Gen 012002
 
Una Montagna di fuoco - Vulcano Yasur

Una Montagna di fuoco – Vulcano Yasur

Oggi è stato il grande giorno, finalmente siamo riusciti ad andare sul vulcano Yasur.

Non è una cosa facile, non perché l’escursione richieda abilità, al contrario è facilissima, o perché ci voglia qualche tipo di accorgimento speciale. No assolutamente. E’ solo che bisogna procurarsi due cose fondamentali: un mezzo di trasporto e il benestare dei responsabili del vulcano.

Per il mezzo di trasporto ci siamo fatti aiutare da Willy. Nel villaggio di Sulphur bay, poco lontano da Port Resolution, dove siamo ancorati noi, c’è un tizio che ha un camioncino pick up a 4 ruote motrici, che fa servizio taxi quando c’è qualche turista allo Yacht Club, o quando qualcuno del paese deve andare fino al capoluogo a fare la spesa per tutti.

Per il secondo requisito, l’autorizzazione, è stato più complicato.

Il vulcano Yasur infatti per gli abitanti di Tana, è una persona, un Dio, un oracolo. E’ al vulcano che si incamminano le anime delle persone morte da poco, e le si può identificare con le pietre infuocate che eruttare dal cratere, giacciono sulle pendici della montagna. E’ sempre il vulcano che forgia l’isola di volta in volta con le sue eruzioni sotterranee e sottomarine, deviando il corso dei fiumi, asciugando i laghi e, nel caso della nostra baia a Port Resolution, restringendola e alzandole il fondo in modo tale, che oggi, la nave di Cook, più voluminosa, profonda e goffa della nostra nelle manovre, non ci potrebbe più entrare.

I vecchi dell’isola sanno captare all’istante i segni che manda il vulcano. Capiscono dal suo modo di comportarsi se sarà una stagione secca o piovosa, se il momento di piantare lo yam è giunto o no, se il raccolto sarà buono o scarso e via dicendo. Inoltre, dicono i vecchi, il modo del vulcano di lanciare pietre e di emettere boati, ne rivela l’umore.

C’è voluta quasi una settimana, da quando abbiamo espresso il desiderio di andare al vulcano, a quando, attraverso Zuberi, il capo villaggio di Port Resolution, abbiamo ottenuto il permesso.

Una Montagna di fuoco - Vulcano Yasur

Una Montagna di fuoco – Vulcano Yasur

Il viaggio con il pick up dura solo un quarto d’ora, prima di arrivare a una piana di polvere nera, che ci appare dietro a una curva, dove la vegetazione improvvisamente cessa di avvolgerci. La strada sulla quale stavamo viaggiando scompare, e davanti a noi solo questa immensa distesa di velluto nero, nel mezzo della quale si alza il cono perfetto del vulcano.

La piana si estende a perdita d’occhio in tutte le direzioni, come un Sahara nero, dove delle piccole variazioni sul grigio, ne rivelano le dune.

In lontananza ci sono mucche che camminano in fila indiana, non si sa provenienti da dove e dirette dove. Più vicino alcune donne vengono nella nostra direzione con fagotti sulle spalle. Il nostro camioncino passando, lascia due scie con le ruote, ma al ritorno non ci saranno più, cancellate forse dal vento o dalla polvere di una nuova eruzione. Come se il vulcano volesse farci smarrire la strada di casa.

Dopo aver girato intorno alla montagna, il pick up si inerpica per una specie di mulattiera che si delinea tra grossi massi di pietra lavica, e dopo un’ascesa di un altro quarto d’ora, ci scarica in un pianoro dove c’è una baracca di paglia. Lì, davanti a noi, un centinaio di metri più su, c’è il cratere del vulcano Yasur. E come a darci il benvenuto un boato ci fa tremare il terreno sotto i piedi e poi una scarica di pietre nere viene scaraventata nel cielo seguita da una nuvola di fumo.

Tutto per fortuna va a cadere nella direzione opposta alla nostra, grazie all’aliseo che tira in quella direzione.

Lo Yasur è un vulcano di tipo stromboliano, che emette lapilli e pietre in continuazione, ed è il vulcano attivo più accessibile del mondo.

Infatti, scesi dal camioncino, percorriamo a piedi gli ultimi 100 metri di salita, nella polvere nera che sentiamo calda attraverso le scarpe, e arriviamo addirittura sopra il livello del cratere, nella sua parte sopravento. Sotto di noi vediamo l’enorme cratere con le due bocche eruttive. Il vulcano ha un ciclo abbastanza costante, con un ritmo di una ventina di minuti. Ogni venti minuti infatti aspira, provocando un vento di risucchio spaventoso che travolge ogni cosa, poi emette un paio di fumate scure e con un boato terrificante lancia al suo esterno dei massi infuocati seguiti da un’ulteriore nuvola bianca che avvolge tutto il mondo circostante.

La postazione dove ci troviamo è sicura, perché è sopravento rispetto alla direzione dell’aliseo che per 10 mesi all’anno soffia costante. Ma l’aliseo certi giorni fa i capricci o si affievolisce lasciando il posto ad altre brezze, ed è evidentemente questo che vogliono appurare i responsabili del vulcano prima di dare il permesso a salire.

Ma anche così, rassicurati sia dalle cognizioni meterologiche razionali, che da quelle della cabala degli anziani, ogni boato ci fa sobbalzare e ogni pietra più grossa delle altre ci sembra sempre diretta nella nostra direzione, e ogni volta, vedendola abbassarsi ci prepariamo a correre via, fino a che non sentiamo il suo tonfo attutito dalla polvere, sul terreno sotto di noi.

Con i cavalletti puntellati nel terreno per evitare che sbattano durante le inspirazioni del vulcano, scattiamo decine di foto e giriamo chilometri di filmato. Giù sulla piana si vedono passare altre persone, fino a quando la luce diminuisce e sul nero non si distingue più niente.

Ma mentre il sole comincia a calare, quasi per magia dal vulcano cominciano a uscire getti di luce infuocata. La polvere nera è tutta un fuoco d’artificio di pagliuzze rossastre e le pietre che il vulcano erutta, smettono di essere nere e diventano rosse incandescenti, e restano dello stesso colore anche quando, dopo un volo di parecchie decine di metri, vanno a cadere lungo la pendice del vulcano.

Sono queste le anime dei morti che tornano a casa!