Gen 012000
 
Il casuario - Isole Padaido

Il casuario – Isole Padaido

È da quando abbiamo lasciato Biak, l’ultima isola incontrata, che non c’è stato più vento! E allora, dopo una giornata  interamente a motore, oramai lontani dai movimenti di truppe che stanno avvenendo sulla costa dell’ Irian Jaya, abbiamo puntato verso le isole Padaido.

Sono un gruppo di piccole isole, circondate da barriera corallina. Sulla carta nautica hanno un bell’aspetto e così ci siamo fermati, un pò per aspettare il vento e un pò per cominciare questa lunga navigazione in un modo migliore di quello di scappare davanti a dei movimenti di truppe.

Siamo arrivati che era quasi il tramonto e abbiamo ancorato in centro a un anfiteatro formato da due isole. Ogni isola è orlata da sabbia bianca e in un angolo di una delle due si intravedono delle capanne. La mattina seguente siamo scesi a terra optando per l’isola senza capanne.

A riva, dopo pochi metri di sabbia morbidissima comincia una vegetazione di rampicanti e poco più in là ci sono palme, casuarine, pandani e altri cespugli che creano però una specie di giugla gentile dove è facile addentrarsi.

Ci siamo innoltrati  tra la vegetazione per una decina di minuti. Ogni tanto apparivano dei  cespugli di fiori bianchi e viola e c’erano dei grossi alberi dai rami enormi, piegati fino a posarsi sul suolo ed interamente coperti da felci e da rampicanti.

Si sentivano un sacco di versi di uccelli, gracidii, squittii, urla, e immancabile la voce di quello che abbiamo soprannominato l’uccello cancello. Lo sentiamo da da quando siamo arrivati in Irian Jaya: sembra proprio il cigolio di un cancello poco oliato che si sta prendo. Non siamo mai riusciti a vederlo e non abbiamo la minima idea del suo aspetto.

Ad un certo punto spostando i rami di un arbustello, mi sono  trovata davanti una testa blu, sormontata da un grosso corno a forma di cuneo, un lungo collo nero con delle propaggini rosse e due occhi neri e strani che mi guardavano.

Il casuario - Isole Padaido

Il casuario – Isole Padaido

Un casuario! L’ho visto in così tante foto che lo avrei riconosciuto fra mille! Ma non me lo spettavo lì davanti. Il casuario, è lo struzzo della Nuova Guinea. O meglio è un uccello dal corpo simile allo struzzo, anche se un pò più piccolo e con le piume nere. Ha lo stesso collo lungo, le stesse zampe dedite alla corsa e le stesse ali oramai atrofizzate. Ma a differenza del suo cugino africano il casuario ha una testa regale, ornata di blu e di rosso e sormontata da quello strano corno, che è prerogativa dei maschi adulti, che cresce con l’aumentare dell’età e che presumibilmente è un’arma di difesa. Purtroppo a differenza dello struzzo il casuario è in pericolosa via di estinzione, e non capisco se siamo noi ad avere una fortuna sfacciata per incontrarlo così, in dieci minuti di camminata, o se non sia poi così tanto in estinzione. Comunque sia il casuario era appollaiato a terra e anche se mi teneva d’occhio non sembrava spaventato a sufficienza da decidere di alzarsi. Abbiamo tirato fuori le nostre attrezzature e lo abbiamo ripreso e fotografato in tutte le angolazioni, prima timidamente un pò scostati e poi via via avvicinandoci per miglirare il primo piano. Lui non sembrava troppo infastidito. Dopo un primo momento durante il quale ha tenuto il collo dritto come per mettersi all’erta, poi non ci ha più degnati di molta attenziione. Solo dopo parecchi minuti, quando evidentemente gli abbiamo dato fastidio si è alzato in piedi. E a qual momento mi sono spaventata io. Ha degli zamponi con tre dita ungolate da far paura. Degne alleate del corno, forse in qualche duello tra maschi per contendersi femmine e territorio. Ce lo avevo di fronte e non sapevo bene come comportarmi. Ci ha pensato lui, voltandomi il didietro e incamminandosi tra i cespugli. Lo abiamo seguito ancora per un pò, fino a che i cespugli attraverso i quali si è inoltrato non sono diventati troppo impervi per noi miseri umani, resi goffi dalle nostre attrezzature.

Gen 012000
 

Il villaggio in cui siamo giunti è grande e ordinato. E’ l’unico angolo abitato della seconda isola nell’ atollo dove ci siamo fermati dopo la partenza un po’ precipitosa da Biak, un’alttra isola. Le solite case sui pali, altre case di blocchi d’argilla più dietro, tante palme da cocco, alcuni alberi di limone e un paio di alberi centenari, o forse millanari. Ci sono anche i maiali a razzolare sotto le case.

“Mhhh, babi, bagus” che buono il maiale, tento. Chissà che non decidano di ucciderne uno per noi! Ci scortano verso una casa e ci fanno sedere su delle panche. Compare un quadernone. E’ una specie di libro dei visitatori su cui apponiamo cerimoniosamente le nostre firme. Sulla parete della casa c’è un disegno grande, tre bandiere a striscie bianche e blu con la stella rossa che racchiudono due triancoli dentro cui sono raffigurati altrettanti parang. Chiedo spiegazioni e me le danno, ma non capisco nulla. Alla fine, siccome proprio non riusciamo ad intenderci, ci fanno capire di tornare nel pomeriggio che ci sarà qualcuno che potrà spiegare meglio.

Passiamo la parte centrale della giornata a fare riprese subacquee sul lato esterno della barriera corallina, la dove il reef sprofonda nell’oceano. L’ambiente è bellissimo, ma c’è correte, e si fatica a srare fermi. Lavoriamo per due ore a filmare pesci e murene enormi facendo una gran fatica per contrastare la corrente. Torniamo a casa con il sole a picco. Non c’è tempo per riposare abbiamo promesso a quelli del villaggio che saremo da loro alle 4. Giusto il tempo di preparare di nuovo telecamere e macchine fotografiche, di verificare le batterie di ricambio, i filtri eccetera, e siamo al villaggio.

Ci accoglie un tizio alto e con la barba che con fare autoritario ci dice: venite a casa mia. Pensiamo sia il solito rompipalle. Gli diamo poco retta e ci aggiriamo fotografando qua e la. Presto però ci rendiamo conto che tutti in giro lo trattano con deferenza. Decidiamo di seguirlo. Ci porta nella stessa casa di stamattina. Su un graticcio di legno hanno allestito: due piatti di ceramica, due chucchiai di latta, un ciotolone di sago sufficiente per venti persone e tre pescetti arrostiti sul fuoco, con interiora e tutto.

Guerriglieri - Isole Padaido

Guerriglieri – Isole Padaido

Non ci si può esimere, e come al solito mi sacrifico io. Il budino di sago è veramene terribile, ma l’hanno fatto per noi, e tutti mi guardano. Magari gli hanno messo il sale, penso, mentre mi servo una cucchiaiata. Vien su proprio come la colla. Resta appiccicato al cucchiaio e per farlo cadere nel piatto devo dare ogni volta due o tre scrolloni vigorosi. Metto in bocca e faccio buon viso a cattiva sorte.   Che sarà mai? Devo solo concentrarmi a sorridere e a mandare giù, un paio di volte, e poi l’esibizione è finita, loro sono contenti, e io mangio un pescetto, che, stando attento a lasciare da parte le interiora, è comunque gradevole e si porta via i residui del saporaccio del sago.

Nel frattempo sono arrivati quattro giovanotti. Hanno tutti un casco, giacche rattoppate e qualche cosa di militaresco nell’atteggiamento. Il capo parla e loro si fanno avanti, indecisi tra lo stringerci la mano e un saluto militare. Alla fine fanno tutti e due: prima il saluto e poi la mano, mentre il capo spiega qualche cosa. Impieghiamo qualche attimo a capire, poi tutto è chiaro: i quattro ragazzi in semiuniforme sono la milizia rivoluzionaria dell’isola, il tizio con la barba oltre che capo del villaggio è anche capo della milizia, le bandiere disegnate sulla parete sono il simmbolo del futuro stato indipendente di Papua.

“Accidenti, guarda, sono armati” Infatti arriva un altro con i fucili e li distribuisce in giro.

“Ma che armati, guarda bene” E’ incredibile, i fucili sono di legno! Intagliati a grandezza naturale ci sono quattro mitragliatori tipo kalasnikof che i soldatini imbracciano orgogiosi. Segue una specie di cerimonia. C’è un palo conficcato nel terreno davanti alla casa, e la bandiera arriva religiosamente piegata. Viene attaccata alla corda e stesa perchè noi la possiamo vedere e fotografare, e mentre lo facciamo i quattro soldati armati con i fucili di legno si schierano tutto attorno. Non la issano, però.

Guerriglieri - Isole Padaido

Guerriglieri – Isole Padaido

Il primo di Dicembre, mi dice il capo. In quella data, in tutti i villaggi, su tutte le isole, sulle montagne, nelle baie, nelle valli, dappertutto una bandiera come questa verrà issata e da quel momento l’Irian Jaya sarà indipendente e si chiamerà Papua. Conoscendo la loro determinazione credo che lo faranno per davvero. Come reagiranno i soldati indonesiani? Spareranno e ci sarà una carneficina? Con le truppe gli indonesiano possono controllare le città della caosta, ma il territorio della Papua è vastissimo, i villaggi sono migliaia. Impossibile controllarli. I papui daltro canto hanno solo parang, archi, frecce e fucili di legno, mentre gli indonesiani sono armati per davvero.

Come andrà a finire? Noi partiamo dicendo al capo che quando torneremo tra un anno, due, chissà, forse la papua sarà davvero indipendente.

Stanotte però ho dormito male. La città di Biak con i soldati e le truppe indonesianoe è a poche ore di navigazione. Qui ci sono i rivoluzionari. Abbiamo filmato la loro cerimonia ed abbiamo promesso di trasmetterla in Italia per televisione. Quelli di Biak on un motoscafo potrebbero essere qui in un paio d’ore, a requisirci la barca, le telecamere e tutto.

Siamo partiti all’alba, e stavolta definitivamente. Puntiamo verso il mare aperto dove non ci sono ne bandiere ne soldati, ne oppressi ne oppressori. Ci siamo solo noi.

Gen 012000
 
Navigazione - Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Navigazione – Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Ore 07.30

Siamo di nuovo in mare. Partiti, e stavolta definitivamente dall’Irian Jaya. Siamo usciti a motore dall’atollo di Padaido ed abbiamo messo la prua verso Est. C’è poco vento e procediamo a motore, per allontanarci dal gruppo di isole e isoline che formano l’arcipelago. Poi vedremo. Ci aspettiamo di trovare poco vento, perché viaggeremo al limite dell’equatore dove di vento ce ne è sempre poco. Oltre tutto siamo in autunno, nel periodo di transizione tra il mondone di Sud Est e quello di Nord Ovest, caratterizzato da brezze deboli e variabili, inframmezzate da calme e temporali. La strada che dobbiamo fare è enorme. Ottocento miglia fino ai primi atolli della Papua Nuova Guinea. Ottocento miglia da li all’arcipelago della Luisiade, e infine ottocento miglia dalla Luisiade alla costa dell’Australia. Totale 2400 miglia. L’equivalente della traversata di un oceano. Se ci fosse vento, come c’è sempre quando si attraversa un oceano ci vorrebbero una ventina di giorni. Senza vento le distanze si dilatano e tutto diventa incerto.

Navigazione - Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Navigazione – Oceano Pacifico. Al largo delle isole Padaido

Abbiamo deciso di passare larghi dalla costa della Papua Nuova Guinea. Non possiamo fermarci nelle città perché non abbiamo nè il visto d’entrata nè il  permesso di navigazione (il posto dove avremmo potuto ottenere questi documenti era Jaiapura, ma con i disordini in atto abbiamo deciso di non fermarci). Non abbiamo nemmeno tanta voglia di sostare nei villaggi lungo la costa perché un nostro amico francese, Bernard, un paio d’anni fa, proprio in uno di questi villaggi sulla costa Nord della Papua, di notte, è stato assaltato da un gruppo di indigeni. Se l’è cavata solo per la presenza di spirito di sua moglie che, sentendo il trambusto, è uscita in coperta ed ha puntato una pistola e un faro alogeno dritti negli occhi degli aggressori. Certo, sono cose che possono capitare, e il fatto che una volta sia capitato non vuol dire che debba succedere anche a noi.

Sta di fatto che abbiamo deciso di navigare al largo, e di fermarci solo sugli atolli e sulle isole lontane, che poi, di solito, sono anche i più’ interessanti.

 Oe 12.00 E’ arrivato il vento. Niente di speciale, è un venticello leggero da ovest, ma ci fa camminare a 4 nodi e conferisce alla superficie del mare un bel colore blu spezzato con piccolissimi screzi di bianco. La giornata è bellissima. Il cielo è terso come non ne abbiamo visto da settimane. Siamo soli e la barca cammina col vento. Cosa chiedere di più?

 Ore 18.00 Il vento dura ancora. Le isole Padaido sono scomparse. I monti della Papua sono lontani, a Sud. Il sole tramonta ed il cielo ad Ovest porta il suo ricordo con infinite sfumature di azzurro pastello. Dall’altra parte, la luna, al primo quarto fa già brillare una strisciolina di mare d’argento. Che bello! Lizzi prepara una pastasciutta con le melanzane che abbiamo ancora da Biak ed una delle ultime scatole di pelati. Qualche cosa va storto e la pastasciutta sembra una specie di minestra, ma è buona lo stesso. Il vento tiene e noi ceniamo in pozzetto, al buio, con la luna che tramonta,  chiacchierando tranquillamente.