Gen 012007
 

Era cominciato in sordina, con la prima luce del mattino: uscendo in pozzetto mezzi addormentati vediamo una cosa che galleggia. Una cosina grigia e chiara, rotonda e bitorzoluta. Derivava lentamente lungo la fiancata della barca, spinta dal vento e dalla corrente. «Possibile che questa roba arrivi dal cesso di André?». La barca di André, è ancorata 50 metri sopravento e noi siamo gli unici esseri umani nel giro di centinaia di miglia. «È troppo grigia però. Che sia malato?». Dopo qualche minuto un altro pezzetto, identico, e poi un altro ancora, più grosso. Non potevano essere tutti prodotti di André, lui è un solitario! «Forse arriva da terra. Magari qualche albero», continuiamo a lambiccarci in cerca del perché di quelle cose strane nell’acqua limpidissima di un atollo perso in mezzo all’oceano Pacifico, ma anche l’ipotesi dell’albero non può essere giusta perché l’unica isoletta dell’atollo, piuttosto piccola, è al traverso, a mezzo miglio, e quelle palline marroni, invece, sembrano arrivare proprio dalla direzione del vento e dal mare aperto, al di là della barriera corallina che ci protegge dalle onde. Col passare del tempo il fenomeno si è ampliato. Alla fine della mattinata le strane cose erano diventate milioni, tutte grigie, tutte più o meno tondeggianti e bitorzolute, tutte galleggianti. Ne abbiamo pescate alcune e abbiamo capito. Si trattava di pietra pomice, quella pietra leggera e piena di bolle d’aria che viene eruttata dai vulcani. Eravamo circondati da tantissime pietre, tutte galleggianti, che si componevano in lunghe striature alineate nella direzione del vento. Presto si sono formate delle chiazze composte dal pietrisco più sottile, pochi millimetri, anche meno, che si allargavano a creare macchie grigiastre semicompatte dentro cui spuntavano le protuberanze dei massi più grandi. E presto le pietre hanno cominciato a entrare in barca. Uscivano nel lavello con il getto dell’acqua di mare mentre lavavamo i piatti, prima sottili, quasi invisibili, poi sempre più grosse e nel cadere facevano tin, proprio come una pietra che cade sul metallo. Abbiamo smesso di usare la pompa dell’acqua di mare ma altre pietre facevano capolino affiorando dal tubo di scarico, a ogni rollata, mentre da fuori la grande massa delle pietre cominciava a bussare sullo scafo con un crepitio sommesso e gentile, insistente, inquietante, che si ripe teva a ogni rollata e a ogni ondina che urtasse la barca. “Ma se galleggiano, come fanno a infilarsi nelle prese a mare che sono sotto il galleggiamento?”. Per precauzione abbiamo chiuso tutte le valvole degli scarichi rimandando a più tardi il compito di verificare che non si fossero infilate anche nei tubi del motore, pronte a entrare nella membrana della pompa non appena avessimo tentato di avviarlo. Abbiamo rinunciato a scendere a terra per paura cne le pietre intasassero il circuito del fuoribordo e ci siamo disposti ad aspettare. “Putain! C’est toute bouché, C’est toute bouché!». Era André, che ci avvertiva alla radio Vhf. Le sue prese a mare si erano bloccate e tutti gli scarichi erano intasati. Intasata la pompa del lavello, intasata la pompa del frigorifero, intasata quella del bagno. I tubi, trasparenti, lasciavano intravedere all’interno un tappo solido di pietrisco. A metà pomeriggio la superficie della laguna, di solito trasparentissima, era un mosaico di grandi chiazze grigie e le barche sembravano galleggiare in un mare di pietre. La causa? Davanti a noi, per trecento miglia c’era solo mare. Più oltre, l’arcipelago delle Tonga che effettivamente è composto da isole vulcaniche. Possibile che tutta quella roba venisse da trecento miglia di distanza? Cercammo di sintonizzarci sulla radio fijiana casomai parlassero di eruzioni apocalittiche nei dintorni. Nulla. Che altro? Un vulcano sottomarino? Forse. Ma non avevamo avvertito nessuna esplosione. Per fortuna eravamo fermi in un uno specchio d’acqua calmo e non in mare aperto con onde e tempo cattivo. Cosa sarebbe successo in quel caso? Come sarebbe stato se ci fossimo trovati a navigare, investiti da onde coperte da miliardi di roccette alcune delle quali di dieci centimetri di diametro? Il peggio è arrivato di notte. A ogni rollata lo scafo risuonava per l’urto con le migliaia di pietre che lo circondavano. Sul mare non c’era più neppure una spanna di acqua libera. L’atollo era un lago di pietre galleggianti. Il mattino dopo siamo scesi a terra a remi. La spiaggia bianca era sepolta sotto mezzo metro di pietre scure, cosi come erano sepolti i coralli davanti alla spiaggia, le tridacne, i pesci. I granchi spuntavano dall’acqua coperti di pietrisco. Un fenomeno strano, terribile, sconvolgente che ci aveva tenuto fermi per quattro giorni, senza usare le pompe, senza usare il motore e il fuoribordo. Per fortuna il frigorifero funzionava lo stesso grazie allo scambiatore di calore fuoriscafo e gli apparati elettrici funzionavano perché le batterie sono rimaste cariche grazie ai pannelli solari e al generatore eolico. Abbiamo lavato i piatti col secchio in pozzetto, facendo attenzione a prelevare l’acqua tra una chiazza e l’altra. Abbiamo raccolto le pietre più grandi: erano grosse come meloni, ma bastava un nulla per romperle perché la pomice è incredibilmente friabile. Al quarto giorno, le chiazze si sono diradale e siamo andati a pescare sul reef. Abbiamo preso due aragoste. Una delle due aveva il corpo incastonato di pietruzze. André invece aveva anche gli ombrinali intasati. Se ne era reso conto a seguito di un acquazzone che gli aveva riempito il pozzetto d’acqua. Le pietre erano entrate negli ombrinali da sotto e si erano compattate nelle curve dei tubi. L’autogonfiabile, alloggiato nel pozzetto, si era venuto a trovare semisommerso nell’acqua (dolce per fortuna) e una volta estratto ha continuato a colare per ore. Sei giorni dopo il fenomeno è regredito e siamo ripartiti in direzione del Kiribati, ma quando, due mesi più tardi siamo rientrati alle Fiji, su molte delle spiagge sopravento c’erano ancora strati leggeri di pomice. Contemporaneamente una ricerca su internet ci rivelava che in quei giorni una potente eruzione sottomarina aveva fatto nascere un’isola nuova al largo dell’arcipelago delle Tonga.

Navigare tra i detriti? Meglio fermarsi. Non capita tutti i giorni di trovarsi a navigare in un mare pieno di detriti, ma può succedere. Quello della pietra pomice è stato un  evento straordinario, ma altre volte ci sono capitate situazioni strane. Nel 2000 navigavamo al largo della Papua Nuova Guinea, con poco vento, in un mare fermo e vuoto, quando ci siamo trovati a correre fuori a seguito del rumore violento di un urto sullo scafo. A pochi metri da noi un tronco, con cui ci eravamo appena scontrati. Eravamo ad 80 miglia dalla costa e nulla poteva spiegare la presenza di quell’ostacolo. Ma ben presto ne avvistammo altri e dopo qualche miglio il mare era pieno di tronchi d’albero. Ce n’erano di ogni taglia, quelli lunghi come la barca e larghi un metro, quelli con tanto di rami e foglie ancora attaccate e persino semplici cespugli. Per qualche ora abbiamo tentato di procedere ugualmente, avanzando a motore, lentamente, uno di noi a prua di vedetta e l’altro al timone, a fare evoluzioni. La densità dei tronchi però non diminuiva e al tramonto ci siamo rassegnati a spegnere e a fermarci. Il giorno dopo la situazione era identica e per uscirne abbiamo dovuto cambiare rotta e navigare per 50 miglia in direzione Nord allontanandoci ulteriormente da terra. Guardando le carte abbiamo scoperto sulla costa l’estuario di un grande fiume. Quei detriti dovevano essere il risultato di qualche giorno di piogge torrenziali nell’entroterra. Una cosa simile ma un po’ meno pericolosa ci era capitata sei anni prima, in Sudafrica, dopo una tempesta terribile. A cinque miglia dalla terra il mare era pieno di detriti trasportati dai fiumi e per molte ore avevamo dovuto navigare con gli occhi spalancati per evitare gli urti. Nella maggior parte dei casi questi detriti arrivano dai grandi fiumi. Per evitarli, navigando lungo le coste dei continenti coperti da foreste, bisogna passare molto al largo degli estuari, specialmente nella stagione delle piogge. Se nonostante ciò ci si trova a navigare tra i detriti bisogna diminuire la velocità, e navigare piano fino a fermarsi del tutto in caso di tempo cattivo o di mancanza di luce. Quando la barca è ferma, anche in caso di vento e onde, scafo e detriti derivano nella stessa direzione e con la stessa velocità e gli impatti sono molto meno devastanti di quando si naviga.

Gen 012007
 

Al centro dell’oceano Pacifico c’è un arcipelago: otto atolli con il nome affascinante di “Isole della Fenice”. Sono tutti disabitati tranne uno e si trovano in una zona così vuota che ancora oggi, nell’epoca di internet e di Google Earth, nessuno ne sa nulla. Non ci sono navi che passano laggiù. Non ci sono aerei. Nel giugno scorso eravamo alle Fiji con la Barca Pulita quando su un giornale locale abbiamo letto che il governo del Kiribati, a cui le Phoenix (“fenice” in inglese) appartengono, stava decidendo di trasformare l’arcipelago in un santuario marino. Le Fiji dalle Phoenix distano 1.200 miglia, tutte in direzione contraria ai venti dominanti. Abbiamo deciso di provare ad andarci, nella speranza di raccogliere immagini di quel posto sconosciuto. poichè la rotta è tutta controvento pensavamo di effettuare delle soste intermedie e di sfruttare i salti di vento legati alle perturbazioni. “Ci portiamo fino ali’isola più orientale delle Fiji e aspettiamo una perturbazione, così che cessi l’Aliseo e il vento ruoti a Sud. Con la prima perturbazione guadagnamo 300 miglia verso Est e raggiungiamo l’isola Wallis, dove aspettiamo la perturbazione successiva per un altro salto di 300 miglia fino agli atolli delle Tokelau, e così via.  Strategia buona, ma un po’ teorica perché quei salti di vento su cui contavamo sono situazioni anomale che si presentano raramente e che durano puco. Quando ci siamo appostati sull’isola più orientale delle Fiji ad attendere la prima perturbazione, l’Aliseo soffiava stabile da Est Sud-Est ed è rimasto inflessibile per molte settimane. Alla fine siamo partiti, con il vento che finalmente era girato a Sud, ma la perturbazione era “cattiva”, con raffiche, nuvole e temporali. Due giorni dopo, all’alba, eravamo 250 miglia più in là, vicini all’isola Wallis, sempre con vento forte, cielo cupo e groppi minacciosi. Il vento però era favorevole e in preda all’ottimismo, abbiamo commesso l’errore di tirare dritto, saltando la prima delle tappe previste. Il vento buono, seppur con pioggia e temporali, è durato ancora 24 ore, poi il cielo si è schiarito, il sole è tornato a splendere, il mare è ridiventato blu e l’Aliseo è girato nella sua direzione standard, Est Sud-Est, che per noi è bolina. Siamo 100 miglia a Est di Wallis, ma ancora molto lontani dalle Tokelau e non abbiamo altra scelta che continuare. Le previsioni che arrivano via Intemet dalla Nuova Zelanda dicono che il vento, se pur contrario, si manterrà leggero, intorno ai 10 nodi. Ci consoliamo e tiriamo avanti contro un vento che, infischiandosene delle previsioni, supera i 25 nodi e dobbiamo tenere tre mani di terzaroli alla maestra, una mano alla trinchetta e il fiocco ridotto a meno di un quarto. La vita a bordo è scomoda. Fuori non si può stare perché il ponte è spazzato dalle onde, dentro fa un caldo insopportabile perché per non fare entrare gli spruzzi si deve tenere tutto chiuso. Passiamo le ore nelle cuccette sottovento a dormire e sudare. E pensare che a casa tutti credono che ci stiamo divertendo! Cuciniamo poco e mangiamo male: minestra liofilizzata, riso condito con olio, patate bollite. Non possiamo usare il lavandino perché è sottovento e si riempirebbe d’acqua. Per lavare i piatti usciamo in pozzetto, sotto gli spruzzi, una volta al giorno. Niente di eccezionale, sono condizioni normali nell’ Aliseo, ma a viverle giorno dopo giorno, notte dopo notte, la fatica è tanta. Una fatica così intensa che pian piano si entra in uno stato comatoso che vede le funzioni vitali ridursi al lumicino. Siccome ogni movimento comporta un grande sforzo, le allività si riducono all’indispensabile. Ci si alza solo per le manovre essenziali e per controllare la posizione. Si parla poco e si smette quasi di pensare. L’unica cosa che conta è resistere e tenere le vele ben regolate per non scadere sottovento. In queste condizioni disastrate impieghiamo qualche tempo ad accorgerci che l’acqua dei serbatoi si è inquinata. Il caffè da qualche giorno aveva un sapore strano, ma in mzzo a onde ed equilibrismi non ci avevamo fatto caso. Quando ce ne rendiamo conto è tardi. Uno dei bocchettoni di prua non era stretto a dovere e con tutte quelle onde ha lasciato filtrare l’acqua salata. Ci restano 80 litri nelle taniche. Calcoliamo che dovrebbero durare un paio di settimane e tiriamo avanti, anche perché quella dei serbatoi non è persa del tutto: è salata ma possiamo usarla per bollire la pasta e fare la minestra. Dopo sette giorni di fatica facciamo il punto della situazione: abbiamo guadagnato 10 gradi verso Nord ma solo 4 verso Est ed è chiaro che non riusciremo a raggiungere gli atolli delle Tokelau, dove avremmo dovuto sostare in attesa della prossima perturbazione. Anche le Phoenix sembrano ormai fuori portata. Tutte tranne una, la più occidentale del gruppo, che si chiama Orona. Ci aggrappiamo a questa speranza e tiriamo avanti. L’ottavo giorno l’Aliseo si addolcisce e per la prima volta possiamo stare in coperta a leggere e a guardarci intorno. Il nono giorno il vento diventa leggerissimo e siamo quasi fermi, ma il gps dice che stiamo andando indietro. Colpa della corrente equatoriale, contraria, che diventa più forte nan mano che si sale a Nord. Il decimo giorno, dopo una notte di temporali, l’Aliseo è di nuovo stabile, ma rinforza e gira a Est. Per noi è quanto di peggio potesse capitare. Nonostante le previsioni che continuano a dare Sud Est, 10 nodi, noi abbiamo un Est Nord-Est di oltre 15 nodi che arriva proprio da dove dobbiamo andare. Proviamo la bolina con mure a dritta, poi tentiamo le altre mure, poi ancora il primo bordo, ma il responso del gps è desolante: l’angolo tra i due bordi è poco meno di 180 gradi. Uno dei due ci manda a Sud, verso le Samoa, l’altro ci porta dritti a Nord, verso una porzione di oceano dove non c’è nulla per fermarsi e dove la corrente continuerebbe a trascinarci più a Ovest. Mancano 300 miglia alle isole della Fenice, il vento è sui 20 nodi e non abbiamo più le forze per continuare. Così, con le orecchie basse, viriamo, prendiamo il bordo a Sud e puntiamo sulle Samoa,  400 miglia sottovento. Leggiamo le guide Lonely Planet e Moon Travel con le descrizioni delle  cose idilliache che troveremo alle Samoa e cerchiamo di consolarci pensando che, in fondo, le Samoa dovrebbero essere un gran bel posto: c’è anche la casa dello scrittore Robert Louis Stevenson! Ma alle Samoa ci passano centinaia di barche ogni anno, mentre lassù, dove saremmo voluti arrivare, non c’è mai andato nessuno. Un viaggio alle Samoa è normale mentre le Isole della Fenice, nella nostra mente, sapevano di avventura. Passano un pomeriggio e una notte tranquilli, con il vento al traverso, durante i quali mangiamo, riposiamo e ci riconciliamo con la vita. Quando il sole sorge di nuovo il vento, incredibile,è girato nuovamente a Sud Est. Noi stiamo meglio, siamo riposati e lucidi. “Viriamo?”. “Proviamo, giusto per vedere!”. La discesa verso le Samoa ci ha fatto perdere 100 miglia verso Sud ma ne abbiamo guadagnate 40 per Est e ora, seppure di bolina stretta, con le onde, spruzzi, la nostra prua riesce a puntare di nuovo sulle Phoenix. Manteniamo questa rotta per i successivi tre giorni, finché non appare il profilo bassissimo dell’isola di Canton, il più grande degli atolli e l’unico abitato, per quel che ne sappiamo. Alle ore 10 la terra è vicina ma ci vuole un ultimo sforzo prima di poterla calpestare. Siamo sottovento, di fronte all’unico passaggio che dà accesso alla laguna. Il portolano dice che le correnti nella “passe” possono arrivare a 10 nodi e suggerisce di tentare il passaggio solo nei periodi di stanca della marea, che non durano più di 15 minuti e che corrispondono con il culmine dell’alta marea o con il minimo della minima. Ma come si fa a sapere a che ora è la stanca? Ci avviciniamo. Sull’istmo basso che forma il lato sinistro del passaggio si scorgono delle costruzioni sorvolate da migliaia di uccelli. Col binocolo non si vede anima viva e alla radio vhf non risponde nessuno. Ci avviciniamo fino ad avvistare una serie di gorghi che cominciano cento metri prima dell’inizio del passaggio e che sono davvero impressionanti. È chiaro che per il momento non possiamo avvicinarci alla passe. Ci spostiamo verso l’esterno della barriera corallina, finché troviamo un terrapieno di corallo con 15 metri di fondo su cui tentare un ancoraggio. Siamo molto vicini al reef e le pareti vetrose delle onde si frangono a poche decine di metri, ma è solo per poche ore. Mettiamo in acqua il gommone, ci mettiamo sopra il motore e torniamo verso il passaggio, per vedere da vicino. Sul lato destro c’è un vecchio relitto che ci fa scudo dalla corrente e ci lascia arrivare fin quasi al centro. Il flusso è uscente, come un fiume in piena che sbuca dall’atollo e si getta in oceano. Tanto per provare tentiamo di forzare il passaggio ma col fuoribordo al massimo siamo meno veloci della corrente e andiamo a ritroso. Eppure secondo le nostre tavole di marea, qui la bassa è due ore dopo che ad Apia, alle Samoa, e dovremmo esserci! Rientriamo in barca e ci ripromettiamo di tornare ogni ora a monitorare la corrente. Alle undici è tutto come prima. Alle dodici, quando il sole è a picco e la spiaggia è diventata di un bianco abbacinante, la corrente sembra meno impetuosa e il relitto emerge molto di più, segno che non siamo lontani dalla bassa marea. Ancora un’ora e la corrente, seppure uscente, sembra debolissima, il relitto è tutto fuori. Corriamo a bordo, salpiamo l’ancora pregando che non si sia incastrata nei coralli, ci avviciniamo cautamente al nastro di acqua blu che porta dentro l’atollo. La corrente, leggera, ha già cambiato direzione ma la passe si rivela facile. Larga un centinaio di metri e profonda sette è lunga solo trecento metri. In pochi minuti siamo dentro, nell’acqua azzurra e finalmente calma di un luogo rimasto fuori dal mondo e dal tempo. ln questa calma cosmica anche la nostra mente funziona meglio: le tavole di marea davano un dato sbagliato perché non abbiamo tenuto conto che, partendo dalle Fiji, abbiamo attraversato la linea del cambio di data. Qui siamo un giorno in meno rispetto alleFiji e avevamo guardato la data sbagliata. A terra c’è un uomo che fa dei segnali. Lasciamo da parte la stanchezza, rimettiamo in mare il gommone e andiamo a incontrarlo. L’uomo dice che in tutto l’atollo vivono sette famiglie e che il villaggio è a mezz’ora di cammino. La nave governativa fa scalo qui una volta l’anno e siamo i primi esseri umani ad arrivare da oltre sei mesi. Dal villaggio ci hanno visto e stanno preparando per noi la festa di benvenuto. Così l’isola di Canton ci ha ricevuti, dopo tredici giorni di bolina, con una laguna blu incredibilmente ricca di pesci e di tartarughe e con un’accoglienza calorosa degna delle più celebrate tradizioni polinesiane.

NEGLI ATOLLI Entrare in laguna? Con la “stanca” Quando la marea sale l’acqua entra nell’atollo per i canali che lo collegano al mare in modo che all’interno il livello possa salire. Con la marea che scende avviene il contrario e l’acqua esce. Consideriamo un atollo di dieci miglia di diametro e una marea con il dislivello di un metro. La quantità d’acqua che deve fluire, nel giro di sei ore, è di circa 300 milioni di metri cubi. Un volume enorme che si divide tra i vari passaggi che mettono in comunicazione la laguna con l’oceano. Se l’atollo ha molti passaggi la corrente sarà moderata. Se ne ha pochi, o uno solo, c’è da aspettarsi una corrente violentissima. Le correnti in mare sono di due categorie: quelle generate dal vento e quelle prodotte dalle maree. Le prime nascono quando il vento soffia in direzione costante per ore e giorni. Col tempo l’attrito dell’aria sull’acqua mette in moto lo strato superficiale del mare che comincia a scorrere nella stessa  direzione del vento. La velocità della corrente aumenta col passare del tempo e dipende dalla forza del vento e dall’ampiezza del tratto di mare interessato. Può andare da mezzo nodo a un nodo per venti di media intensità, fino a raggiungere i 2 o i 3 nodi. In oceano, nelle aree soggette a venti costanti, una corrente di superficie di un nodo è normale. La corrente equatoriale, per esempio, che corre da Est a Ovest in Atlantico, in Pacifico e in Indiano, è il risultato degli Alisei che soffiano per mesi nella stessa direzione. Quando la corrente, dopo avere attraversato l’oceano va a sbattere sul continente africano si divide in due rami, uno che sale verso Nord e che prende il nome di “corrente della Somalia” e uno a Sud in direzione del Sudafrica, la “corrente del Mozambico”. l due rivali tendono ad accelerare fino a due tre nodi e proseguono lungo la costa per migliaia di miglia diventando un problema per chi si trova a navigare in quelle acque. Le correnti sono segnalate sulle carte a grande scala e sulle Pilot Chart e descritte nelle sezioni introduttive dei portolani. In condizioni di mare moderato si possono anche misurare con gli strumenti di bordo: basta ammainare le vele e guardare le indicazioni del gps: se lo strumento registra uno spostamento, questo è dovuto alla corrente e alla spinta del vento sullo scafo. Se il vento è poco, la velocità indicata dal gps corrisponderà esattamente alla corrente. Le correnti di marea sono tutt’altra cosa e possono essere violente. Raggiungono i tre, quattro, cinque nodi e possono arrivare a dieci e oltre. In compenso non mantengono mai la stessa direzione per più di sei ore (tanto impiega la marea a salire o a scendere). Come visto nell’esempio delle lagune degli atolli, queste correnti nascono a seguito dei cambiamenti di livello del mare. Lo stesso fenomeno si presenta nei passaggi che portano a vaste lagune interne, negli estuari dei grandi fiumi e nei luoghi dove una porzione di mare è in comunicazione con un’altra. Il fenomeno diventa più importante dove le escursioni di marea sono molto alte, come nella Bretagna, nella costa Nord dell’Australia, al largo dei grandi capi e così via. Per evitare di combattere contro forze più grandi di quelle di cui disponiamo bisogna prepararsi per tempo, leggere le informazioni sui portolani e studiare la topografia del luogo. Dovendo navigare in un canale soggetto a correnti di marea, la cosa migliore è aspettare il momento della “stanca”, quel breve intervallo corrispondente al minimo o al massimo della marea, in cui la corrente scompare prima di cambiare direzione. Meglio ancora, conviene passare quando la corrente non è assente del tutto ma è leggera e contraria. Un po’ di corrente contraria, infatti, facilita la manovra in caso di imprevisti perché, se si deve rallentare per evitare un ostacolo, se la corrente è contraria ci si ferma in un attimo, se è a favore si rischia di arrivarci proprio sopra.