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Vi racconto tutto quel che so - Papua Nuova Guinea

Vi racconto tutto quel che so – Papua Nuova Guinea

In questo periodo dell’anno qui, a Nord della Papua Nuova Guinea, c’è poco vento. E procediamo a motore per la maggior parte del tempo.

Stamattina poco dopo l’alba eravamo al largo di Mussau, un’isolona verde, disposta da ovest a est. La nostra carta non è dettagliata e non è chiaro se ci si può fermare o meno. Ma da terra abbiamo visto staccarsi un paio di canoe.

Abbiamo rallentato, incerti sul da farsi. Sulla prima canoa che arriva sottobordo ci sono un uomo e un bambino. L’uomo, dopo aver faticato con la pagaia per portarsi di fianco alla Barca Pulita, ci mette a bordo un paio di noci di cocco, poi si presenta:

“Mi chiamo Augustus, il capo del mio villaggio mi ha mandato a darvi il benvenuto e a invitarvi a scendere  terra”

Tutto in perfetto inglese. Gli esponiamo i nostri dubbi circa l’ancoraggio, ma lui ci dice che se ci fidiamo ci spiega lui.

Ci pensiamo. Consideriamo che non c’è vento, il mare è liscio come l’olio, e non ci vorrà niente a riprendere ilargo se dovesse succedere qualcosa di storto.

Vi racconto tutto quel che so - Papua Nuova Guinea

Vi racconto tutto quel che so – Papua Nuova Guinea

Augusto comincia a pagaiare verso le capanne che si scorgono sulla riva. Fa segno alle altre canoe che sono uscite di posizionarsi ai lati dell’entrata nella barriera. Lui ci precede. E con estrema facilità, guidati da un corteo di canoe, entriamo dentro la laguna e buttiamo l’ancora in un fondo si sabbia di 10 metri. Meglio di così!

Andiamo a terra. Il villaggio ricorda quello di Heremit Island. Le stesse capanne di foglie di sago. Lo stesso prato verdissimo.

Il capo villaggio è un omone grande e grosso, si chiama Joseph e ride in continuazione.

Gli raccontiamo da dove veniamo e dove siamo diretti, e il lavoro che facciamo.

Lui con la sua faccia sorridente ci promette di raccontarci la storia dell’isola.

“Sono il più vecchio qui, ho 75 anni. Le storie che so me le ha raccontate mio nonno che le ha sapute da suo padre” ci dice tra una risata e l’altra.

“Vi racconterò tutto quello che so. Ma non ora. Ora sarete stanchi” e poi improvvisamente

“Vi piacce il coconut crab?”

Acccidenti come no! Il birgo latro. Abbiamo imparato a conoscerli in Polinesia. Si tratta di un granchio terrestre, dal colorito bluastro, che mangia esclusivamente noci di cocco. Ha delle chele enormi, che potrebbero mozzare un dito ad un uomo. All’interno le chele sono ricche di carne saporita e profumata di cocco.

Joseph grida qualcosa a un ragazzino e dopo un pò ci portano una bestia di una trentina di centimetri con le chele legate da foglie di palma.

Joseph ride compiaciuto

“L’isola ne è piena, ma la nostra religione non ci permette di mangiarli……welcome!”

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Quando arrivò la prima nave… - Papua Nuova Guinea

Quando arrivò la prima nave… – Papua Nuova Guinea

“Quando arrivò la prima nave, tutti si spaventarono e corsero a nascondersi dentro la foresta. Nessuno aveva mai visto i bianchi. Nessuno aveva mai visto una nave come quella. Poi i bianchi scesero a terra e portarono dei regali e la paura della gente diminuì un poco. Rimasero pochi giorni, e al momento di partire presero due uomini, e li portarono con loro.”

“La seconda nave arrivò dopo qualche anno. A bordo c’erano i due che erano stati rapiti. Conoscevano la lingua dei bianchi e dissero che sulla nave c’erano tante cose da prendere”  Sull’isola a quei tempi vivevano più di 2000 persone divise in tanti clan, sempre in lotta tra loro. Per l’occasione si misero daccordo e di notte assaltarono la nave. Uccisero tutti e presero tutto quel che c’era. Poi alzarono le vele, tagliarono in cavo dell’ancora e diedero fuoco. La nave se ne andò da sola, in fiamme e affondò Era ancorata li, nella baia, proprio dove siete ancorati voi”

Joseph con i suoi 75 anni è il patriarca del villaggio. Da quando ha saputo che scriviamo libri ha cominciato a ripeterci che lui aveva una storia da raccontarci. Ed eccoci qui, seduti sotto una palma, a due metri dal mare, ad ascoltarlo. Joseph racconta in Pidgin, e Nuno, il maestro del villaggio, traduce per noi in Inglese.

“Anni dopo arrivò una terza nave. Gli uomini di qui non riuscirono a mettersi d’accordo per razziarla, anzi uno dei capi diede il permesso ad un bianco, che aveva con sè dei lavoratori, di fermarsi sull’isoa per cominciare a lavorare la copra. Dopro breve però il nuovo arrivato si accorse della presenza di ogetti sospetti: una grossa ancora, una campana, le pentole, e cominciò a chiedere informazioni sulla loro provenienza. Ciò non piacque agli abitanti di Mussau che uno dopo l’altro eliminarono tutti i nuovi arrivati. Solo due, riuscirono miracolosamente a scappare su una canoa e ad approdare settimane dopo, in un villaggio sulla costa, dove riuscirono a dare l’allarme.

Quando arrivò la prima nave… - Papua Nuova Guinea

Quando arrivò la prima nave… – Papua Nuova Guinea

“Allora arrivò una nave grande, con tanti uomini armati. Anche gli abitanti dell’isola erano armati, con i fucili che avevano preso alle prime navi, comunque scapparono nella foresta. Ci furono inseguimenti e sparatorie ma nessuno poteva vincere. I bianchi erano tanti, ma la foresta era troppo fitta per stanare gli isolani. Dopo qualche settimana i bianchi proposero un accordo. La gente dell’isola avrebbe potuto tenersi ciò che aveva preso dalle navi, e i bianchi avrebbero potuto sbarcare e coltivare la copra. I capi dei villaggi accettarono e da allora c’è sempre stata la pace.”

“Ma quando è successo Joseph?”

“Tanto tempo fa.”

“Erano navi tedesche?”

“No, prima, tanto tempo prima”

Per confermare la sua storia Joseph ci mostra una pentola, recuperata dalla nave che venne razziata, e che per anni è stata usata nella sua famiglia, fino a quando non si è deciso di tenerla come un cimeglio. E’ un oggetto vecchissimo, di rame, tutto verde di ossido, assottigliato dall’uso e pieno di buchi.

“Dopo qualche anno i bianchi se ne andarono, ma gli uomini di Mussau ormai avevano imparato ad usare i fucili e siccome erano sempre in guerra tra loro, morì tantissima gente. Gli abitanti di Mussau, a quei tempi, erano anche mangiatori di uomini” ci confida Joseph tra una risata  e l’altra.

Quando sono nato io sull’isola c’erano rimaste solo due famiglia, 24 persone in tutto.

“Io e i miei fratelli ci siamo andati a prendere una moglie sull’isola di Manus e poi siamo tornati. Altri invece sono rimasti lontano”

Oggi la popolazione di Mussau ha ripreso a crescere e siamo più di 200. La storia di Joseph finisce qui. Lui la recita a memoria. L’ha appresa da suo padre, e questi da suo padre, e così via, all’ndietro, non si sa per quante generazioni. Noi cerchiamo di sapere di più, quando, come e poi? Ma lui sembra quasi infastidito, e dice che la storia raccontata dagli anziani è solo quella.

Bisogna accontentarsi!

Gen 012000
 
Heremit - Papua Nuova Guinea

Heremit – Papua Nuova Guinea

Partiamo. Abbiamo passato la mattina a salutare. Le ultime riprese. Le ultime foto ai bambini che giocano in acqua, a quelli che giocano con le canoe, alla sula addomesticata che ieri mi è volata in testa.

Mettiamo in ordine la barca e tiriamo su le ancore. Ci vuol tempo perchè c’è una quantità di roba in giro per la barca: le bombole, gli erogatori, mute, maschere, pinne, papaie, ananas, verdura, bottiglie vuote…. e poi fa caldo e il sole è impietoso ed ogni due o tre cose che facciamo dobbiamo fermarci a tirare il fiato o buttarci in acqua per raffreddare il corpo e la testa.

Prima tiriamo su l’ammiragliato, recuperandola dal gommone, con tutto quanto il suo cavo e la catena, scendendo un paio di volte con la maschera a disincastrarla dai coralli, mentre  i bambini in canoa tutto attorno ci guardano in silenzio con gli occhi enormi. Poi abbiamo tirato in barca il gommone e cominciato a salpare l’ancora principale. Avevamo dato 50 metri e la catena era adagiata a casaccio sulla scarpata corallina, impigliata qua e la nei massi. Per scaramanzia avevamo tenuto fuori la bombola e l’erogatore, ma non c’è stato bisogno. E’ venuta si da sola, anche se con qualche tentennamento.

Ciao, heremit. Siamo rimasti 8 giorni e sembra di essere qui da una eternità. Conosciamo tutti, il vecchio Jaseph, Frida, Wilma, il prete, il Maestro, i bambini….

Conosciamo le reglo della loro chiesa, la ricetta per cuocere il sago, e quella per fare il pane di cassawa.

Ciao Heremit, e puntiamo verso Sud Est lasciandoci alle spalle il villaggio sotto la nuvola nera di un temporale che si sta formando sul villaggio e sulla montagnola ad est delle case. Gli ultimi metri di risalita della catena sono accompagnati dal brontolio del tuono.

“Dai, sbrighiamoci, così arriviamo all’uscita prima del temporale”

“Ma ci si vede?”

“Per ora mi sembra di si”, e salgo su alle crocette a cercare di individuare i coralli nella lice grigia del pomeriggio avanzato che ormai si è tutto coperto di nuvole.

Il banco di corallo che orla l’isola si vede ancora bene. E’ verde e il suo colore traspare in superficie nonostante il grigio del cielo. Se si vedono i coralli vicino all’isola dovrebbero vedersi anche quelli da qui all’uscita, penso, mentre guardo verso est, lungo il percorso accidentato che dobbiamo fare per uscire dall’atollo.

Dentro di me vorrei non essere partito. Si stava così bene, ad Heremit. Era bello scendere a terra la mattina e sedersi fuori dalla casa di qualcuno. Eravamo sempre i benvenuti. La gente ci sorrideva. E siccome tutto succede sempre all’aperto, le attività di tutti i giorni erano li davanti a noi, per essere fotografate e filmate, per essere commentate e per scerzarci sopra. La barca, con due ancore era al sicuro e se veniva un temporale bastava chiudersi dentro in cuccetta con un libro ad aspettare che passasse. Ora invece sono sull’albero, a scrutare una distesa grigia di acqua piena di pericoli invisibili, e a spiare con la coda dell’occhio l’avanzare del temporale. Individuo un primo banco di corallo isolato e do a Lizzi le istruzioni per girargli attorno. Arrivano le prime gocce e mi bagnano gli occhiali antiriflesso che mi sono tenutoi per cercare di capirci di più, mentre la pioggia tutto intorno riduce la visibilità.  Non vedo più la linea dei frangenti in lontananza che fino ad un attimo fa indicava il limeite esterno dell’atollo, non vedo i paletti di legno che quelli di qui hanno messo qua e la sui banchi per aiutare a trovare l’uscita, e guardandomi alle spalle non vedio più nemmeno il banco di corallo che abbiamo appena superato. Contemporaneamente l’allarme dell’ecoscandaglio comincia ad urlare il suo sgradevole avvertimento: bip bip bip….siamo a meno di 15 metri di fondo. Vuol dire che siamo sull’orlo di un banco che però non vediamo. Dovremo tentare di allontanarci, ma in che direzione, e intanto arrivano le prime raffiche.

“Senti, buttiamo l’ancora, almeno ci fermiamo” e corriamo a prua a liberare il salpaancore che avevamo coperto ben bene in previsione di una lunga navigazione e a tempo di record molliamo ancora e catena. Appena tocca il fondo manda il rumoraccio inconfondibile della catena che sfrega sul corallo. E’ una cosa che non va bene pechè……., ma almeno vuol dire che siamo fermi. Dobbiamo solo sperare che la pendenza del banco non sia eccessiva e che il vento non ci spinga nella direzione in cui risale.

“E adesso cosa facciamo?”

Ma ci sono situazioni in cui non si può fare niente. Non abbiamo più il ridosso dell’isola. Tutto intonro il mare è arricciato dalle onde del temporale. La barca è aggrappata ad un fondo di corallo in un punto imprecisato dell’atollo. La catena manda sgradevoli rumori di sfregamento sulle madrepore. Tutto intorno altri banchi di corallo. Fuori pioggia fittissima e vento a folate.

Speriamo che duri poco. Altrimenti mettiamo machere e pinne, andiamo a cercare il banco vediamo come e fatto e se necessario mettiamo delle altre ancore in modo da stare tranquilli fino a domani mattina”

Invece non c’è bisogno. Il tyemporale dura solo venti minuti. Lascia un cielo uniformemente grigio e una pioggerellina stupida e continua, che perrò non limita più la visibilità. Il verde dei banchi è ricomparso, l’ancora risale e riprendiamo a fare lo slalom verso l’uscita. Il passaggio è complicato, molto più di quanto avessi potuto immaginare. Un percorso tortuoso tra immensi bassifondi verdi e blu. Raggiungiamo l’uscita dopo più di un’ora. All’esterno le onde frangono maestose sul limtite del banco, a destra e a sinistra della nostra prua e della linea blu che segnala il passaggio. Poi la profondità aumenta di colpo: 20, 30, 30, 100 metri. Ecco, siamo fuori, in oceano. Non ci sono più pericoli. Alle nostre spalle Heremit, con le sue 147 persone, è ormai soltanto una montagnola grigia, seminascosta da una nuvola.

 1 Ottobre 2000

Ore 12..00 Abbiamo percorso 38 miglia dall’uscita di Heremit. Considerando che sono 18 ore, equivalgono a 50 miglia nelle 24 ore. Quello che conta è che in gran parte le abbiamo fatte a vela.

2 Ottobre 2000

Ore 04.00 Il vento che ci ha accompagnati per tutta la notte è diventato capriccioso. Si è formata una nuvola. Il vento è girato ad est. Abbiamo virato prendendo il bordo a Nord Est. Qualche goccia di pioggia poi è scomparso del tutto. Alle 5.00 ammaino i fiocchi ed esco a dormire.

Ore 06.00 Issiamo di nuovo i fiocchi, con le mani impastate dal sonno. Il cielo si presenta sereno. Vento molto debole, da Nord Est. Prendiamo il bordo di est sud est. Camminiamo a due nodi ma camminiamo, e in cielo una volta tanto non ci sono temporali.

 Ore 12.00 Percorse 67 miglia nelle 24 ore, la maggior parte delle quali a vela

Durante il pomeriggio il cielo si scurisce. C’è un enorme temporale dietro di noi che occupa più di metà dell’orizzonte. E’ spettacolare e si avvicina, ma piano. Ci prepariamo al peggio e prendiamo due mani al randone. Il randino ha già una mano e va bene così. Quando arriveranno le prime rafficvhe dovremo solo ammainare lo Yankee. Per ora però lo teniamo perchè il vento per adesso è leggero.  Abbiamo vento, 5 o sei nodi, ma sufficiente a camminare. La direzione continua a cambiare. Traverso, gran lasco, poppapiena, gran lasco dall’altra parte, poi di nuovo poppa piena. Continuiamo a manovrare e a regolare le vele, ma almeno si cammina e le manovre sono facili perchè il mare e’ solo appena un po arricciato.

 Abbiamo navigato tranquillamente tutta la notte. Vento stabile, da Nord, niente temporali, nessuna nave in vista e nessuna terra all’orizzonte. E stamane ho visto l’alba e poi il sole alzarsi su un orizzonte infinito, con il cielo sereno e milioni di nuvolette bianche che si accumulavano sull’orizzonte. Cosa chiedere di più?

Per festeggiare a metà mattina abbiamo mangiato l’ultimo pezzo di pesce affumicato che ci hanno dato i nostri amici di Heremit. A pranzo mangeremo frutta, e a sera verdura, e abbiamo solo l’imbarazzo della scelta perchè la barca è ancora piena delle provviste che tutti facevano a gara a portarci. Una incredibile quantità di papaie e di ananas, e poi patate dolci, zucche, taro, banane, lime. E quando queste cose saranno finite avremo sempre pasta e riso, verdure in scatola, fagioli secchi, lenticchie eccetera. Certo di famme non morremo, ma chissà perchè, sempre più spesso parliamo di gelati, di panini col salame, di cioccolato…..ma da quanto tempo è che siamo in mare?

La strada che dobbiamo fare prima di poter trovare un gelato è enorme. Da qui dove siamo ora dovremo continuare verso Est per 400 miglia fino a raggiungere un’isola lunga e stretta con un nome che  suona strano in mezzo a questo mare caldissimo: Nuova Irlanda. Superatala dovremo piegare a Sud Est, per altre 650 miglia, fino all’aricpelago della Luisiade, la punta estrema ad Est della Papua Nuova Guinea, e poi ancora a Sud, per 800 miglia, fino alla grande barriera Australiana e al porto di Brisbane, che è la nostra meta finale.    In tutto milleottocentocinquanta miglia, e con il poco vento che c’è,  chissà quanto tempo impiegheremo. Poi lungo la strada è pieno di isole, isolette e atolli. Sono posti dimenticati, probabilmente belli, sicuramente interessanti. Sarebbe bello potersi fermare, se non in tutti (ci vorrebbero anni) almeno in alcuni. Ma abbiamo poco tempo e dobbiamo sbrigarci.  L’ultima parte del nostro percorso, quella dalla Luisiade all’Australia ci farà attraversare una zona a richio di cicloni. La stagione pericolosa inizia a Novembre, e quindi è già iniziata, ma il rischio che si formi un ciclone aumenta con l’avanzare della stagione, e diventa altissimo a Dicembre e Gennaio.

Be, vedremo.

 In tutto questo tempo il temporale ha continuato ad avvicinarsi ma prima di raggiungeci si è sciolto, senza fare danni,

Verso sera il vento si stabilizza da Ovwes, in poppa piena. Ce facciamo? Prendiamo il bordo di Nord Est o quello di Sud Est? Decidiamo per Nord Est, anche se la nostra rotta per l’Australia vorrebbe già piegare un po verso sud. Ho l’impressione che a nord avremo venti e correnti un po’ più favorevoli. E poi, a sud, a 40 miglia da noi c’è un’isola, e più stiamo lontani meglio è, visto che abbiamo la tendenza ad addormentarci durante i turni di notte.

 3 Novembre.

Che bello, abbiamo camminato tutta la notte . Il vento si è stabilizzato e noi facciamo quattro nodi fissi. E stamane il cielo è anche abbastanza chiaro, c’è il sole e il mare è blù. Simo saliti in latitudine ed ora siamo a poco meno di un grado dall’equatore.

 12.00 Nelle 24 ore abbiamo percorso 73 miglia. Ora però c’è un nero che si profila all’orizzonte.

 Il vento da Nord Ovest continua tutto il pomeriggio ma sempre più leggero. Al tramonto scompare.

 4 Novembre. Dormito tutta la natte. Partiti alle 5 del mattino a motore su mare oleoso. Ho visto l’alba e pi il sole alzarsi. Cielo sereno con milioni di nuvolette bianche che si accumulano sull’orizzonte.

Ore 12.00 Percorse 60 milgia nelle 24 ore. Siamo a 33 miglia dall’isola Mussau, la prima del gruppo che poi seguiremo scendendo oblicuamente verso sud.

Dentro labarca ci sono 35 gradi. Il mare è immobile. Abbiamo passato la mattina a chiacchierare di Davide e Salomone

 5 Novembre

Ore 05.00

Ripartiamo a motore. Il sole soregerà tra 40 minuti. Cielo quasi sereno. L’isola Mussau si vede bene. Stanotte a parte un’ora di vento dovuto ad un temporalino e che perà veniva direttamente da Est, per il resto c’è stata piatta ed abbiamo dormito. In barca ieri sera c’erano 35 gradi. Stamane ce ne sono 31. Caldo.

 La pesca del dorado

Faceva caldo. Andavamo a motore sul mare liscio e olioso, nell’aria immobile. Abbiamo deciso di spegnere il motore per fermarci e tuffarci. Mentre la barca rallentava è scattata la traina. Un pesce grosso. Dava grandi strappe e faceva enormi salri fuori dall’acqua. L’ho riconosciuto subito dalla forma slanciata e flessuosa del corspo quando emergeva nei salti. E’ un pesce bellissimo, col corpo sottile dotato di una lunggissima pinna dorsale che oarte dalla testa e arriva fino alla coda. Ma la cosa più bella sono i colori. Il dorado è azzurro e verde, ma tutta la parte superiore del corpo è macchierrata di pallini e di striature dorate bellissime. Quando però il pesce viene tolto dall’acqua e muore, i soui colori in poche decine di secondi scompaiono lasciando il posto ad un colore argenteo uniforme.

Lo tiriamo sottobordo, lentamente, perchè il pesce è grosso e forte e combatte aspramente. L’acqua è traparentissima e comincio a vederlo anche se è qualche metro sotto il livello del mare.

“Hei, ma ce ne è un’altro!”

I pesci sono due. C’è quello che abbiamo pescato noi e un’altro, identico, anch’esso lungo più di un metro, che lo segue a brevissima distanza. Mi vengono in mente cose che ho letto non so dove e non so quando. I dorado vivono quadi sempre in coppia. Il maschio ha la testa più grossa e la fronte verticale. La femmina è più affusolata ed ha la testa più aggraziata. E’ il maschio che ha abboccato, ed ora è a pochi metri da noi, La femmina lo segue, nuotando piano.  Quando se ne pesca uno è facile perscare anche l’altro perchè il compagno non lo lascia, fino all’ultimo momento.  Ora sono li tutti e due bellissimi, nell’acqua trasparente, e i loro colori sono così intensi da sembrare magici.

“Aspetta, scendo a prendere la telecamera.”

“Si, prendi anche la macchina fotografica”

Lizzi resta a poppa con la lenza in mano mentre io rovisto per trovare le macchine, con un senso di disagio che resta inespresso. La barca intanto si è fermata. La lenza la fuori non risente più della tensione dovuta al movimento. Il dorado salta una, due, tre volte. Lo sanno anche i bambini che non è così che si fa a pescare. Non si lascia il pesce in acqua appeso ad una lenza inerte. E proprio mentre sto riemergendo dal boccaporto il bestione fa un ultimo salto e si libera. Resta immobile per un momento, sbilenco, prostrato forse dalla lotta. Poi si lascia scivolare verso le profondità del mare, ondulando sulla coda,  e la sua compagna lo segue, due macchie gialle che si fanno piccole nel blu profondo.

Nessuno di noi dice che peccato.

Speriamo di pescare un tonno. Chissà perchè i tonni fanno meno pena dei dorado. che non lo lascia finchè non azzura.

 Ore 07.40 Ci avviciniamo alla parte Nord dell’isola di Mussau. Isola grande. Da lontano col binocolo vedo boschi in alto e cocchi in basso. Il fumo di un fuoco ogni tanto sbica da un gruppo di alberi poco più in dentro dalla linea di costa. Guardo col binocolo e faccio in modo di passare vicino tanto la carta dice che la parte nord della costa è libera da pericoli. Soero che so, di poter vedere qualche cosa, qualcuno. Avvicinandoci, sulla spiaggia vedo due puntolini. Due persono, ma sono piccolissime, le immagini velate dalla foschia dei frangenti che si rompono prima della spiaggia. poi compaiono le canoe. Sono due. Le vedo col binocolo apparire e scomparire nelle valli delle onde. Remano come forsennati e puntano verso di noi. Rallento e tiriamo su la traina. Scendo sotto a prendere telecamera e vestiti. I due arrivano in un tempo sorprendentemente breve. Un uomi in una canoa pitturata di bianco, un ragazzo in una canoa grezza, nuova, col legno ancora del colore chiaro dell’albero appena tagliato. L’uomo ha a bordo quattro o cinque persci, incredibilmente grossi. Il ragazzo ne ha solo due, di quelli che vivono sulla barriera, pieni di aculei e di protuberanze, che noi non ci sogneremmo mai di mangiare. Sono venuti di gran carriera, e noi abbiamo fermato la barca per aspettarli. Un incontro desiderato da entrambe le parti, ma poi non si sa bene cosa dire. Chiedo come si chiama il villaggio. Quanta gente ci vive. Chhiedono da dove arriviamo. Se ci fermiamo. NO, non ci fermiamo, non c’è ridosso e poi siamo di corsa.

Diamo motore e scompaiono di nuovo tra le onde.

 Ore 09.00 Superata la punta nord di Mussau. Ora comincia la discesa verso Sud Est.

Ore 10.30 Navighiamo a motore. Lizzi spunta dfl boccaporto, pallida e preoccupata. Carlo, c’è il tappeto pieno d’acqua. Vuol dire una sola cosa: acqua sotto i paglioli. Spegnamo subito. Apriamo i paglioli. Orribile. L’acqua ha quasi sommerso la parte basse del motore. Grandi chiazze di olio nero galleggiano a livello dei paglioli, a livello del tappeto.

Ma da dove diavolo arriva tutta questa acua

Non so,  adesso dobbiamo pensare solo a toglierla.

Mi aggrappo alla pompa di sentina e comincio a pompare furiosamente. Uno, due, tre minuti, il livello non sembra calare, ma non aumenta neppure. Per fortuna il mare è calmissimo e non ci sono rollate a far finire l’acqua qua e la. Ho il tempo di calmarmi e di pensare. Con la pompa manuale di sentina impiegheremmo una eternità. Meglio con i cecchi. Ci organizziamo, con due secchi e un grosso pentolino col manico. Io, a carponi, col pentolino, prelevo l’acqua dalla sentina e la verso nel secchio. Lizzi preleva il secchio e ne versa il contenuto nel lavandino. Mentre riampio un secchio lizzi ne svuota un altro e così via. In breve ho la mani le gambe le braccia e le ginocchia unte di olio nero, Il pavimento sembra quello di una autorimessa, ma il livello dell’acqua in sentina si abbassa.  Dopo un’ora abbiamo la schiena a pezzi ma la sentina è quasi vuora, e a questo punto, dieci minuti con la pompa la vuotano del tutto. Ancora mezzora e anche i pavimenti e noi stessi siamo di nuovo puliti. E troviamo anche la causa: il coperchio metallico dello scambiatore di calore si è fessurato e quando il motore è in moto l’acqua del raffreddamento sgorga a fiotti.

Ci pensiamo su. Ci vorrebbe una saldatrice. Proviamo col silicone? Ma tiene con l’acqua calda. E poi è tutto sporco di ruggine e bangto. Alla fine abbiamo provato con lo stucco sottomarino, quello che teniamo in barca per le evenienze più catastrofiche.

Da quando ci siamo accorti dell’acqua sono passate due ore, e il motore è rabberciato ma non lo possiamo usare finchè lo stucco non sarà catalizzato, ovvero almeno per 24 ore.

Ore 12.00 Percorse nelle 24 ore solo trentasei miglia. Anche perchè abbiamo perso due ore per la riparazione e quando abbiamo finito ci siamo ritrovati abbastanza vicino a terra e con pochissimo vento.

Camminiamo a vela pianissimo e da terra arriva un’altra canoa. Stavolta a bordo sono in tre e non hanno le solite facce bonaccione dei polinesiani.

Vorremmo evitarli, ma la nostra andatura da lumache non ce lo consente. Arrivano. Volti scuri. Uno ha il cappello da rasta e un teschio tattuato su un braccio. Mostrano delle noci di cocco. Quello che sta a prua ce le mette a bordo e poi fa come per salire, ma lo fermo. Resta interdetto, ma si ferma. Spiego che il capitano e indico sottocoperta, non vuole. Lizzi aggiunge che dobbiamo allontanarci da costa perchè arriva un temporale e che domani torneremo. I tre sembrano davvero poco raccomandabili. Quello a poppa resta semisdraiato e parla con la voce impastata come fosse un po’ ubriaco. Comunque se ne vanno.

Nel frattempo ne vediamo arrivare altri due. “Oh, no” Però nel frattempo il vento è aumentato leggermente e camminiamo un po più veloci. I due non si scoraggiano, e noi puntiamo decisamente verso il largo. Quando ci raggiungono siamo ad almeno due miglia da terra e la barca ha preso un buon passo che loro faticano a sostenere. Sorridono. Chiedono sigarette. Non ne abbiamo. Birra? Non ne abbiamo. Lasciano perdere e se ne vanno.

Arriva un temporale e finalmente riusciamo ad allontanarci.

Ore 18.00 Tramonto. Siamo di nuovo senza vento, e senza poter usare il motore. La corrente ci porta verso sud ad un nodo. Più a sud c’è un’isola (Emirau) crcondata da un po di coralli. Tra Emirau e Mussau un passaggio largo 5 miglia.

Passiamo i turni di guardia della notte a a controllare la nostra deriva sul GPS. La corrente ci porta a Sud e ci spinge nel passaggio, facendoci transitare proprio in mezzo, equidistanti dalle riva.

Heremit - Papua Nuova Guinea

Heremit – Papua Nuova Guinea

 6 Novembre

La giornata comincia con i soliti venti leggerissimi. Siamo andati alla deriva tutta la notte e due pesci si sono affezzionati a noi. Sono di quel tipo che nuota in maniera ridicola, agitando di qua e di la la pinna dorsale. Ora che un venticello leggero ci fa avanzare ad un paio di nodi nuotano come forsennati per tenerci dietro e i loro sforzi sono verammetne ridicoli.

Continuiamo a camminare pianissimo per tutta la mattina

Ore 12.00 Percorso nelle 24 ore: 36 miglia, buona parte delle quali grazie alla corrente.

Proviamo il motore. La riparazione tiene quasi del tutto. C’è solo un leggero gocciolio. Ma per quanto tempo terrà?.

Pomeriggio. Si forma una linea temporalesca. Impiega molto a formarsi, ma alla fine occupa uniformemente metà dell’orizzonte. Prendiamo le solite precauzioni: due mani al randone, una al randino, e a prua solo la trinchetta. Ma appena arrivano i primi soffi ammaino anche laa trinchetta perchè il vento arriva direttamente da Sud Est e non è pensabile di fare strada contro. Arriva la prima raffica e si porta via il mio cappello e gli occhiali che erano in terra in pozzetto. Vanno a fermarsi sul ponte, al limitare della falchetta. Li inseguo. Un’altra raffica e il cappello vola. Recupero gli occhiali e li incastro da qualche parte perchè devo correre a prua. Il vento è violentissimo e la trinchetta che era ammainata sul ponta ma non legata, per la forza del vento si è impennata ed è risalita lungo il suo strallo, come se qualcuno l’avesse issata, ed ora è li, per aria, a sbattere freneticamente. La ritiro giù a manate, la lego sul ponte e corro ad ammainare il randono mentre la barca si piega paurosamente sotto le raffiche. Lizzi che era dentro col mal di schiena è fuori anche lei. Laghiamo a fatica il randino, leghiamo tutto il reto e corriamo a ripararci demtro.

Il temporale di oggi è strano: pochissima pioggia ma un vento eccezionale. Dura un’ora e ci lascia con cielo nuvoloso.

 7 Novembre

C’è poco vento. Usiamo il motore. La riparazione tiene, ma tiene male e gocciola sempre più col passare delle ore. Decidiamo di provare a fermarci nella cittadina di Kavieng ad una sessantina di miglia da qui. Non abbiamo il visto, ma invocando le ragioni dell’emergenza, forse otterremo il permesso per fermarci a fare le riparazioni.

Scendiamo verso Sud, verso l’isola che si chiama guarda un po te New Hannover.

Ore 12.00 percorse nelle 24 ore 33 milia.

Nel frattempo arriva il vento. Di poppa. Facciamo dei bordi di poppa ma camminiamo. In pochissimo tempo sulla montagna di New Hannover alla nostra destra si è formato un temporale nerissimo e un’altro se ne forma verso il largo, alla nostra sinistra. Ci prepariamo e li prendiamo. Gran vento e pioggia, ma vengono da dietro e possiamo sfruttarli per camminare.

Ore 18.00 Il vento è leggerissimo ma ormai siamo a 18 miglia da Kavieng. Ammainiamo e la corrente ci porta lentamente dentro una grande baia. Quando siamo ben dentro diminuisce e ci lascia fermi

 8 Novembre

Ore 05.30 Alba. Sole. Si vedono le isolette che stanno sparpagliate nella baia. C’è vento leggero da Ovest. Isso le vele, preparo la colazione e sveglio Lizzi. Mancano sei miglia a Kavieng ma possiamo permetterci di andare piano perchè dobbiamo lasciare che il sole salga prima di affrontare il passaggio che porta in porto.

Prepariamo la carca all’arrivo

 16 Novembre

Lasciamo Keviang dove siamo rimasti per una settimana. Usciamo sul oato sud e costeggeremo il lato Sud Ovest della Nuova Irlanda. E’ pieno di temporali e di acquazzoni. Dopo due ore dalla partenza prendiamo il primo, e siccome stiamo facendo un canale tra i reef, non abbiamo la carta, eccetera eccetera, per prudenza buttiamo l’ancora.

Ripartiamo a mezzogiorno. Il tempo non è migliorato affatto, ma è mezzogiorno, e se non partiamo adesso non partiamo pi. Navighiamo sotto l’acquerugiola con il cielo tutto nero e pieno di piovaschi. Pian piano, a motore, seguiamo la strada tra le isole con le indicazioni del GPS. Alle tre siamo fuori e c’è vento da Nord.

Cominciamo la strada che ci poterà in Australia

 17Novembre.

Ho capito perchè la chiamano nuova irlanda. L’isola è grande e scura. Un bastione lungo piantato nel mare. Le nuvole la avvolgono in strati sovrapposti e le conferiscono quell’aria di mistero che di solito è associata ai paesaggi nordici.

Per tutta la sera di ieri e quasi tutta la notte abbiamo navigato a vela con un bel venticello da Nord. Nella seconda metà della notte è scomparso. Meglio così. Lizzi è stesa dal mal di schiena ed io non ce la facevo pi a stare di guardia.

Stamattina il vento è ripreso. Un po irregolare, ma ci fa camminare.

Ore 12. Il percorso dall’uscita del labirinto di Kavieng a qui è stato di 70 miglia. Considerando che è relativo a 21 ore, la media giornaliera è di 80 miglia.

Il vento continua, irregolare, ma c’è. Quando è deciso facciamo 6 nodi. Quando è pi leggero ne facciamo tre.

L’isola è lunghissima. Scorre nera e misteriosa alla nostra sinistra. In mare nessuno. Ne una barca, ne una anve, ne una canoa. Per evitare i salti di vento dovuti alla presenza della terra stiamo navigando a dieci miglia dalla linea della costa. A questa distanza i villaggi non si vedono e non si vede la gente. Che peccato. Chissà chi abita questa terra che fino a ieni nemmeno sapevamo che esistesse. Che spreco non fermarsi.

Ore 13.30 Fregatura. Il vento di colpo gira a Sud Est. E siamo di bolina..

 18 Novembre

Mattina. Il mare è calmissimo. Scendiamo lentamente verso sud. Dobbiamo passare la parte pi stretta del canale di San Giorgio, poi le isole lentamente si allontaneranno e saremo nuovamente in mare aperto.

Di colpo, alla mia destra, vedo una stranissima nuvola. E’ grigia, invece che bianca, tutta appallottolata a cavolfiore, e cresce in verticale a vista d’occhio. Ecco cosa avevo visto stanotte! Non era una strana montagna, era un’eruzione vulcanica! La nuvola sovrasta una breve zona di terra pianeggiante, ma a destra e a sinistra del pianoro due monti perfettamente conici si inquadrano ad hoc nella spiegazione: è un vulcano, e sta eruttando una vomitata di fumo.

Lizzi esce a vedere con la macchina fotografica. Ma nel tempo che ha impiegato ad uscire la nuvola si è rarefatta. Non è proprio dissolta, ma non ha pi quell’aspetto brutale, quei confini grigi ben definiti. Peccato. Ci avviciniamo?

Ma dai, perchè, lascia perdere.

Ma io sono attratto come un’ape dal miele. Forse c’è una erizione in atto, forse se ci avviciniamo riusciamo a fare delle foto, forse delle riprese.

Midifichiamo la rotta per passare più vicino a costa, tanto la strada non è molto più lunga di quella che faremmo tirando dritto. La costa è lontana 6 miglia. Tra un’ora potremmo essere vicini abbastanza per fare delle belle foto. Intanto teniamo d’occhio il vulcano e parliamo di quel che capita. La mattinata è splendida. L’acqua è calma. La terra ha un aspetto invitante. Ma perchè non ci possiamo fermare? Perchè sta per cominciare la stagione dei cicloni. Già, i cicloni. Quando abbiamo pianificato questo passaggio attorno alla Nuova Guinea che incidentalmente è la seconda isola più grande del mondo dopo la Groenlandia, quando lo abbiamo pianificato, dicevo, non avevo neppure pensdato al problema dei cicloni. Sapevo che tornando in inverno verso l’Australia ci saremmo trovati nella stagione sbagliata, ma da qualche parte della mia mente avevo confuso qualche informazione: la zona è soggetta ai cicloni per tutto l’anno, nessun mese dell’anno può dirsi completamente esente, ma la probabilità è piùttosto bassa. Questo credevo di aver letto. Invece mi confondevo. Questo passaggio l’acevo effettivamente letto, ma si riferiva al golfo del Bengala. La costa del queensland, invece, è perantemente soggetta ai ciloni nel periodo invernale. Me ne sono ricordato improvvisamente quando gli australiani ce ne hanno parlato. Mi sono ricordato di aver visto le foto dei danni, delle case contorte, delle barche trasportate per centianaia di metri dentro la terraferma.

“In un anno standard ci si aspetta di avere almeno 5 cicloni ben sviluppati” così diceva con nonchalance …… mentre chiacchieravamo del più e del meno. Ma anche se ufficialmente la stagione pericolosa comincia a Novembre, il pericolo diventa tale a Dicembre e il massimo è a Gennaio e Febbraio. Siamo al 18 di novembre. Mancano 1200 miglia all’Australia. Per questo non ci possiamo fermare. Non si può sfidare troppe volte la sorte. La èprima volta il destino ti premia. Bravo che hai ostato! La seconda forse ti premia ancora! Ma non ho voglia di vedere cosa sccederebbe la terza volta!

Intanto, nei prossimi giorni dobbiamo ricordarci di tirare un filo in coperta che faccia da antenna per la radio. Gli australiani ci hanno dato le frequenze delle stazioni che trasmettono i warning in caso di pericolo. Ma la nostra radio è muta. E’ da anni ormai che non la usiamo più…….

Stavamo parlando di queste cose quando la bwrca ha cominciato a sussultare.

“Hoddio, cosa succede”

“L’ecoscandaglio, accendilo!”

Ma io che sono al timone so bene che non può essere un bassofondo. Ho appena controllato la carta e siamo lontani da ogni pericolo. Il mare è profindissimo. Mi guardo attorno. Non riesco a vedere nulla di speciale. Mi rendo conto di avere gli occhiali scuri e me li tolgo precipitosamente. Intorno a noi l’acqua è blu e calma con il colore del mare profondo. Ma allora che cosa è che fa sobbalzare la barca. E’ proprio un sobbalzo, come se stessimo scivolando su un fondo ondulato, ma senza asperità. Insomma, sobbalza ma non urta. Lizzi è cosrsa sotto ad accendere l’eco. Io mi guardo attorno e non vedo nulla. Cambiar rotta, ma verso dove. Una rete da pesca? Assurdo. Allora cosa. L’occio mi cade sul cono del vulcano. Una nuvola nuova comincia ad uscire. Ecco, è lui? Un maremoto? No, non so, non proprio.

“Andiamo via!”

Intanto la barca ha smesso di sussultare. Sfoglio dentro la mia testa confusa le ultime traccie di quanto è rimasto da quando facevo lo scinziato. Come si spiega che il vulcano faccia sobbalzare la barca a 6 miglia di distanza. E l’acqua che resta calma?

“Andiamo via, basta, è pericoloso”

A me pericoloso non sembra, ma Lizzi non ne vuole sapere

“Cosa ne sai, magari c’è in atto una eruzione, e noi dovremmo andare a cacciarci dentro?”

Quel che abbiamo sentito, qualunque cosa fosse, è finito. Era forte, ma non ha lasciato traccia, nemmeno sull’acqua che è calma, appena appena increspata dalla brezza, esattamente come prima.

Un po’ controvoglia rimetto la prua a Sud Est. Per quasta volta basta così. Magari chi sa, negli anni prossimi potremo sempre ripassare da qui.

 09.30 Siamo tra l’isola tredner e l’isola tovalik. E’ la parte più stretta del canale di S. Giorgio tra la Nuova britannia e la Nuova Irlanda (come suonano fuori luogo questi nomi britannici appiccicati a queste isole da negri!). Una leggera ma inconfondibile ondulazione percorre il mare proveniendo da sud. Dice che stiamo entrando in un mare nuovo. E’ l’onda lunga dell’aliseo del Pacifico meridionale. Racconta di un nuovo emisfero, di un mare immenso, di mugliaia di miglia di acqua blu, costellate da infinite isoleine……i

Ore 12.00 Percorse 83 miglia nelle 24 ore. Ora ci stiamo proprio affacciando dul Pacifico. Anche quello di prima era pacifico, ma eravamo nel labirinto tra le isole. Questo invece sembra quello vero. Lizzi ha voluto che le tirassi su delle secchiate d’acqua per lavarsi. E’ più fredda. Altro segno dell’oceano.

Ore 17.50 Siamo quasi fuori dalla parte finale del canale. Le rive sono lontane ma diccome le montagne sono altissime si vedono ancora bene. Il mare ancora una volta è pieno di tronchi tronchetti bambu e detriti vari. Non così tanti come quella vota che navigavamo al largo dello ….. quando di notte ci siamo dovuti fermare perchè era troppo pericoloso, ma comunque sono tanti. Ho visto una noce di cocco con il germoglio verde transitare a fianco della barca, alla ricerca di una spiaggia su cui mettere le radici. Più tardi ne ho vista un’altra. E così che la natura

compie i suoi riti.

Per cena stiamo facendo lessare delle patate dolci ancora da Heremit

 19 Novembre

ore 08.00 Notte senza vento siamo rimasti più o meno fermi tutta la notte, ma la corrente ci ha portato prima di un paio di miglia verso ovest, e poi 5 miglia verso sud. Grazie. All’alba ho acceso il motore. C’era anche un filo di vento èd ho issato il fiocco. Dopo colazione stavamo guardando il mare mezzo assonnati e proprio di prua è comparsa una balena, piccola e vicina. Sono corso dentro a spegnere il motore ed a preparare telecamera e macchina foto. Il tempo di farlo e quando sono uscito era già scomparsa.

Stanotte abbiamo spostato di un’ora avanti gli orologi. Altrimenti il sole sorgeva troppo presto (alle 5 e 30) e la sera vi tramontava troppo presto