Gen 152000
 
Bombedari - Irian Jaya Occidentale

Bombedari – Irian Jaya Occidentale

Uno degli obiettivi del nostro spingerci così lontano fino alla estrema punta occidentale dell’Irian Jaya era quello di filmare gli ultimi mangiatori di sago, e forse, finalmente, siamo vicini al nostro obiettivo. Da quando abbiamo lasciato la cittadina di Sorong e cominciato a navigare lungo le coste di Batanta e Waigeo non abbiamo incontrato più nessuno. Nelle baie dove ci siamo fermati, siamo stati circondati solo da natura incontaminata, senza villaggi, senza abitazioni, senza nessuno. Solo ogni tanto, in lontananza, abbiamo visto delle canoe, che procedevano a volte a remi, a volte sotto velette improvvisate verso chissà dove.

Oggi ci siamo fermati a ridosso di un’isoletta tonda che la carta chiama Bombedari, incastrata in una ampia baia dell’isola di Waigeo. Bomberai e’  coperta di palme e di vegetazione. Abbiamo impiegato mezzora a percorrerne il perimetro. A terra non abbiamo trovato nessuno ma sulla spiaggia ci sono gusci di molte conchiglie rotte, segno che qualcuno di tanto in tanto viene a raccogliere i cocchi e si ciba dei molluschi che raccoglie nell’acqua bassa del reef tutto attorno.

Bombedari - Irian Jaya Occidentale

Bombedari – Irian Jaya Occidentale

Poi siamo scesi sulla costa di Waigeo, l’isola principale,  nel punto dove dalla barca col binocolo avevamo notato una nicchia nella foresta che altrimenti, ovunque, arrivava fin sul mare. E finalmente abbiamo trovato i segni della presenza di uomini: due capanne di frasche disabitate ma in buono stato, un guscio di tartaruga appeso ad un albero e un mucchietto di tuberi enormi, tutti sporchi di terra,  ma evidentemente pronti per essere cucinati. C’era un sentiero che entrava sotto gli alberi. L’abbiamo imboccato piuttosto incerti. Finchè si tratta di navigare, di passare da un’isola all’altra o anche di attraversare grandi bracci di mare non siamo mai in difficoltà. La nostra barca è solida e noi sappiamo come si fa. Ma camminare nella jungla è un’altra cosa e fa impressione. Si sentono suoni, canti e stridii. Ci saranno animali? Serpenti? Insetti pericolosi? E gli abitanti non si sentiranno insultati a vederci invadere il loro territorio senza chiedere permesso? Siamo finiti in una radura soffocata dalla vegetazione con il fondo viscido che scendeva in pendenza verso una zona acquitrinosa. Ne è valsa la pena: l’aria era satura di umidità e di zanzare, ma a terra al confine tra il terreno solido e l’acquitrino, c’era un tronco abbattuto e scavato per metà. L’abbiamo riconosciuto perchè l’albero del sago è inconfondibile, e tutto attorno ne abbiamo riconosciuti altri, enormi che crescevano ai limiti dell’acquitrino.

Il sago è una di palma. Ha il tronco più largo di quello delle palme da cocco e le foglie molto più lunge. La sua particolarità è costituita dal fatto che nel tronco c’è una grande quantità di amido. E dal tronco delle palme, con un procedimento complicato che non abbiamo mai visto dal vero, i papuasici ricavano una pasta di amido che costituisce il loro alimento principale.

Siamo ritornati a bordo. Domani torneremo a cercare gli abitanti. Con noi abbiamo portato solo uno dei tuberi, il più piccolo, così, per assaggiarlo, contando che non se ne accorgano, o nel caso che se ne accorgano, che non si offendano.

Gen 012000
 
Il casuario - Isole Padaido

Il casuario – Isole Padaido

È da quando abbiamo lasciato Biak, l’ultima isola incontrata, che non c’è stato più vento! E allora, dopo una giornata  interamente a motore, oramai lontani dai movimenti di truppe che stanno avvenendo sulla costa dell’ Irian Jaya, abbiamo puntato verso le isole Padaido.

Sono un gruppo di piccole isole, circondate da barriera corallina. Sulla carta nautica hanno un bell’aspetto e così ci siamo fermati, un pò per aspettare il vento e un pò per cominciare questa lunga navigazione in un modo migliore di quello di scappare davanti a dei movimenti di truppe.

Siamo arrivati che era quasi il tramonto e abbiamo ancorato in centro a un anfiteatro formato da due isole. Ogni isola è orlata da sabbia bianca e in un angolo di una delle due si intravedono delle capanne. La mattina seguente siamo scesi a terra optando per l’isola senza capanne.

A riva, dopo pochi metri di sabbia morbidissima comincia una vegetazione di rampicanti e poco più in là ci sono palme, casuarine, pandani e altri cespugli che creano però una specie di giugla gentile dove è facile addentrarsi.

Ci siamo innoltrati  tra la vegetazione per una decina di minuti. Ogni tanto apparivano dei  cespugli di fiori bianchi e viola e c’erano dei grossi alberi dai rami enormi, piegati fino a posarsi sul suolo ed interamente coperti da felci e da rampicanti.

Si sentivano un sacco di versi di uccelli, gracidii, squittii, urla, e immancabile la voce di quello che abbiamo soprannominato l’uccello cancello. Lo sentiamo da da quando siamo arrivati in Irian Jaya: sembra proprio il cigolio di un cancello poco oliato che si sta prendo. Non siamo mai riusciti a vederlo e non abbiamo la minima idea del suo aspetto.

Ad un certo punto spostando i rami di un arbustello, mi sono  trovata davanti una testa blu, sormontata da un grosso corno a forma di cuneo, un lungo collo nero con delle propaggini rosse e due occhi neri e strani che mi guardavano.

Il casuario - Isole Padaido

Il casuario – Isole Padaido

Un casuario! L’ho visto in così tante foto che lo avrei riconosciuto fra mille! Ma non me lo spettavo lì davanti. Il casuario, è lo struzzo della Nuova Guinea. O meglio è un uccello dal corpo simile allo struzzo, anche se un pò più piccolo e con le piume nere. Ha lo stesso collo lungo, le stesse zampe dedite alla corsa e le stesse ali oramai atrofizzate. Ma a differenza del suo cugino africano il casuario ha una testa regale, ornata di blu e di rosso e sormontata da quello strano corno, che è prerogativa dei maschi adulti, che cresce con l’aumentare dell’età e che presumibilmente è un’arma di difesa. Purtroppo a differenza dello struzzo il casuario è in pericolosa via di estinzione, e non capisco se siamo noi ad avere una fortuna sfacciata per incontrarlo così, in dieci minuti di camminata, o se non sia poi così tanto in estinzione. Comunque sia il casuario era appollaiato a terra e anche se mi teneva d’occhio non sembrava spaventato a sufficienza da decidere di alzarsi. Abbiamo tirato fuori le nostre attrezzature e lo abbiamo ripreso e fotografato in tutte le angolazioni, prima timidamente un pò scostati e poi via via avvicinandoci per miglirare il primo piano. Lui non sembrava troppo infastidito. Dopo un primo momento durante il quale ha tenuto il collo dritto come per mettersi all’erta, poi non ci ha più degnati di molta attenziione. Solo dopo parecchi minuti, quando evidentemente gli abbiamo dato fastidio si è alzato in piedi. E a qual momento mi sono spaventata io. Ha degli zamponi con tre dita ungolate da far paura. Degne alleate del corno, forse in qualche duello tra maschi per contendersi femmine e territorio. Ce lo avevo di fronte e non sapevo bene come comportarmi. Ci ha pensato lui, voltandomi il didietro e incamminandosi tra i cespugli. Lo abiamo seguito ancora per un pò, fino a che i cespugli attraverso i quali si è inoltrato non sono diventati troppo impervi per noi miseri umani, resi goffi dalle nostre attrezzature.

Gen 012000
 
Paura di fermarsi - Molucche

Paura di fermarsi – Molucche

Stiamo navigando attraversando le  Molucche. A vederle sulla carta sembrano un labirinto capriccioso di puntini. Puntini grossi e puntini piccoli sparpagliati sul mare enorme e separati da grandi distanze. A vederle nella realtà, dal ponte della Barca Pulita che corre e rolla nelle onde, hanno l’aspetto di terre grigie e irreali, di coste fumose e irraggiungibili al limite lontano di un mare veramente grosso e difficile.

Il fatto è che non sappiamo bene su quale isola fermarci,  e a dir la verità, abbiamo anche un po’ paura.

Le Molucche, oggi,  fanno parte dell’Indonesia, di cui sono una delle province più esterne e dimenticate, ma, nei secoli scorsi, queste isole erano famose perchè erano l’unico luogo dove crescevano la noce moscata e i chiodi di garofano. Olandesi, Inglesi, Portoghesi, si fecero per secoli una concorrenza spietata per commerciare con quelle isole lontane. Le navi, per raggiungerle, affrontavano un viaggio lunghissimo. Molte non tornavano affatto, affondavano per strada, erano preda dei pirati o finivano sugli scogli. Ma quelle che tornavano avevano le stive piene di spezie che a quei tempi, in Europa, servivano per conservare la carne e per mascherarne il sapore cattivo quando si guastava. Una sola nave su dieci che riuscisse nell’impresa portava un guadagno sufficiente a compensare la perdita delle altre.

Poi col passare dei secoli, la coltivazione delle spezie venne tentata anche su altre isole più vicine e più facili da raggiungere e le Molucche, lentamente, scomparvero dalla scena fino a tornare l’arcipelago remoto che erano sempre state.

Negli ultimi anni poi alla difficoltà di arrivarci si è aggiunto il problema della situazione politica che alle Molucche è problematica. Da qualche tempo, tra cristiani e mussulmani è in corso una assurda guerra di religione. I mussulmani per lo più sono i giavanesi mandati dal governo centrale per colonizzare la zona, mentre i cristiani (luterani) sono gli abitanti originali. Per anni le due fedi hanno vissuto in pace e serenità gomito a gomito, ma da quando c’è stato il moto rivoluzionario che ha destituito il dittatore Suarto, qui, come in altri posti, la convivenza tra i due gruppi religiosi è diventata difficile. Non passa giorno da un paio di anni a questa parte che non ci siano morti su entrambi i campi. L’aeroporto di Ambon, la capitale del distretto, è chiuso ai velivoli civili e agli stranieri è sconsigliato se non addirittura vietato fare scalo nella regione.

Paura di fermarsi - Molucche

Paura di fermarsi – Molucche

Penso a queste cose mentre guardo e riguardo la carta nautica in cerca dell’isola giusta per fermarci. Fuori il vento soffia impetuoso come ha fatto per tutta l’ultima settimana. La nostra barca corre sulle onde frantumandole e sollevando schizzi e frangenti. Con le vele ridotte al minimo e in una andatura scomoda e movimentata facciamo fatica a muoverci, a cucinare e a fare qualsiasi altra cosa dentro la barca, ma percorriamo una gran quantità di miglia ogni giorno.

Ieri siamo passati ad Ovest ad un gruppo di isole che si chiamano Kai. A vederle sulla carta veniva proprio voglia di fermarsi: grandi baie riparate, e ampi pezzi di barriera corallina. Ma erano un po’ troppo ad est  e avremmo dovuto stringere la bolina e andare controvento, e col mare che c’è sarebbe stato come andare a sbattere contro un muro di onde, con spruzzi, urti, frangenti, e anche il rischio di rompere qualche cosa. E poi erano anche un po’ troppo grandi, e isole grosse può voler dire grossi centri abitati, e grossi centri abitati può voler dire problemi con la gente. Noi abbiamo deciso di passare lo stesso dalle Molucche ignorando gli avvisi a starne alla larga che ci sono arrivati da tutte le parti, ma per prudenza tenteremo di restare sulle isole più esterne e più piccole, su quelle insomma dove forse la gente non ha avuto nemmeno notizia dei disordini in atto. Morale: abbiamo tirato dritto.

Siamo passati vicino ad un altro gruppetto di isole dal nome invitante: “Pulau Pulau Tiga Saudara”, che in Indonesiano vuol dire “isole sorelle” ma eravamo vicini al tramonto e non c’era luce abbastanza per avvicinarsi e cercare una baia calma per ancorare. Durante la notte abbiamo passato altre isole ancora, e oggi finalmente abbiamo tentato di entrare in un atollo, che si chiama Uran. E’ una struttura di corallo semisommerso che si stende in mezzo al mare per qualche miglio, rompendo le onde e creando zone di acqua riparata. Sognavamo già l’acqua calma e trasparente, la barca finalmente ferma, e la possibilità di ammirare fondali marini probabilmente mai esplorati, perchè gli atolli spesso sono del tutto disabitati.

Ma era destino che non ci si dovesse fermare: a 10 miglia dall’arrivo il tempo è cambiato. Il cielo si è rapidamente rannuvolato e il vento è ulteriormente aumentato. Per trovare la strada tra i coralli di un atollo è essenziale avere il sole che metta in evidenza i pericoli sommersi mentre noi ci trovavamo con la prospettiva di un temporale.

“Lasciamo perdere?”

“Lasciamo perdere!”

Abbiamo modificato leggermente la regolazione del timone a vento e la Barca Pulita ha deviato, riprendendo la sua cavalcata verso Nord Est. I frangenti enormi prodotti dal franger del mare sul bordo esterno dell’atollo ci sono passati a fianco, sulla sinistra, mentre noi, sottocoperta, ricominciamo a studiare la carta per cercare di nuovo l’isola giusta per fermarci.

 In Irian Jaya la situazione è diversa: all’inizio dello scorso mese di giugno la regione ha dichiarato la propria indipendenza dall’Indonesia, In verità è stata solo una frangia politica a farlo, ma da quel momento, tutti i porti e gli aeroporti, nonchè le città principali sono presidiate da gruppi dell’esercito, che si limitano per ora a marciare e ad esibirsi in parate, per mostrare alla popolazione che quello è l’esercito dell’Indonesia, della quale fanno parte. Insomma la tensione sale e, dicono i pessimisti, la situazione potrebbe precipitare.

Guardo le isole scorrere in lontananza … per ora non c’è stato nulla di invasivo, ma l’avvicinarsi del mese di agosto e la presenza di turisti, potrebbe essere una buona opportunità per azioni dimostrative che portino la situazione a conoscenza dei media mondiali.

Noi non sappiamo bene come comportarci. Per esperienza sappiamo che sostando solo nelle piccole isole e nei villaggi lontani, non si corre alcun pericolo. Gli abitanti delle aree periferiche in questa zona di mondo non sanno mai quello che sta succedendo tra i ricchi e potenti, certo è però che in questo periodo ci sono in giro molte navi militari e il rischio potrebeb essere di essereintercettati da una di loro. A questo punto saremmo obbligati a fare l’entrata ufficiale e per questo a recarci in un centro importante,E lì potremmo diventare facile bersaglio.

Mha, vedremo!

Gen 012000
 
Navigazione - A Nord dell'Irian Jaya

Navigazione – A Nord dell’Irian Jaya

Stiamo navigando. Siamo partiti ieri e navighiamo in un mare vuoto, deserto, e incredibilmente calmo. La distanza che ci separa da Manukwari, il prossimo centro abitato sulla costa dell’Irian Jaya,  è poco meno di 200 miglia e in condizioni normali ci vorrebbero due giorni per arrivare. In questa stagione però, l’aliseo lascia il posto ad un periodo di calme e di venti variabili, e in mare, quando non c’è vento, le distanze si dilatano. Il primo giorno abbiamo percorso solo 60 miglia. Oggi addirittura 40. Ma noi abbiamo tanto tempo. e il mare incredibilmente calmo che ci circonda è già di per se un compenso per la fatica che facciamo a far andare la barca, regolando continuamente le vele per cercare di sfruttare ogni alito di vento capriccioso. A volte ci stanchiamo, e quando sembra che tutti i tentativi per far camminare la barca siano fatica sprecata, allora lasciamo perdere tutto, montiamo il tendalino, e ci mettiamo all’ombra, con la barca ferma, a guardare questa incredibile immensità liscia che ci circonda.

E’ stato proprio in uno di questi momenti, stamattina, che una rondine arrivata chissà da dove, ha fatto due giri attorno alla barca e si è postata sulle draglie, nel punto dove lo scafo è più largo e panciuto.

E’ stata Lizzi ad avvistarla: “Carlo, sttt, prendi le macchine, fai piano, prendi il teleobbiettivo, c’è una rondine qui in coperta…..”

Con tutto il nostro armamentario di telecamere e macchine foto ci siamo appostati uno da prua e uno da poppa a riprendere e fotografare muovendoci pianissimo per non spaventarla. La rondine era piccolissima, teneva gli occhi quasi sempre chiusi e si sarebbe detto che stesse dormendo se non per il fatto che ogni tanto apriva impercettibilmente le ali, come per equilibrarsi quando un soffio di brezza la investiva.

Navigazione - A Nord dell'Irian Jaya

Navigazione – A Nord dell’Irian Jaya

E’ passata mezzora e tutto il nostro parlare pianissimo e muoversi cautamente si è rivelato inutile perchè la rondine in realtà non aveva paura per niente e non è fuggita nemmeno quando le siamo arrivati a pochi centimetri di distanza. Forse era stanca. Forse è piccola e non ha ancora paura degli uomini, chissà. Sta di fatto che la abbiamo fotografata e filmata in tutte le posizioni e da ogni distanza e angolatura. Ogni tanto si alza in volo, fa qualche giro, come per assicurarsi che tutto vada bene, poi scende e si posa in un punto diverso.

Nel frattempo abbiamo ripreso a navigare perchè c’è di nuovo il vento, una brezzolina leggera che arriva da sud, e che non riesce eppure ad increspare il mare, ma che comunque, ci fa avanzare. Siamo quasi al tramonto, e mentre trasmettiamo questo racconto la rondine è sempre li, a prua, appollaiata sul sacco del genoa pesante.

Gen 012000
 
Primo contatto - Irian Jaya

Primo contatto – Irian Jaya

Le Molucche oramai se ne sono andate. La situazione politica e quella meteorologica ce le hanno rese inaccessibili. Peccato, ma sarà per la prossima volta. Adesso c’è l’Irian Jaya. Anche e anche qui il clima politico è caldino.

All’inizio dello scorso mese di giugno la regione ha dichiarato la propria indipendenza dall’Indonesia, In verità è stata solo una frangia politica a farlo, ma da quel momento, a quel che ci consta, tutti i porti e gli aeroporti, nonchè le città principali sono presidiate da gruppi dell’esercito. I militari  si limitano per ora a marciare e ad esibirsi in parate, per mostrare alla popolazione quello che è l’esercito dell’Indonesia, della quale fanno parte. Per ora non c’è stato nulla di invasivo, ma l’avvicinarsi del mese di agosto e la presenza di turisti, potrebbe essere una buona opportunità per azioni dimostrative che portino la situazione a conoscenza dei media mondiali.

Noi non sappiamo bene come comportarci. Per esperienza sappiamo che sostando solo nelle piccole isole e nei villaggi lontani, non si corre alcun pericolo. Gli abitanti delle aree periferiche in questa zona di mondo non sanno mai quello che sta succedendo tra i ricchi e i potenti, certo è però che in questo periodo ci sono in giro molte navi militari e il rischio potrebbe essere quello di venire intercettati da una di loro. A questo punto saremmo obbligati a fare l’entrata ufficiale e per questo a recarci in un centro importante e lì potremmo diventare facile bersaglio.

Primo contatto - Irian Jaya

Primo contatto – Irian Jaya

Per ora dunque ci siamo fermati in un posto completamente disabitato. Si tratta di una baia molto vasta, nella parte sud della penisola……

Il mare è calmo e liscio come in un lago. Le onde che ci hanno accompagnato fino a ieri, si sono fermate fuori, schermate dall’entrata sud della baia.

La costa è un susseguirsi di piccole insenature, al fondo delle quali c’è una spiaggia bianchissima. Poi, pochi metri più in là, comincia una vegetazione fitta, verde e rigogliosa, che si arrampica sulla roccia e arriva fino in cima alla montagna. Dove non c’è sabbia, c’è una costa rocciosa, nella quale il mare ha eroso mille buchi e centinaia di caverne, dove pare che un tempo, gli abitanti delle isole vicine, venissero a seppellire i propri morti.

Gen 012000
 

Il villaggio in cui siamo giunti è grande e ordinato. E’ l’unico angolo abitato della seconda isola nell’ atollo dove ci siamo fermati dopo la partenza un po’ precipitosa da Biak, un’alttra isola. Le solite case sui pali, altre case di blocchi d’argilla più dietro, tante palme da cocco, alcuni alberi di limone e un paio di alberi centenari, o forse millanari. Ci sono anche i maiali a razzolare sotto le case.

“Mhhh, babi, bagus” che buono il maiale, tento. Chissà che non decidano di ucciderne uno per noi! Ci scortano verso una casa e ci fanno sedere su delle panche. Compare un quadernone. E’ una specie di libro dei visitatori su cui apponiamo cerimoniosamente le nostre firme. Sulla parete della casa c’è un disegno grande, tre bandiere a striscie bianche e blu con la stella rossa che racchiudono due triancoli dentro cui sono raffigurati altrettanti parang. Chiedo spiegazioni e me le danno, ma non capisco nulla. Alla fine, siccome proprio non riusciamo ad intenderci, ci fanno capire di tornare nel pomeriggio che ci sarà qualcuno che potrà spiegare meglio.

Passiamo la parte centrale della giornata a fare riprese subacquee sul lato esterno della barriera corallina, la dove il reef sprofonda nell’oceano. L’ambiente è bellissimo, ma c’è correte, e si fatica a srare fermi. Lavoriamo per due ore a filmare pesci e murene enormi facendo una gran fatica per contrastare la corrente. Torniamo a casa con il sole a picco. Non c’è tempo per riposare abbiamo promesso a quelli del villaggio che saremo da loro alle 4. Giusto il tempo di preparare di nuovo telecamere e macchine fotografiche, di verificare le batterie di ricambio, i filtri eccetera, e siamo al villaggio.

Ci accoglie un tizio alto e con la barba che con fare autoritario ci dice: venite a casa mia. Pensiamo sia il solito rompipalle. Gli diamo poco retta e ci aggiriamo fotografando qua e la. Presto però ci rendiamo conto che tutti in giro lo trattano con deferenza. Decidiamo di seguirlo. Ci porta nella stessa casa di stamattina. Su un graticcio di legno hanno allestito: due piatti di ceramica, due chucchiai di latta, un ciotolone di sago sufficiente per venti persone e tre pescetti arrostiti sul fuoco, con interiora e tutto.

Guerriglieri - Isole Padaido

Guerriglieri – Isole Padaido

Non ci si può esimere, e come al solito mi sacrifico io. Il budino di sago è veramene terribile, ma l’hanno fatto per noi, e tutti mi guardano. Magari gli hanno messo il sale, penso, mentre mi servo una cucchiaiata. Vien su proprio come la colla. Resta appiccicato al cucchiaio e per farlo cadere nel piatto devo dare ogni volta due o tre scrolloni vigorosi. Metto in bocca e faccio buon viso a cattiva sorte.   Che sarà mai? Devo solo concentrarmi a sorridere e a mandare giù, un paio di volte, e poi l’esibizione è finita, loro sono contenti, e io mangio un pescetto, che, stando attento a lasciare da parte le interiora, è comunque gradevole e si porta via i residui del saporaccio del sago.

Nel frattempo sono arrivati quattro giovanotti. Hanno tutti un casco, giacche rattoppate e qualche cosa di militaresco nell’atteggiamento. Il capo parla e loro si fanno avanti, indecisi tra lo stringerci la mano e un saluto militare. Alla fine fanno tutti e due: prima il saluto e poi la mano, mentre il capo spiega qualche cosa. Impieghiamo qualche attimo a capire, poi tutto è chiaro: i quattro ragazzi in semiuniforme sono la milizia rivoluzionaria dell’isola, il tizio con la barba oltre che capo del villaggio è anche capo della milizia, le bandiere disegnate sulla parete sono il simmbolo del futuro stato indipendente di Papua.

“Accidenti, guarda, sono armati” Infatti arriva un altro con i fucili e li distribuisce in giro.

“Ma che armati, guarda bene” E’ incredibile, i fucili sono di legno! Intagliati a grandezza naturale ci sono quattro mitragliatori tipo kalasnikof che i soldatini imbracciano orgogiosi. Segue una specie di cerimonia. C’è un palo conficcato nel terreno davanti alla casa, e la bandiera arriva religiosamente piegata. Viene attaccata alla corda e stesa perchè noi la possiamo vedere e fotografare, e mentre lo facciamo i quattro soldati armati con i fucili di legno si schierano tutto attorno. Non la issano, però.

Guerriglieri - Isole Padaido

Guerriglieri – Isole Padaido

Il primo di Dicembre, mi dice il capo. In quella data, in tutti i villaggi, su tutte le isole, sulle montagne, nelle baie, nelle valli, dappertutto una bandiera come questa verrà issata e da quel momento l’Irian Jaya sarà indipendente e si chiamerà Papua. Conoscendo la loro determinazione credo che lo faranno per davvero. Come reagiranno i soldati indonesiani? Spareranno e ci sarà una carneficina? Con le truppe gli indonesiano possono controllare le città della caosta, ma il territorio della Papua è vastissimo, i villaggi sono migliaia. Impossibile controllarli. I papui daltro canto hanno solo parang, archi, frecce e fucili di legno, mentre gli indonesiani sono armati per davvero.

Come andrà a finire? Noi partiamo dicendo al capo che quando torneremo tra un anno, due, chissà, forse la papua sarà davvero indipendente.

Stanotte però ho dormito male. La città di Biak con i soldati e le truppe indonesianoe è a poche ore di navigazione. Qui ci sono i rivoluzionari. Abbiamo filmato la loro cerimonia ed abbiamo promesso di trasmetterla in Italia per televisione. Quelli di Biak on un motoscafo potrebbero essere qui in un paio d’ore, a requisirci la barca, le telecamere e tutto.

Siamo partiti all’alba, e stavolta definitivamente. Puntiamo verso il mare aperto dove non ci sono ne bandiere ne soldati, ne oppressi ne oppressori. Ci siamo solo noi.

Gen 012000
 
Biak - Irian Jaya

Biak – Irian Jaya

Dobbiamo lasciare Biak in fretta e prima del previsto.

Matheus ci ha detto che a Wamena, nell’interno, ci sono dei disordini:

“E’ stata innalzata la bandiera della Papua, i militari hanno sparato e una ventina  di persone sono morte.  A Jaiapura ci sono continue manifestazioni, anche a Sorong.  Ora anche qui, a Biak, stanno arrivando i militari.”

Di questo ce ne siamo già accorti. Oltre alla solita nave rugginosa e sgangherata ancorata in rada, per strada abbiamo visto camionette e jeep militari. Tutte le mattine incontriamo soldati che fanno jogging. Sono a torso nudo, hanno le facce da bambini e le schiene lucide di sudore. Sopra di noi sfrecciano continuamente aerei da caccia, vecchie carrette presumibilmente, ma di sicuro non sono aerei civili. Abbiamo anche visto arrivare un velivolo tipo C130, adibito al trasporto truppe.

Ieri stavamo aspettando di essere serviti nell’unico ristorante decente che abbiamo trovato in tutta Biak. Dopo 10 minuti di attesa, tempo già insolitamente lungo, sono entrati una ventina di militari con la divisa da piloti. Non è più stato possibilie mangiare. Tutto il personale era dedito a loro e dopo mezz’ora di attesa per un piatto di nuddles fritti, ce ne siamo andati.

Poi abbiamo passato il pomeriggio all’ufficio immigrazione per tentare di rinnovare il nostro permesso di soggiorno. Contavamo di estenderlo per due mesi come abbiamo fatto altre volte ma i funzionari sono stati evasivi: c’è bisogno di un’autorizzazione da Jakarta.

Da ieri poi c’è un elicottero che ronza sulla barca a intervalli regolari. Ha cominciato la mattina, mentre stavamo lavorando sottocoperta. Più tardi ci ha controlalto per tutto il tempo che abbiamo passato a scaricare il gommone dalla spesa. E’ tornato nel pomeriggio e stamattina è ancora qui sopra che gira.

Fa impressione pensare che a poche ore di navigazione ci sono villaggi che non hanno luce elettrica non hanno scuole e non hanno ospedali, e vedere contemporaneamente i militari sprecare risorse e cherosene per fare tutti questi giri per aria con gli elicotteri.

Volevamo fare un’ultima ripresa al mercato della frutta e a quello del pesce, ma ci sono troppi soldati per pensare di poter scorrazzare in giro con telecamere e cavalletti. Sono ragazzini, armati e spaventati. Gli abitanti di Biak ostentano palesemente il loro risentimento nei loro riguardi. Ogni volta che siamo su un taxi collettivo e incrociamo una truppa tutti gli occupanti del pulmino lanciano invettive, commentano in malo modo, sputano. I nervi dei ragazzini ventenni potrebbero saltare da un momento all’altro.

Decidiamo di lasciar perdere le riprese al mercato, di rinunciare al rinnovo del visto, di farci timbrare il passaporto e di lasciare  ufficialmente dall’Indonesia. Non ci fermeremo in nessun’altra città della costa, ma solo su qualche isola lontana dove non arrivano nè i militari nè la burocrazia.

Biak - Irian Jaya

Biak – Irian Jaya

La barca è a posto: abbiamo 1000 litri di gasolio nei serbatoi più 100 in quello di giornata, abbiamo 1000 litri di acqua potabile più 100 da bere, abbiamo 3 chili di riso, 3 di farina, 5 di pasta, 3 di zucchero, cus cus, lenticchie e fagioli secchi, verdura e frutta in scatola, 20 scatolette di tonno, 20 pacchi di pan carre, biscotti secchi, crakers, cacao, te, caffe solubile, latte, altre bazzecole di poco conto, ma che in navigazione hanno l’enorme pregio di variare i gusti e di migliorare la vita. La cosa più importante però sono i rimasugli della scorta che ci eravamo fatti in Australia a Giugno e che ci siamo centellinati e lasciati apposta per questo tratto di navigazione: 8 piccoli camambert in scatola, un pacco di formaggio plasticoso tipo olandese, 4 confezioni di formaggio da spalmare,  3 pacchi da 20 di sottilette, un pezzo di grana sottovuoto che ha sfidato la dogana australiana, dei wurstel in scatola, due paté di prosciutto  e meraviglia assoluta, un trancio di spek che avevamo perso di vista e abbiamo ritrovato riordinando il frigorifero.  Tutto il ben di Dio di verdura e frutta fresca che ci siamo procurati al mercato lo abbiamo sistemato negli appositi cassetti di prua. Ogni singolo pezzo è stato ispezionato e pulito per prevenire marciscenze puzzolenti e per evitare di riempire la barca di bestie. Anche in navigazione dovremo tenere il nostro patrimonio sotto controllo, per farlo durare il più a lungo possibile. Stamattina poi ci siamo procurati 50 uova. Il segreto per mantenerle per tanto tempo è quello di cospargerle di vaselina e renderle così perfettamente impermeabili all’aria.

Ci aspetta una navigazione di 2000 miglia intorno alla Papua Nuova Guinea prima di arrivare in Australia sulla Grande Barriera corallina. Ci vorrà qualche mese. Ci fermeremo solo su isole lontano dalla costa dove difficilmente riusciremo a trovare altri rifornimenti, e dobbiamo fare in modo di essere autossuficienti.

Gen 012000
 
Cibo per maiali - Irian Jaya

Cibo per maiali – Irian Jaya

Biak sulla carta era la città più grossa che avremmo incontrato da quando abbiamo lasciato l’Australia. E le nostre aspettative erano altrettanto grosse: far riparare il fuoribordo, fare il pieno di gasolio, cercare un posto per far lavare la biancheria, fare acqua e provviste, spedire un pò di cartoline, farci un buon pranzo cucinato da altri, magari un gelato…

Purtroppo la città non è all’altezza della situazione. Probabilmente un tempo era un pò più organizzata e un pò più frequentata da turisti. Ma da quando la Garuda, per mancanza di fondi, ha soppresso i voli internazionali con gli stati Uniti, a Biak non c’è più traffico aereo e di conseguenza non viene  più nessuno. Tutto sommato a noi va meglio così, ma le speranze di approvvigionamento e di  un pasto decente si assottigliano. Ci sono degli alberghi per turisti che per la maggior parte sono chiusi, ci sono dei ristoranti che non cucinano più, ci sono un paio di supermercati, ma che hanno poca roba polverosa e poca scelta.

La gente è simpatica ed estroversa, si capisce che un tempo è stata abituata a trattare con gli stranieri. E’ il caso di Matheus. Prima  lavorava in un albergo e faceva la guida, ora non fa nulla e ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa.

Gli sottoponiamo i nostri problemi.

Al gasolio ci può pensare lui.  Prenderà  a prestito da un suo amico dei bidoni, andrà al deposito dei carburani a riempirli e ce li porterà in barca con la canoa. Dobbiamo solo anticipargli i soldi. Speriamo in bene, d’altronde non c’è alternativa.

Il bucato? Non c’è problema, lo fa sua mamma

“Vieni, sta già facendo il suo”

E mi porta dietro casa. C’è un cortiletto di fango, dove scorazzano galline e una capra nera che  bruca dei cartoni. La madre sta strofinando dei panni su un’asse microscopica appoggiata per terra . Ha a disposizione un grosso catino di stagno riempito con l’acqua del pozzo.

Penso a tutti gli asciugamani e alle lenzuola che si sono accumulati in attesa di essere lavati, glisso un pò, e penso di tentare in un albergo

“Tanto anche lì lavano allo stesso modo” mi ricorda Carlo

Nel frattempo abbiamo trovato una specie di pasticceria. Si chiama Nirvana e insieme a dei caffè lunghi e dolcissimi serve dei dolci di crema e di mele. Se si riesce a ignorare la popolazione di formiche microscopiche che li percorrono, sono ottimi.

Cibo per maiali - Irian Jaya

Cibo per maiali – Irian Jaya

Ma per noi la cosa più bella è sempre il mercato. La verdura e la frutta fresca quando si viaggia per mesi in barca in luoghi isolati, sono sempre un miraggio. Il mercato di Biak è un’emmenso susseguirsi di bancarelle di legno e di teli poggiati direttamente sul terreno. Dei pezzi di plastica coprono le bancarelle per ripararle dalla pioggia ricorrente. Intorno, nella penombra e tutto un alternarsi di verde, di giallo e di rosso.  Il verde delle innumerevoli erbe della maggior parte delle quali ignoriamo il sapore e l’utilizzo, il giallo dei limoni, dei manghi, delle papaie, il rosso dei rambutan, delle rape, dei peperoncini.

Ci sono bancarelle dove si vendono pezzi di pesce affumicato e molluschi infilzati su stecchi di paglia, ci sono montagne di uova verdi o di uova nere, ci sono cete di farina di taro e montagne di polpa di bambù, bianca e umida dall’odore acre. Nel lato esterno, direttamente sul selciato della strada sono esposti i pesci, alcuni appena pescati, altri che rivelano inconsolabilmente la loro età.

Noi ci aggiriamo in cerca di quello che conosciamo. Cipolle non ce ne sono e ci dobbiamo accontentare degli scalogni: 5 chili, mentre la donna pima di noi ne aveva comprati tre pezzi!! Anche le patate non ci sono, ci sono tuberi di vario tipo, dolci e no, che si mantengono per tanto tempo o che vanno a male dopo un paio di giorni. I pomodori sono brutti, verdi e piccolissimi. Ci riempiamo lo zaino di lime, di fagiolini lunghi 30 centimetri, di melanzane, di cavoli capuccini che sfogliati dureranno per mesi, di papaie acerbe, di carote.

Alla fine troviamo dei taro. Si tratta di un tubero spugnoso, che abbiamo imparato a mangiare in polinesia. E’ saporito e si conserva per tanto tempo. E difficile da trovare e siamo contenti che qui ci sia. Contrattiamo sul prezzo, e ce ne portiamo via un pò. Quando arriviamo alla barca Matheus è sorpreso.

“A cosa vi serve quello?” Indicando il taro

“Per mangiare”

“No quello è: “makan babi”. Mangiare per i maiali, scommetto che lo avete scambiato per un taro!”

Gen 012000
 
Sorong - Irian Jaya

Sorong – Irian Jaya

Abbiamo optato per l’entrata ufficiale in Indonesia, non si sa mai, e per farlo, cioè per farci timbrare i passaporti, per farci rilasciare il permesso di navigare nelle acque indonesiane, e per farci fare il controllo doganale, abbiamo scelto il porto di Sorong. E’ una cittadina sorta negli anni 60 sulla scia della scoperta di giacimenti di petrolio nel mare circostante e  dello sfruttamento del legname. Ma poi, esauritosi in gran parte il petrolio, le trivellazioni non sono più state proseguite e la città ha perso l’importanza che aveva all’inizio.

Per arrivare a Sorong abbiamo navigato per due notti e un giorno lungo una costa verdissima. La vegetazione cade dalle montagne fino al mare in un susseguirsi di insenature e di calanchi. Unica interruzione fra tanto verde la cittadina di Fakfak che si arrampica su per la pendice della montagna. Da lontano, con il cannocchiale abbiamo visto una nave militare attraccata alla banchina. Ci siamo tenuti lontani, navigando, in quel tratto, all’esterno della catena di isole che fronteggiano la costa.

All’alba del secondo giorno eravamo all’ingresso di un canale largo mezzo chilometro che porta a Sorong. Le rive erano tutte ricoperte di mangrovie e il canale stesso è punteggiato di isolotti verdi e di reef segnalati da boe incerte e un pochino ambigue.

Comunque alla fine, dopo un po’ di ore di navigazione siamo arrivati a destinazione.

Il porto praticamente non esiste. E’ una rada ampia, con delle isolette che fanno da frangiflutti. Ci sono decine di vecchi moli scassati e arrugginiti, pontili si legno con barche da pesca e rimorchiatori. A un pontile all’estremità nord è attraccata una nave militare. Ci accorgiamo che è militare perchè porta un grosso 65 stampato su entrambe le fiancate. Per il resto il grigio originale è completamente trasformato in ruggine con colate più o meno intense e con pezzi di lamiera che pendono da tutte le parti. Secondo il portolano in prossimità della zona dove è attraccata la nave militare, ci sarebbe il posto più adatto per l’ancoraggio con un fondale di sabbia sui 10 metri.

Ma quando ci avviciniamo ci accorgiamo che a terra c’è un intero plotone sull’attenti che sta per essere passato in rassegna da qualche pezzo grosso vestito in abiti civili.

I militari che invece sono rimasti a bordo della nave, e sono tantissimi, tutti stipati sotto coperta, si portano dalla parte dove passa la nostra barca, guardando incuriositi e tentando qualche timido saluto.

Sorong - Irian Jaya

Sorong – Irian Jaya

Non ci piace tanto la vicinanza con queste persone, dopotutto sono armati, non si può mai sapere. Dalla parte opposta della rada, verso sud, ci sono delle barche di legno con un bilanciere su entrambi i lati. Sono barche che abbiamo visto spesso in Indonesia, di solito vengono utilizzate per pescare i totani, I pescatori escono al tramonto, accendono delle lampade a cherosene che appendono a balzo fuori dalla barca e in questo modo attraggono i totani. La mattina seguente rientrano al villaggio con i graticci sopra i bilancieri ricoperti di totani messi a seccare.

Lì l’acqua è più profonda e il fondale è di fango e cattivo tenitore. Abbiamo buttato due ancore e 60 metri di catena, ma almeno i nostri vicini sono tranquilli pescatori disarmati.

Per scendere a terra abbiamo lasciato il gommone attraccato ad un pontile di legno affidandolo a uno dei pescatori. Il pontile era una lunga passerella semidiroccata ai lati della quale sorge un quartiere di palafitte di legno. Ogni palafitta ha una veranda e una porta sul retro, un piccolo recinto riparato che evidentemente è il bagno e la zona cucina riparata da una semplice tettoia. Quando siamo scesi era bassa marea, e sotto le palafitte e sotto il pontile si vedeva una melma verdognola e viscida, ricoperta di ogni tipo di spazzatura e di porcheria.

“Certo che la vista dal balcone di casa non è delle migliori!”

“Lascia perdere. Pensa piuttosto a domani, quando dovremo tirare su la nostra catena cosa ci sarà attaccato!”

La processione tra i vari uffici è stata veloce, l’unico problema che l’immigrazione, la capitaneria di porto e la dogana sono ai tre poli opposti della città. Così abbiamo fatto la spola tra l’uno e l’altro servendoci di pulmini pubblici stipati all’inverosimile e dove la musica viene sempre tenuta a volume da discoteca.

Alla sera tutte le nostre pratiche erano già risolte, e stanotte ce ne siamo venuti via con destinazione l’isola di Batanta e 15 miglia, dove contiamo di arrivare tra poco.

Oggi 17 Agosto, in Indonesia si celebra la festa dell’indipendenza. Il 17 Agosto del 1947 infatti gli olandesi se ne andarono. Con l’aria secessionista che tira in questo periodo in Irian Jaya, e con la presenza della nave militare, non abbiamo voglia di essere in un centro abitato proprio il giorno della festa dell’Indipendenza.

A Batanta non vive nessuno, a parte forse qualche pescatore di passaggio, e non dovremmo correre nessun rischio.

Gen 012000
 
Banchetto nella giungla - Waruanay isola di Waigeo

Banchetto nella giungla – Waruanay isola di Waigeo

Ci troviamo nel villaggio di Waruanay da quasi una settimana e ormai abbiamo fatto amicizia con gli abitanti, che si fanno in quattro per fare da attori alle nostre riprese o alle nostre fotografie. Ogni volta che succede qualcosa di nuovo o di insolito i bambini ci vengono a chiamare, alle volte fino in barca, perchè lo possiamo riprendere con le telecamere. Ieri poi siamo stati invitati a un pranzo che era il culmine di un momento di estrema socializzazione del villaggio.

Una famiglia ha deciso di predisporre il proprio campicello, esattamente come quello dove, per la prima volta, abbiamo incontrato Luis, la nostra guida, che oramai non riusciamo più a toglierci di torno!

Qui, su queste isole, la prima cosa da fare quando si vuole predisporre un orto, è quella di recintare una porzione di giungla erigendo una palizzata che impedisca ai maiali selvatici di venire a mangiarsi le piante appena nate. L’appezzamento di terreno recintato è sempre abbastanza vasto e il terreno piuttosto accidentato, così tutto il villaggio partecipa alla costruzione della staccionata e in questo modo, con l’aiuto di tutti, ci vorranno solo un paio di giorni per portarla a termine. Quando tutto è finito, nel giardino cintato si mangia tutti insieme con un menù da giorno di festa.

Per arrivare sul luogo abbiamo risalito con il gommone un fiumiciattolo che sbucava in mare a poche centinaia di metri a ovest del villaggio. Il fiume serpeggiava tra mangrovie e banchi di fango, ma alla fine siamo arrivati nei pressi di una radura dove, tra le radici di mangrovia, erano state gettate delle foglie di palma per poter camminare senza affondare nel fango. Poche centinaia di metri di questo percorso e siamo arrivati sul posto. La staccionata era praticamente tutta costruita e gli uomini stavano tagliando dei grossi rami fronzuti che piantavano poi nel terreno per creare delle zone d’ombra.

Intanto, dal fiume, erano arrivate le donne portando pentole, cestini di palma e catini di plastica colorati. Sul terreno sono state disposte delle foglie di banana e le signore hanno cominciato ad allestire il banchetto.

Da certi pentoloni scuri hanno tirato fuori del riso bollito che aveva un’aria di essere stato sul fuoco per qualche ora, tanto era difficile da manovrare. Lo estraevano dalle pentole con poderose mestolate e lo sparpagliavano dentro i catini di plastica. Poi da un cesto sono apparsi dei pacchettini avvolti in foglie di banana, che ci hanno spiegato essere i budini di sago, il piatto tradizionale dell’Irian Jaya. Alla fine da altre pentole ha cominciato ad apparire il piatto forte: la tartaruga in tutte le salse!

Banchetto nella giungla - Waruanay isola di Waigeo

Banchetto nella giungla – Waruanay isola di Waigeo

In effetti l’unica salsa era la broda nella quale era stata cotta, ma in una pentola c’erano dei grossi pezzi di grasso giallo dall’aria gommosa insieme ad altri pezzi coriacei che probabilmente erano parte delle patte. Da un altro pentolone sono emerse tutti i tipi di interiora possibili ed immaginabili in un animale. Infine si è materializzato quello che potrebbe essere definito spezzatino di tartaruga: molteplici pezzetti di carne grigiastra, immersi in una brodaglia untuosa.

Gli uomini  intanto si erano disposti intorno alle foglie di banana, e quando tutti sono arrivati a sedersi, hanno recitato una preghiera di ringraziamento e poi si sono lanciati sul cibo.

Per fortuna nella calca del momento, sono riuscita a fare a meno di servirmi, e mi sono invece rintanata in un angolino lontano, dandomi un gran da fare con la macchina fotografica.

Terminato però il primo giro, gli altri commensali si sono accorti che io non avevo ancora mangiato.

“Elisabeth, makan, makan, bagus”, mangia, mangia che è buono! e il più intraprendente si è premurato di prepararmi un piatto e di mettermelo sotto il naso. Guardavo sconcertata quella montagna di riso coperto di broda, dalla quale spuntava un tubo che forse era stato un arteria o una budella, con accanto una massa gialla e gommosa che probabilmente era una patta.

“Io questa roba non la mangio, fai qualcosa”
“Ma dai, è buono ti assicuro, io l’ho già mangiato e poi la tartaruga ti piace, ce l’hanno già offerta da altre parti!”
“Si ma non la trippa, e poi non cucinata così, e non mi importa se a te piace, a te piace tutto!”

Non sapevo più come venirne fuori senza offendere qualcuno. Ad un certo punto ho visto che le donne cominciavano ad aprire gli involti con i budini di sago. Avevano un aspetto invitante: lisci e compatti come la castagnata, quella marmellata di castagne un po’ dura che si taglia a pezzi.

“Posso assaggiare?” ho chiesto a una di loro, e approfittando del fatto che l’attenzione di tutti era oramai focalizzata sui budini ho appoggiato furtivamente il piatto sulle foglie di banana, accanto a uno vuoto.

La donna me ne ha porto uno orgogliosa e io, a quel punto anche un po’ affamata, l’ho addentato. Mi sono ritrovata in uno studio dentistico 35 anni fa quando il dentista mi ha preso le impronte per l’apparecchio!  Una roba gommosa e appiccicosa, dal sapore rancido fermentato che mi si è piazzata tra il palato e l’arcata dentale superiore e non riuscivo più a farla andare nè avanti nè indietro.

Dopo un po’, con uno sforzo sovrumano, sono riuscita ad avere la meglio e a inghiottirlo e anche  a sorridere alla donna che me lo aveva dato spiegandole:

“Bagus” buono! “tida bisa makan samua, allercic…” non posso mangiarlo tutto, sono allergica e per spiegarlo meglio ho fatto segno di grattarmi le braccia.

Dopotutto è una cosa che dico sempre a proposito del cocco, che mi piace molto, ma dopo che per due anni di navigazione in oceano Pacifico, non ho mangiato praticamente altro, ora sono diventata allergica davvero e posso mangiarlo solo in piccolissime dosi!