente, affascinato, ad aspettare la fine della battaglia.

In qualche caso (pochi a dir la verità) è successo che la balena sia riuscita ad affondare la barca, e i pescatori, a stento, si sono salvati sulle altre barche. In altre occasioni la balena ha rotto il canapo e si è liberata, fuggendo nel blu profondo del mare. Il più delle volte però la lotta finisce con gli uomini vincitori che a forza di remi trainano per ore il corpo immenso dell’animale verso la riva del villaggio.

Il mattino successivo le barche non escono e tutti si ritrovano sulla spiaggia per macellare l’animale. Ci vogliono due giorni di lavoro sotto il sole per sezionare, tagliare e dividere un corpo lungo quindici metri e che pesa più di 20 tonnellate, ed è un rito raccapricciante ed affascinante a cui prendono parte tutti. Abbiamo visto bambini di tre o quattro anni camminare nella pancia della balena immersi nel sangue fino alla cintola ed estrarre intestini che erano più grossi di loro. E abbiamo visto donne vecchissime competere tra di loro per raccogliere, con ciotole di cocco, il grasso che colava dal cervello della balena.

Ma se in altre parti del mondo le balene venivano cacciate per via degli oli e dei grassi da usare nella cosmetica e nell’industria chimica, qui, a Lamalera, ogni parte del bestione, dalla testa alla coda, è destinata ad essere consumata nel villaggio. La carne viene sezionata in strisce lunghe e sottili e messa al sole a seccare. Anche il grasso viene seccato e servirà come condimento. L’olio che si recupera dal cranio viene raccolto e servirà per alimentare le lampade ad olio che nel villaggio, privo di elettricità, illuminano la sera l’interno di ogni casa. Gli intestini invece vengono consumati subito, e lo stesso accade per cuore e polmoni. Le costole infine servono per ricavare delle stecche lunghe, sottili e flessibili da utilizzare come navette nei telai a mano che le donne usano per tessere i loro indumenti.

Alla fine, sulla spiaggia, rimangono solo un gigantesco teschio e alcune vertebre biancastre, oltre naturalmente ad una terribile puzza di grasso e di marcio. L’odore è intenso, amaro e pungente. Avvolge la spiaggia e tutta la baia antistante dove noi siamo ancorati, con una cappa densa e pesante. Noi fatichiamo persino a respirare, mentre il locali non sembrano neppure accorgersene. Come non fanno caso allo strato di grasso che oramai ha permeato tutta la sabbia della spiaggia e che ci ha avvolti di unto dai piedi ai gomiti ai capelli.

Box: Pesca in mare, vela e conservazione.

La Barca Pulita naviga per il mondo con un progetto di conservazione e di sensibilizzazione per la salvaguardia delle ultime realtà naturali del pianeta. E allora, come comportarsi di fronte a gente che, praticamente a mani nude, da la caccia alle balene e ai delfini che nel resto del pianeta sono speci protette?

E’ un problema che ci siamo posti e ci poniamo continuamente, di fronte a chi pesca le balene, di fronte a chi pesca con le bombe, e anche di fronte a noi stessi quando peschiamo per i nostri consumi. Certamente il futuro del pianeta dovrà vedere un abbandono graduale ma necessario di tutti i tipi di caccia e di pesca in mare. Gli animali del mare, a nostro parere, andrebbero lasciati stare. E l’avvento e lo sviluppo delle tecniche di allevamento industriale ci fanno sperare che per il futuro la pesca in acque libere venga gradualmente abbandonata in favore di un meno dannoso e più conveniente allevamento dei pesci necessari per il mercato.

Sta di fatto che oggi il pericolo vero per la sopravvivenza della fauna marina è costituito dalla pesca industriale, praticata in tutti i mari con pochi scrupoli e nessun controllo. I pescherecci d’alto mare diventano sempre più grandi, trascinano reti sempre più lunghe, individuano i pesci con radar e sonar sofisticati, ritrovano le reti con il GPS, e in alcuni i casi avvistano le prede addirittura con gli elicotteri. Nella lotta contro questi mostri tecnologici gli abitanti del mare non hanno scampo, e le risorse degli oceani, proprio per questo si vanno impoverendo ogni anno di più.

Che dire allora?

Il nostro pensiero è questo: lasciamo tranquilli i pescatori di Lamalera che portano avanti una tradizione millenaria, che pescano per mangiare e che comunque sono destinati entro pochi anni ad abbandonare le loro tradizioni troppo dispendiose e faticose, e concentriamoci invece, tutti assieme, nel boicottaggio della pesca industriale indiscriminata. Evitiamo di acquistare i tonni pescati assieme ai delfini, e appoggiamo tutte le campagne internazionali per la riduzione e il controllo della pesca in acque aperte.

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Aua - Lat 1° 28’ Sud    Long 143° 03’ Est

Aua – Lat 1° 28’ Sud Long 143° 03’ Est

Era da più di una settimana che non vedevamo terra. Abbiamo navigato tenendoci sempre molto lontani dalla costa e sempre senza vedere la terra abbiamo superato il confine tra l’Indonesia e la Papua Nuova Guinea. Stamattina però è apparsa una piccola terra. E’ l’isola di Aua, un pochino di verde circondato dalla barriera corallina. Ci siamo avvicinati, senza sapere neppure noi il motivo,  perché il portolano dice che non c’è possibilità di ancorare e che tutto attorno all’isola a 20 metri dalla battigia  il fondale cade già oltre i cento metri.

Da lontano appariva come una collina verde allungata e orlata da sabbia bianca. Da qualche parte ci doveva essere un villaggio, ma non sapevamo dove, così avanzavamo piano incerti su dove andare.

Ad un certo punto dall’isola abbiamo cominciato a vedere dei lampi di luce. Qualcuno a terra aveva visto la nostra vela e ci faceva segnalazioni con uno specchietto. Qualcuno che voleva dirci che lì c’era vita, che voleva attirare la nostra attenzione e non lasciarci passare oltre senza averci visto da vicino. Qui probabilmente non viene mai nessuno e una barca di passaggio è una cosa troppo allettante per farla passare indisturbata.

Abbiamo fatto rotta verso il punto della costa da dove provenivano le segnalazioni.

Aua - Lat 1° 28’ Sud    Long 143° 03’ Est

Aua – Lat 1° 28’ Sud Long 143° 03’ Est

Quando eravamo a mezzo miglio da terra una dozzina di canoe di legno sono uscite in mare. Bucando con perizia i frangenti della barriera, le canoe hanno cominciato a venire verso di noi. A bordo di ciascuna uno o due uomini che davano dei colpi poderosi di pagaia.

Abbiamo ammainato i fiocchi e li abbiamo aspettati. Il primo è un uomo corpulento, dall’aspetto polinesiano, barba e sorriso e che ci da il benvenuto in perfetto inglese.

Non ce lo aspettavamo dopo tanto tempo di Indonesia, ma qui in Papua Nuova Guinea l’inglese è una delle lingue ufficiali.

“I’m Rea, come and follow me, there is a little passage”

Molto gentile a voler farci strada, ma è fuori discussione che noi possiamo entrare nel passaggio della barriera. Così ci mettiamo a conversare con Rea e con gli uomini sulle altre canoe che nel frattempo ci hanno raggiunto.

Le domande sono sempre le stesse:

“Da dove venite?”

“Dall’Italia”

“Da quanto siete partiti?”

“Da sette anni”

“Dove andate?”

“In Australia”

“Vi interessano degli oggetti di legno?”

“…..beh si, ma non abbiamo soldi della Papua”

“Non importa, avete magliette, pinne, zucchero…. a me piacerebbe un cappello, ma non ho nessuna scultura”

Rea grida qualcosa, ed ecco che tutte le canoe riprendono a remare velocemente, lanciando delle grida a terra. Sulla linea dei frangenti  appaiono altre imbarcazioni e dopo un pò ci  troviamo circondati da una massa di uomini scuri che brandiscono strane lance di legno. Tutti la stessa identica lancia, appuntita, tutta frastagliata, e ornata alla base da un osso di tartaruga messo per traverso.

“Che cos’è”?” ho chiesto a Rea

“Traditional weapon, very dangerous”

In effetti acuminata com’è, scagliata con forza potrebbe uccidere una persona.

Abbiamo preso la prima che ci hanno offerto. Prezzo: una T-shirt con verde, usata, ma pulita.

L’intagliatore è raggiante, noi un pò perplessi

“Magari in Australia ce la sequestrano, c’è un osso…”

“Si ma se non la prendiamo ci restano male”

“Si, d’accordo, meglio non farli arrabbiare!”

E così, prima di issare i fiocchi,  abbiamo anche regalato un cappellino a Rea per la sua funzione di intermediario.

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Il villaggio - Luf, Atollo di Heremit

Il villaggio – Luf, Atollo di Heremit

Questo posto è un paradiso. Due colline verdi unite da una lingua di terra larga un centinaio di metri. Lungo la lingua di terra, ricoperta di prato e fitta di palme, nascoste sotto gli alberi di mango e sotto altri alberi enormi dai rami nodosi coperti di fiori colorati, sono sparpagliate le capanne del villaggio. Sono costruite con foglie di palma, che invecchiando ingrigiscono, o con foglie di sagù, che sono lucide e marroni. Alcune capanne, le più vicine all’acqua sono rialzate da terra, altre poggiano direttamente sull’erba; così ci appare lo splendido atollo di Heremit.

All’estremità del villaggio sulle pendici delle colline, ci sono i giardini dove si coltivano ananas, papaie, patate dolci, e tanta verdura sconosciuta. Le due lagune infine garantiscono sempre pesce, brezza e frescura.

Noi scendiamo a terra la mattina, girovaghiamo tra una capanna e l’altra. Oramai ci conoscono  tutti, ognuno ci regala qualcosa: dei lunghi fagioloni verdi, un ananas, tre uova, una papaia verde. In cambio nessuno chiede niente. E quando ritorniamo a bordo, carichi di cose, nel dinghy, sulla spiaggia, c’è sempre qualche altro regalo, anonimo.

Io passo la gran parte del tempo con le donne. Finalmente, dopo tanti anni di Indonesia, dove la conversazione languiva per la barriera linguistica, qui ci si riesce a intendere, Quasi tutte parlano un pò di inglese e tute lo capiscono. Lo studiano a scuola e poi leggono la bibbia. Anche se siamo lontani dalla civiltà, anche se qui non viene mai nessuno, non c’è radio, televisione e poche possibilità di comunicare col mondo, il livello culturale comunque è più alto, e passare le ore a parlare con queste donne, mentre cucinano o mentre preparano il cibo è una cosa che mi diverte tantissimo. Cominciano la mattina presto, a preparare la farina di sagù, o a grattare le noci di cocco, o a pelare le patate dolci. Gli ingredienti disponibili non sono molti, ma loro li sanno combinare sapientemente. Preparano gnocchetti con farina di cassava e latte di cocco, o frittate di taro e cocco grattato, pani di cassava e banane, pani di sagù. Cucinano all’aperto, su fuochi di legna, usando pentoloni di alluminio o padelle tipo wok. La preparazione del cibo è una cosa comunitaria. C’è sempre un gruppetto di donne che lavorano insieme. Ognuna prepara qualcosa. Poi ne passa un’altra, si mette ad aiutare, poi una va via e lascia il suo pentolone in custodia a quelle che restano. Non ho capito bene come funzioni.

Quando il cibo è pronto chi passa di lì mangia qualcosa, da qualunque parte arrivi. Per lo meno così succede nel pasto di mezzogiorno!

Io mi diverto a fotografarle e a farmi spiegare come si fa. E naturalmente ad assaggiare.

“Ce lo avete questo in Italia?” mi chiedono sempre e la mia risposta è quasi invariabilmente

“No”

Sono curiose di quello che mangiamo noi.

“Pasta, riso, pizza”

“Si ma qualcosa che si mangia quando non ci sono i negozi?”

Il villaggio - Luf, Atollo di Heremit

Il villaggio – Luf, Atollo di Heremit

Allora stamattina le ho sconcertate e ho cucinato i fiori di zucca. Ce ne sono un sacco in giro e nessuno li raccoglie e tanto meno hanno mai pensato di mangiarli. Loro non sono in grado di fare la pastella, non hanno né farina né latte, così ho fatto delle piccole frittelle di uovo, sale, farina di cassava e fiori di zucca.

Ho avuto un pò di problemi con il fuoco, ma loro erano lestissime, quando si accorgevano che la temperatura dell’olio scendeva, a posizionare meglio i ciocchi di legno sotto la padella.  Alla fine abbiamo fatto un festino con frittele e noci di cocco,  erano tutte contente. Lina, la più grassa di tutte ha deciso che prepareranno un pranzo per noi. Sabato è il loro giorno di festa e non possono lavorare. Cucineranno tutto il venerdì e sabato, fuori dalla chiesa, mangeremo tutti insieme.

Poi il maestro ci ha chiesto di andare a scuola a parlare del nostro Paese. La scuola è una capanna di frasche con il pavimento di sabbia. Due lavagne ad ogni estremità,  metà bambini girati verso una delle due e l’altra metà verso l’altra. In questo modo l’unico maestro ha diviso in due livelli i bambini del villaggio,

Parlare dell’Italia! Da dove si comincia?

“…….Be, l’Italia è un piccolo paese, ma in Italia è nato un signore che ha scoperto l’America…..”

“CRISTOBAL  COLOMB!!” lo conoscono….

“E poi in Italia c’è Roma dove vive….”

“IL PAPA”

Meglio che non mi azzardi a parlare di calcio, se no chissà come finisce!

Gen 012000
 
Tartarughe - Waigeo (Irian Jaya)

Tartarughe – Waigeo (Irian Jaya)

Due bestie giacciono sulla sabbia, riverse. Sono rovesciate sul dorso, immobili e sembrano morte. Una è enorme. La pancia giallastra, il collo rugoso, gli occhi aperti ma velati, peserà almeno una cinquantina di chili. L’altra è più piccola e più bianca, un esemplare giovane, di una ventina di chili.

Siamo in una radura lungo la costa di Waigeo. Passando con il gommone  abbiamo notato un gruppo di capanne e qualche canoa in  secca sulla sabbia. Siamo scesi a terra a curiosare. Sono tre famiglie che hanno costruito un microvillaggio in questa incantevole insenatura. Ci sono tre capanne di paglia, tre canoe a bilanciere, un pozzo per l’acqua e una montagna di cocchi dietro le capanne, come scorta alimentare. Ci hanno accolti sorridendo e subito un ragazzo è comparso con un paio di noci di cocco giovani che hanno aperto per farci bere il liquido frizzante che contengono. Abbiamo cominciato a filmare e a fotografare il posto, inframmezzando qualche conversazione con i locali nel nostro stentato indonesiano. E a quel punto che Lizzi ha scoperto le tartarughe, abbandonate sulla sabbia, un po’ discoste dall’ultima casa.

“Ehi ma queste sono ancora vive”

Bisogna proprio guardarle da vicino per accorgersi che respirano. La pelle rugosa del collo, rovesciata verso il cielo, si alza e si abbassa impercettibilmente, ma regolarmente, ogni pochi secondi, ma le tartarughe devono essere moribonde perchè per il resto sono immobili. Anche se tengono gli occhi aperti non danno l’impressione di averci visto avvicinare e non si sono mosse di un millimetro.

Restiamo indecisi.

Che facciamo?
Le filmiamo?
Le fotografiamo?

Non sono belle da vedere. Non sono un bel soggetto. Fanno solo pena. Da queste parti, quando ne catturano una, fanno sempre così, la rovesciano sul dorso e la lasciano sulla spiaggia. La tartaruga non ha modo di rigirarsi da sola, non può più fuggire e in quelle condizioni la povera bestia può sopravvivere anche per settimane. Così, in un posto dove non ci sono i frigoriferi e i negozi, e dove con la temperatura di 35 gradi la carne va a male in meno di mezza giornata,  chi l’ha catturata può conservarla fresca per tanto tempo in attesa che venga il momento di ucciderla e di mangiarla in qualche occasione particolare.

E’ un atteggiamento che a noi sembra crudele, ma a pensarci bene il nostro modo di allevare i polli in batteria o il metodo con cui in Francia obbligano le oche a mangiare per far si che si ingrossi il fegato, che servirà per fare il patè, non è meglio.

Tartarughe - Waigeo (Irian Jaya)

Tartarughe – Waigeo (Irian Jaya)

Gli Indonesiani ci hanno seguiti per vedere quello che facciamo e hanno intuito il nostro interesse per le tartarughe. Si mettono in due, sollevano di peso quella grossa e la rimettono sul terreno nella sua posizione naturale: a pancia in giù.  La bestia incredibilmente resuscita. Alza il capo, sferra due poderosi colpi di patte altrettanti schizzi di sabbia e si mette di lena a camminare verso il mare. Improvvisamente è diventata una tartaruga viva e vegeta che arranca verso il mare in cerca della libertà, e altrettanto improvvisamente, per noi, è diventata un bel soggetto da riprendere e fotografare. E così la inquadriamo, la fotografiamo, di fronte, di lato, da lontano, in dettaglio.

Quando arriva nell’acqua bassa trova i due di prima che le sbarrano la strada. Si ferma, i due la afferrano, ma stavolta lei si dibatte con una violenza insospettata, tanto che gli uomini traballano. Arriva un altro a dare manforte, e tutti assieme la trascinano in malo modo verso terra, e alla fine di una lotta senza speranza la rimettono di nuovo sottosopra, come prima, sulla sabbia. Noi siamo ancora lì con macchine foto e telecamere sguainate. La besta a pancia in su, dopo aver frustato l’aria per qualche momento con le patte, rinuncia, e si lascia andare, di nuovo immobile. Che pena!

Che facciamo?
Li esortiamo a liberarla? Ma  non ha senso!
Chiediamo quanto costa, la compriamo e la liberiamo noi? Ha ancora meno senso, non capirebbero.

Così non facciamo nulla. Mettiamo via le macchie, salutiamo le tre famiglie e ripartiamo verso la Barca Pulita, che ci aspetta ad un miglio di distanza.

Gen 012000
 
Uccelli del paradiso - Manukwari

Uccelli del paradiso – Manukwari

Siamo approdati a Manukwari e la cosa più bella qui è un quartiere di palafitte. E’ annidato sul fondo della baia intorno alla quale si adagia la citta.

Sono vere e proprie baracche sospese e affacciate sul mare. Alcune costruite con assi di legno, altre con pezzi di lamiera o con frasche di palma. Una ha un’aggiunta sbilenca sopra il tetto a mò di mansarda e un’altra un enorme Union Jak pitturato sopra la parete. Più in fuori, sul mare, ogni palafitta è collegata con una piccola piattaforma. Lì ci sono dei minuscoli capanni dove sono tenuti i maiali. Sotto ogni palafitta c’è una canoa di legno e sopra ogni palafitta ci sono decine di bambini che al nostro passaggio gridano e ci salutano.

Un microcosmo quasi indipendente dal resto della città, con la sua moschea di cemento, anche lei sospesa sull’acqua e con il suo mercato del pesce che di prima mattina si riempie di suoni e di movimento. Noi siamo ormeggiati in mezzo alla baia, a poche centinaia di metri dalle palafitte. Alla mattina ci svegliano i pescatori che ritornano dalla pesca notturna offrendoci il pesce e, per tutto il giorno, la nostra barca è preda dei curiosi.

Qui nessuno ha mai visto una barca occidentale, e noi che siamo qui da due giorni non abbiamo incontrato nemmeno un bianco.

Niente di strano dunque se la nostra presenza scatena la curiosità di tutti.

Uccelli del paradiso - Manukwari

Uccelli del paradiso – Manukwari

La nostra sosta qui a Manukwari comunque ha solo lo scopo di fare rifornimento. Abbiamo bisogno di cibi freschi, di acqua e di gasolio. Poi, appena finito, ce ne andremo lungo la costa, ad esplorare il golfo Teluk Irian, un posto che nessuno ha mai menzionato, e che promette la natura più selvaggia e il mare più bello.

Quando siamo tornati in barca nel tardo pomeriggio, carichi di sacchi della spesa e di taniche di benzina, abbiamo trovato una canoa ad attenderci. Il suo occupante ha aspettato pazientemente che scaricassimo il gommone e che ci sistemassimo, poi si è avvicinato e ci ha mostrato un sacchetto:

“Mau jual?” volete comprare?”

“Jual apa? Comprare cosa” il sacchettto era piccolo e informe.

Lo ha aperto e ha tirato fuori una cosa gialla, dorata

“Cenderawasi. Uccelli del paradiso”

Più piccoli di una tortora, con il capo verde, il corpo marrone e la coda con pime giallo oro,  meravigliose, lunghe una trentina di centimetri e che al centro diventano bianco panna. I due uccelli, imbalsamati brillavano con l’ultimo sole.

Erano bellissimi.

Abbiamo fatto salire a bordo l’omino per riprendere e fotografare i due esemplari.

“Prampuan, femmine” ci ripeteva mostrandoci due filamenti coriacei che scendono nel mezzo della coda, orgoglioso di rendersi utile. Dopo averlo fotografato gli abbiamo spiegato che non potevamo comprare gli uccelli perchè nel nostro paese è vietato sia commerciarli che possederli.

” Italia tida bisa, non si può” gli abbiamo detto facendo segno di avere i polsi legati per sottolineare il concetto. lui ha afferrato al volo e ha risposto ridendo.

“Indonesia tida bisa sama sama, disini Papua”:  Anche in  Indonesia non si può, ma qui siamo in Papua”.