Gen 012007
 

Era cominciato in sordina, con la prima luce del mattino: uscendo in pozzetto mezzi addormentati vediamo una cosa che galleggia. Una cosina grigia e chiara, rotonda e bitorzoluta. Derivava lentamente lungo la fiancata della barca, spinta dal vento e dalla corrente. «Possibile che questa roba arrivi dal cesso di André?». La barca di André, è ancorata 50 metri sopravento e noi siamo gli unici esseri umani nel giro di centinaia di miglia. «È troppo grigia però. Che sia malato?». Dopo qualche minuto un altro pezzetto, identico, e poi un altro ancora, più grosso. Non potevano essere tutti prodotti di André, lui è un solitario! «Forse arriva da terra. Magari qualche albero», continuiamo a lambiccarci in cerca del perché di quelle cose strane nell’acqua limpidissima di un atollo perso in mezzo all’oceano Pacifico, ma anche l’ipotesi dell’albero non può essere giusta perché l’unica isoletta dell’atollo, piuttosto piccola, è al traverso, a mezzo miglio, e quelle palline marroni, invece, sembrano arrivare proprio dalla direzione del vento e dal mare aperto, al di là della barriera corallina che ci protegge dalle onde. Col passare del tempo il fenomeno si è ampliato. Alla fine della mattinata le strane cose erano diventate milioni, tutte grigie, tutte più o meno tondeggianti e bitorzolute, tutte galleggianti. Ne abbiamo pescate alcune e abbiamo capito. Si trattava di pietra pomice, quella pietra leggera e piena di bolle d’aria che viene eruttata dai vulcani. Eravamo circondati da tantissime pietre, tutte galleggianti, che si componevano in lunghe striature alineate nella direzione del vento. Presto si sono formate delle chiazze composte dal pietrisco più sottile, pochi millimetri, anche meno, che si allargavano a creare macchie grigiastre semicompatte dentro cui spuntavano le protuberanze dei massi più grandi. E presto le pietre hanno cominciato a entrare in barca. Uscivano nel lavello con il getto dell’acqua di mare mentre lavavamo i piatti, prima sottili, quasi invisibili, poi sempre più grosse e nel cadere facevano tin, proprio come una pietra che cade sul metallo. Abbiamo smesso di usare la pompa dell’acqua di mare ma altre pietre facevano capolino affiorando dal tubo di scarico, a ogni rollata, mentre da fuori la grande massa delle pietre cominciava a bussare sullo scafo con un crepitio sommesso e gentile, insistente, inquietante, che si ripe teva a ogni rollata e a ogni ondina che urtasse la barca. “Ma se galleggiano, come fanno a infilarsi nelle prese a mare che sono sotto il galleggiamento?”. Per precauzione abbiamo chiuso tutte le valvole degli scarichi rimandando a più tardi il compito di verificare che non si fossero infilate anche nei tubi del motore, pronte a entrare nella membrana della pompa non appena avessimo tentato di avviarlo. Abbiamo rinunciato a scendere a terra per paura cne le pietre intasassero il circuito del fuoribordo e ci siamo disposti ad aspettare. “Putain! C’est toute bouché, C’est toute bouché!». Era André, che ci avvertiva alla radio Vhf. Le sue prese a mare si erano bloccate e tutti gli scarichi erano intasati. Intasata la pompa del lavello, intasata la pompa del frigorifero, intasata quella del bagno. I tubi, trasparenti, lasciavano intravedere all’interno un tappo solido di pietrisco. A metà pomeriggio la superficie della laguna, di solito trasparentissima, era un mosaico di grandi chiazze grigie e le barche sembravano galleggiare in un mare di pietre. La causa? Davanti a noi, per trecento miglia c’era solo mare. Più oltre, l’arcipelago delle Tonga che effettivamente è composto da isole vulcaniche. Possibile che tutta quella roba venisse da trecento miglia di distanza? Cercammo di sintonizzarci sulla radio fijiana casomai parlassero di eruzioni apocalittiche nei dintorni. Nulla. Che altro? Un vulcano sottomarino? Forse. Ma non avevamo avvertito nessuna esplosione. Per fortuna eravamo fermi in un uno specchio d’acqua calmo e non in mare aperto con onde e tempo cattivo. Cosa sarebbe successo in quel caso? Come sarebbe stato se ci fossimo trovati a navigare, investiti da onde coperte da miliardi di roccette alcune delle quali di dieci centimetri di diametro? Il peggio è arrivato di notte. A ogni rollata lo scafo risuonava per l’urto con le migliaia di pietre che lo circondavano. Sul mare non c’era più neppure una spanna di acqua libera. L’atollo era un lago di pietre galleggianti. Il mattino dopo siamo scesi a terra a remi. La spiaggia bianca era sepolta sotto mezzo metro di pietre scure, cosi come erano sepolti i coralli davanti alla spiaggia, le tridacne, i pesci. I granchi spuntavano dall’acqua coperti di pietrisco. Un fenomeno strano, terribile, sconvolgente che ci aveva tenuto fermi per quattro giorni, senza usare le pompe, senza usare il motore e il fuoribordo. Per fortuna il frigorifero funzionava lo stesso grazie allo scambiatore di calore fuoriscafo e gli apparati elettrici funzionavano perché le batterie sono rimaste cariche grazie ai pannelli solari e al generatore eolico. Abbiamo lavato i piatti col secchio in pozzetto, facendo attenzione a prelevare l’acqua tra una chiazza e l’altra. Abbiamo raccolto le pietre più grandi: erano grosse come meloni, ma bastava un nulla per romperle perché la pomice è incredibilmente friabile. Al quarto giorno, le chiazze si sono diradale e siamo andati a pescare sul reef. Abbiamo preso due aragoste. Una delle due aveva il corpo incastonato di pietruzze. André invece aveva anche gli ombrinali intasati. Se ne era reso conto a seguito di un acquazzone che gli aveva riempito il pozzetto d’acqua. Le pietre erano entrate negli ombrinali da sotto e si erano compattate nelle curve dei tubi. L’autogonfiabile, alloggiato nel pozzetto, si era venuto a trovare semisommerso nell’acqua (dolce per fortuna) e una volta estratto ha continuato a colare per ore. Sei giorni dopo il fenomeno è regredito e siamo ripartiti in direzione del Kiribati, ma quando, due mesi più tardi siamo rientrati alle Fiji, su molte delle spiagge sopravento c’erano ancora strati leggeri di pomice. Contemporaneamente una ricerca su internet ci rivelava che in quei giorni una potente eruzione sottomarina aveva fatto nascere un’isola nuova al largo dell’arcipelago delle Tonga.

Navigare tra i detriti? Meglio fermarsi. Non capita tutti i giorni di trovarsi a navigare in un mare pieno di detriti, ma può succedere. Quello della pietra pomice è stato un  evento straordinario, ma altre volte ci sono capitate situazioni strane. Nel 2000 navigavamo al largo della Papua Nuova Guinea, con poco vento, in un mare fermo e vuoto, quando ci siamo trovati a correre fuori a seguito del rumore violento di un urto sullo scafo. A pochi metri da noi un tronco, con cui ci eravamo appena scontrati. Eravamo ad 80 miglia dalla costa e nulla poteva spiegare la presenza di quell’ostacolo. Ma ben presto ne avvistammo altri e dopo qualche miglio il mare era pieno di tronchi d’albero. Ce n’erano di ogni taglia, quelli lunghi come la barca e larghi un metro, quelli con tanto di rami e foglie ancora attaccate e persino semplici cespugli. Per qualche ora abbiamo tentato di procedere ugualmente, avanzando a motore, lentamente, uno di noi a prua di vedetta e l’altro al timone, a fare evoluzioni. La densità dei tronchi però non diminuiva e al tramonto ci siamo rassegnati a spegnere e a fermarci. Il giorno dopo la situazione era identica e per uscirne abbiamo dovuto cambiare rotta e navigare per 50 miglia in direzione Nord allontanandoci ulteriormente da terra. Guardando le carte abbiamo scoperto sulla costa l’estuario di un grande fiume. Quei detriti dovevano essere il risultato di qualche giorno di piogge torrenziali nell’entroterra. Una cosa simile ma un po’ meno pericolosa ci era capitata sei anni prima, in Sudafrica, dopo una tempesta terribile. A cinque miglia dalla terra il mare era pieno di detriti trasportati dai fiumi e per molte ore avevamo dovuto navigare con gli occhi spalancati per evitare gli urti. Nella maggior parte dei casi questi detriti arrivano dai grandi fiumi. Per evitarli, navigando lungo le coste dei continenti coperti da foreste, bisogna passare molto al largo degli estuari, specialmente nella stagione delle piogge. Se nonostante ciò ci si trova a navigare tra i detriti bisogna diminuire la velocità, e navigare piano fino a fermarsi del tutto in caso di tempo cattivo o di mancanza di luce. Quando la barca è ferma, anche in caso di vento e onde, scafo e detriti derivano nella stessa direzione e con la stessa velocità e gli impatti sono molto meno devastanti di quando si naviga.

Abbiamo cambiato barca!

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Gen 012001
 

Cambiare la barca è sempre difficile. Se poi la barca è anche la tua casa, se ci hai vissuto per otto anni ed è anche l’oggetto che ti dà da lavorare, allora l’impresa si fa ancora più ardua. E poi eravamo a decine di migliaia di miglia da casa. Come si fa a vendere la barca in un paese dove non esiste l’equivalente di Bolina per pubblicare un’inserzione, quando non si ha il telefono per parlare con i possibili acquirenti, dove non ci sono broker? Così abbiamo sempre rimandato.

La vecchia Barca Pulita però non andava più bene. Era troppo pesante per navigare solo in due, troppo grossa per tenerla in buone condizioni, i suoi alberi troppo grandi, le sue vele troppo ingombranti, la sua catena dell’ancora inamovibile. E, soprattutto, era di ferro e aveva vent’anni e noi non ne potevamo piu’, ogni volta, di perdere settimane a grattare la ruggine, a dare Ferox, a ridipingere e a controllare tutto solo per vedere la ruggine rispuntare di lì a tre mesi e dover ricominciare tutto da capo. Ultimamente poi, la corrosione cominciava ad essere veramente maligna e a lavorare in aree irraggiungibili. Già un paio di volte eravamo dovuti correre alla ricerca di un cantiere con il cuore in gola per sostituire dei pezzi di lamiera. Le barche in ferro, dicono, sono più robuste e sicure, ma quando cominciano a bucarsi da sole la sicurezza non c’è più.

Così, in Australia, abbiamo deciso di venderla.

Un posto tra l’altro, l’Australia, dove le barche di ferro sono abbastanza apprezzate. Tutti si costruiscono la barca nel cortile di casa, con lamiere pesanti e forme grossolane. La nostra, per quanto, aveva una certa linea aggraziata, mentre invece mancava all’interno di tutte quelle comodità che si richiedono in una barca moderna. La Barca Pulita, già Mastropietro, costruita dal Centro Velico di Caprera con le funzioni di barca scuola, ha un’unico spazio centrale con 8 cuccette, a poppa un’unica cabina a due letti e un solo cesso. Questo lascia spazio a una stupenda officina di prua, che a noi andava a genio, ma il tutto non rispondeva alle esigenze del mercato che richiedevano cabine separate e spazi più comodi.

Nell’estate del 2000, partendo da Darwin, abbiamo circumnavigato la Papua Nuova Guinea e siamo arrivati, dopo otto mesi sulla costa orientale dell’Australia, a Mooloolaba, 100 km a nord di Brisbane. Brismane è il punto di incontro tra la Gold Cost, a sud e la Sunshine Cost a nord, un totale di trecento chilometri di costa attrezzatissima per il surf e per la vela. Dal nostro punto di vista posti non molto belli. Edifici con forme sgraziate e colori pastello, villette prefabbricate con colonne doriche e corinzie di plastica, molto verde qualche centro commerciale e tanti canali artificiali. Aspetto a parte, tutta la costa e’ un approdo ideale e attrezzato per le barche a vela, soprattutto i marina (cari) sono costruiti per poter venire incontro all’eventualità di un uragano, dato che siamo in fascia subtropicale e ancora a rischio. Morale giunti a Mooloolaba, abbiamo deciso che da lì non saremmo più ripartiti con la vecchia Barca Pulita. L’abbiamo affidata a un broker, abbiamo stilato un accuratissimo inventario, e l’abbiamo svuotata. Ne sono usciti 50 scatoloni tra vestiti, libri, oggetti cari, attrezzatura della cucina, pezzi di vita, attrezzatura sub, ……. e abbiamo messo tutto in un deposito.

Intanto abbiamo cominciato a pensare al dopo.

“Dopo averla venduta potremmo fare un giro sulla costa in cerca di quella nuova, potremmo cominciare a guardare i giornali americani o inglesi,…..”

“Il posto migliore dove comprare le barche di seconda mano e’ negli Stati Uniti sui grandi laghi. Sono barche molto belle e le usano solo un paio di mesi all’anno” ci aveva detto un americano a Darwin

“Venite in Sudafrica, il rand ora è molto basso e ci sono delle barche stupende” ci suggeriva un amico trasferitosi là

E perchè non ripartire dal Mediterraneo? Alla fine ci siamo fatti un piano.

“Da quando vendiamo la barca ci diamo un anno di tempo per trovarne un’altra. Andiamo a cercare nei posti che offrono di più: gli stati Uniti, il Sudafrica, i Caraibi, la Turchia…. Una volta trovata la barca ci facciamo mandare la roba lasciata in deposito in Australia e ce la mettiamo a posto”

Questo voleva dire tempo e denaro, ma dopo tutto la barca e’ un pò come un fidanzato, va scelta con cura, perchè poi deve durare per tutta la vita. Si, i fidanzati, come le barche, si possono anche cambiare, ma che dramma e che sconfitta ogni volta! E poi a noi questo fidanzato serve anche per lavorare, cambiarla nuovamente vuol dire anche nuova battuta d’arresto nel lavoro. Però alle volte ci sono anche i colpi di fulmine, e non di rado i fidanzamenti iniziati così sono quelli che durano più a lungo

E un colpo di fulmine è quello che ci ha riservato il destino questa volta!

Eravamo a Milano a montare un filmato, quando abbiamo ricevuto un e-mail dal broker che ci comunicava che c’era una persona interessata all’acquisto della nostra barca. Trattativa virtuale a colpi di e-mail e in un paio di settimane l’accordo era fatto. Un pò meno di quello che avremmo voluto, ma prima del previsto. E poi la cosa era simpatica: l’interessato voleva comprare la barca per fare una sorta si charter ecologico, lungo la costa australiana, per turisti non tanto sofisticati. Un mese dopo eravamo nuovamente a Mooloolaba, per formalizzare la vendita. Il nostro acquirente aveva dei problemi con la banca e noi aspettavamo nel marina. Guardavamo un pò di barche in vendita, ma erano tutte degli scatoloni costruiti intorno ad un enorme motore e a un mega frigo in grado di alloggiare 10 casse di birra. Una domenica mattina mentre ci aggiravamo tra le banchine del marina, abbiamo visto arrivare una barca e le siamo andati incontro per prendere le cime. Mano a mano che si avvicinava ne scoprivamo la linea filante, le forme addolcite, il materiale: VETRORESINA!

A bordo erano in 4, mamma, papa e due bambini minuscoli, tutti biondi a conferma della loro bandiera tedesca.

“Che bella barca!” è stato il nostro commento quando ci siamo presentati.

“Ti piace, è in vendita!” è stata la risposta.

I proprietari erano partiri 5 anni prima dalla Germania per stare un pò in giro per il mondo. Si erano subito fermati ai Caraibi per lavorare a terra, e in 13 mesi avevano avuto due bambini! “E’ troppo pesante viaggiare con due bmbini così piccoli, abbiamo deciso di vendere la barca e di stabilirci qui in Australia” Non potevamo crederci, era la barca che faceva al nostro caso!

Un ketch di 44 piedi in vetroresina, costruito in Francia 25 anni fa. Il cantiere si chiama Nautic Saintonge (mai sentito nominare), modello Rorqual, progettista Brenner. Ponte in teak e interni in legno molto ben divisi. Timone a vento, pannelli solari, generatore eolico, desalinizzatore. Aveva però un difetto: la coperta di teak era fissata sul ponte con chiodi di ferro che cominciavano a far ruggine e nel teak si erano aperte delle crepe che facevano infiltrare l’acqua. Il prezzo però era basso anche per questo inconveniente. Era troppo bello! Continuavamo a ripeterci che non dovevamo lasciarci abbagliare, che si, era comodo pensare che quella barca andasse bene, ma non potevamo fermarci alla prima che vedevamo.

E in attesa dell’arrivo del nostro acquirente, che continuava ad avere problemi con la banca, ci guardavamo intorno e andavamo su e giu lungo la costa Australiana a vedere tutte le barche in vendita, ma essuna andava bene! Quando la sera tornavamo al marina, andavamo a rimirare la barca dei tedeschi, e ci sembrava perfetta.

“Ci deve essere qualche inghippo, non può essere tutto così liscio”

“Guarda il timone a vento è vecchissimo, bisognerà cambiarlo e sono altri soldi!” e cercavamo di trovarle ogni difetto possibile. Intanto però ci guardavamo intorno per trovare qualcuno che ci aiutasse a valutare il problema della coperta ed eventualmente a risolverlo. Una mattina c’è stato un incidente nel marina. Un peschereccio ha sbagliato unamanovra ed è andato a sbattere sulle banchine colpendo…. proprio la barca dei tedeschi.

“Ti pareva… era troppo bello per essere vero, dai è stato bello crederci, ma ora mettiamoci a cercare seriamente la barca per noi”. E invece….. Un attento esame da parte dei periti delle assicurazioni ha rilevato che non c’era alcun danno alla struttura, solo all’antenna del GPS, a un balcone di poppa che si era lievemente stortato e al timone a vento che era praticamente distrutto.

Morale, i tedeschi, rimborsati prontamente ed abbondantemente dall’assicurazione, hanno abbassato di 5000 dollali il prezzo della loro barca. E quando abbiamo visto la poppa della Mastropietro allontanarsi dalla banchina e dirigersi verso il mare aperto, non abbiamo nemmeno avuto il tempo di commuoverci troppo, perchè eravamo già alle prese con la messa a punto del ponte della nostra nuova barca.

A proposito, sapete come è avvenuta la vendita? Su un pezzo di carta abbiamo scritto Elisabetta Eordegh e Carlo Auriemma vendono la barca Mastropietro al signor Peter Towsee, firme e data. Lui ha pagato un 2% su un valore minimo della barca per l’importazione è la barca è diventata sua. Stessa cosa abbiamo fatto noi con i tedeschi, senza nemmeno dover pagare l’importazione! E niente Rina, niente notaio, niente capitaneria, annotazioni di sicurezza eccetera eccetera.

Un prezzo al destino amico però bisognava pagarlo e in una sorta di esorcismo contro la sfiga, abbiamo deciso di metterci subito all’opera per risanare il ponte. Abbiamo asportato completamente il vecchio teak, tolto tutti i chiodi arrugginiti, scavato e sostituito pezzi del compensato sottostante, resinato, ricoperto con altro compensato e alla fine…….vetroresina. Si lo so che in tanti si metteranno le mani nei capelli e ci daranno dei vandali e degli incompetenti, ma non importa. Al di là del fatto che la coperta di teak ai tropici è bollente, c’è soprattutto il problema del legno. In troppi posti: in Malesia, in Borneo, nelle isole indonesiane, alle Andamane, abbiamo visto lo scempio perpetrato dal taglio delle foreste. Intere aree di giungla completamente disboscate, con la terra rossa che colava letteralmente durante gli aqcuaazzoni e che slittava a valle non più trattenuta dalle radici secolari. Peggio ancora, le popolazioni della zona che si erano raccolte in villaggetti ai margini delle zone da disboscare, per godere dei benefici legati al traffico, si trovavano ora senza più lavoro a vivere nel fango, sradicati completamente dal loro ambiente. Non vogliamo nemmeno lontanamente sentirci complici di un crimine così grande. La nostra barca andrà in giro con una coperta di plastica. L’unico che potrebbe avere qualcosa a che ridire potrebbe essere il progettista, ma d’altronde il suo progetto originale faceva acqua (onore al merito: dopo quasi 30 anni) e noi non abbiamo fatto altro che rimediare.

Dopo essere stati a casa durante la stagione dei cicloni, siamo ritornati in Australia, per mettere a posto la barca in vista delle prossime navigazioni. In Italia ci siamo procurati un pò di attrezzatura che conosciamo bene, e che abbiamo montato sulla nostra nuova barca. Abbiamo spedito in Australia 16 scatoloni di attrezzature e, come barca in transito, non abbiamo dovuto pagare una sola lira di dogana. In compenso abbiamo rimontato sugli alberi e a poppa i pannelli solari della Anit, abbiamo sostituito il generatore eolico presente sulla barca con un Salmini, grosso la metà e potente il doppio. Altro gioiello italiano il frigorifero Veco che abbiamo installato con il suo scambiatore di calore esterno che permette alla cella di fare il chiaccio anche quando la barca è in secca . Poi ci siamo portati il verricello salpaancore della Lofrans, già presente sulla barca, ma un pò vecchiotto, un paio di winch Antal, un WC Orvea e il nuovo dinghy Lomac. Una concessione estera sono state la cucina a cherosene della Taylor, che usiamo oramai da 14 anni e il timone a vento Aries. Infine abbiamo smontato scaldabagno, autoclave e desalinizzatore e li abbiamo lasciati in banchina (semplifichiamoci la vita!). Abbiamo lasciato il rollafiocco, dopotutto questa potrebbe essere la barca con la quale arriveremo a navigare anche quando saremo nonni e sostituito il GPS che era a bordo con il nostro della C.map, dotato di plotter così accurato, che se ci impegnamo un pò riusciamo ad arrivare su Marte!

Nel marina ogni volta che aprivamo uno scatolone ci si raccoglievano intorno gli equipaggi delle altre barche e iniziavano i commenti e i paragoni. Ci chiedevano indirizzi e spiegazioni, e tutti si prodigavano in consigli e siggerimenti per come e dove montare l’oggetto. E’ stato strano lavorare su una barca in un posto che non si conosce. Ogni due per tre c’era da procurarsi qualcosa e non si sapeva dove andare. Poi dopo un pò si fa amicizia con le persone, arrivano i consigli (alle volte troppi) si conoscono i posti. Ci siamo anche procurati due biciclette scassate e quando mancava una vite potevamo percorrere i 5 chilometri che ci separavano dal negozio del ferramenta in soli dieci minuti.

Ora però è tutto passato. I lavori sono finiti e noi stiamo navigando. Per noi è tutto strano, e insolito. Le nostre mani cercano le drizze là dove le cercavano sulla Mastropietro e a volte non le trovano. La barca sbanda molto più di quanto fossimo abituati e dobbiamo correre a ridurre molto prima di quanto avessimo supposto. La barca è leggera, corre di più e bolina meglio, ma quando prende le onde lo scafo risuona come una scatola di plastica e fa un po’ paura. Beh, insomma, ci abitueremo e impareremo a conoscerla. Davanti a noi ci sono la Nuova Caledonia, le Vanuatu, potrebbe essere la volta delle Fiji e poi…est o ovest, chissà ve lo racconteremo. Un bel battesimo comunque per la nuova Barca Pulita.

Gen 012000
 
Vi racconto tutto quel che so - Papua Nuova Guinea

Vi racconto tutto quel che so – Papua Nuova Guinea

In questo periodo dell’anno qui, a Nord della Papua Nuova Guinea, c’è poco vento. E procediamo a motore per la maggior parte del tempo.

Stamattina poco dopo l’alba eravamo al largo di Mussau, un’isolona verde, disposta da ovest a est. La nostra carta non è dettagliata e non è chiaro se ci si può fermare o meno. Ma da terra abbiamo visto staccarsi un paio di canoe.

Abbiamo rallentato, incerti sul da farsi. Sulla prima canoa che arriva sottobordo ci sono un uomo e un bambino. L’uomo, dopo aver faticato con la pagaia per portarsi di fianco alla Barca Pulita, ci mette a bordo un paio di noci di cocco, poi si presenta:

“Mi chiamo Augustus, il capo del mio villaggio mi ha mandato a darvi il benvenuto e a invitarvi a scendere  terra”

Tutto in perfetto inglese. Gli esponiamo i nostri dubbi circa l’ancoraggio, ma lui ci dice che se ci fidiamo ci spiega lui.

Ci pensiamo. Consideriamo che non c’è vento, il mare è liscio come l’olio, e non ci vorrà niente a riprendere ilargo se dovesse succedere qualcosa di storto.

Vi racconto tutto quel che so - Papua Nuova Guinea

Vi racconto tutto quel che so – Papua Nuova Guinea

Augusto comincia a pagaiare verso le capanne che si scorgono sulla riva. Fa segno alle altre canoe che sono uscite di posizionarsi ai lati dell’entrata nella barriera. Lui ci precede. E con estrema facilità, guidati da un corteo di canoe, entriamo dentro la laguna e buttiamo l’ancora in un fondo si sabbia di 10 metri. Meglio di così!

Andiamo a terra. Il villaggio ricorda quello di Heremit Island. Le stesse capanne di foglie di sago. Lo stesso prato verdissimo.

Il capo villaggio è un omone grande e grosso, si chiama Joseph e ride in continuazione.

Gli raccontiamo da dove veniamo e dove siamo diretti, e il lavoro che facciamo.

Lui con la sua faccia sorridente ci promette di raccontarci la storia dell’isola.

“Sono il più vecchio qui, ho 75 anni. Le storie che so me le ha raccontate mio nonno che le ha sapute da suo padre” ci dice tra una risata e l’altra.

“Vi racconterò tutto quello che so. Ma non ora. Ora sarete stanchi” e poi improvvisamente

“Vi piacce il coconut crab?”

Acccidenti come no! Il birgo latro. Abbiamo imparato a conoscerli in Polinesia. Si tratta di un granchio terrestre, dal colorito bluastro, che mangia esclusivamente noci di cocco. Ha delle chele enormi, che potrebbero mozzare un dito ad un uomo. All’interno le chele sono ricche di carne saporita e profumata di cocco.

Joseph grida qualcosa a un ragazzino e dopo un pò ci portano una bestia di una trentina di centimetri con le chele legate da foglie di palma.

Joseph ride compiaciuto

“L’isola ne è piena, ma la nostra religione non ci permette di mangiarli……welcome!”

Gen 012000
 
"Mi no save" - Heremit Islands

“Mi no save” – Heremit Islands

Poco fa siamo entrati all’interno della barriera corallina che racchiude Heremits Island. L’acqua è trasparente e si vede il fondo fino a 20 metri. Ci sono grossi massi scuri abbelliti da gorgonie multicolori. Branchi di pesci argentei si muovono in formazione esibendosi in virate di 90° tutti in un solo movimento. Le isole sono verdi e collinose. Una vegetazione fitta le ricopre interamente. Dalla barriera di coralli alla prima isola sono 5 miglia. Mentre navighiamo delle mate giganti saltano davanti alla nostra prua e vediamo almeno tre tartarughe che vengono a fare capolino in superficie per respirare e per venire a curiosare.

Sappiamo che da qualche parte su queste isole c’è un villaggio, ma come al solito la nostra carta, troppo poco dettagliata non dice dove. Sull’isola che abbiamo di fronte vediamo una canoa capovolta sulla spiaggia e fra le fronde degli alberi si distingue una capanna. Decidiamo di ancorare lì di fronte e di andare a vedere.

La spiaggia è profonda poco più di un metro. Poi comincia una distesa di erbetta tipo trifoglio, tutta picchiettata di fiori bianchi e violetti. C’è un assembramento di piante di papaia e poco discoste un gruppo di palme. E lì, seduto sopra un tavolaccio all’ombra delle palme c’è un uomo. Non si sposta, non si muove, non dice niente e non sorride, tant’è che noi rimaniamo un attimo incerti se procedere o meno.

Salta fuori un cane spelacchiato che inizia ad abbaiare e allora il tizio gli dice qualcosa, forse di lasciarci stare, o forse di azzannarci, per noi non fa differenza tanto la lingua che parla è sconosciuta.

Dato che il cane si quieta e si accoccola sotto il tavolo, noi decidiamo di proseguire. Arriviamo vicino all’uomo e gli porgiamo la mano dicendo i nostri nomi.

Lui si limita a un sorriso un pò ebete, mettendo in mostra le gengive rosse di betel.

“Do you live here? ….home?” gli chiediamo indicando la capanna.

Stessa aria smarrita!

“This garden? You from village?”

Questa volta qualcosa si smuove e il tizio articola qualche parola.

“Mi no save. Mi no village, me big land”

“Io non so. Non sono dell’isola, ma della terraferma”

"Mi no save" - Heremit Islands

“Mi no save” – Heremit Islands

Queste strane espressioni sono Pidgin English. E’ una specie di lingua libera che si parla in tutta la Melanesia e in parte della Polinesia occidentale. Un inglese molto semplificato che viene usato come esperanto. In Papua Nuova Guinea è una delle lingue ufficiali per cercare di ovviare alla miriade di dialetti diffusi tra la popolazione.

Mi no save, che vuol dire non so, non è proprio di derivazione inglese. Forse a questa espressione hanno concorso maggiormente i filippini, che in patria parlavano spagnolo e si sono poi spostati a pescare nelle isole più a sud est.

Facciamo ancora qualche tentativo, cerchiamo di farci spiegare dove c’è il villaggio. Il tizio ci indica l’isola più grossa, facendo anche segno che dobbiamo passare da una parte piuttosto che dall’altra.

Nonostante i nostri ripetuti tentativi la conversazione non va più avanti di così.

Decidiamo di tornare sul gommone e andare a fare un giro lungo il perimetro dell’isola.

Mentre stiamo per salire sul dinghy ci raggiunge la voce del nostro amico:

“Mi likim tobacco! Voglio sigarete!”

E’ la frase che pronuncia con la maggiore energia di tutte. D’altronde come fargliene torto. Da qui non passa certo molta gente, dunque perché farsi scappare un’occasione del genere.

Più tardi gli abbiamo portato tre sigarette che erano in barca da più di un anno, con la carta un pò macchiata di muffa.

Ma lui era felice come un bambino.

Gen 012000
 

Il villaggio in cui siamo giunti è grande e ordinato. E’ l’unico angolo abitato della seconda isola nell’ atollo dove ci siamo fermati dopo la partenza un po’ precipitosa da Biak, un’alttra isola. Le solite case sui pali, altre case di blocchi d’argilla più dietro, tante palme da cocco, alcuni alberi di limone e un paio di alberi centenari, o forse millanari. Ci sono anche i maiali a razzolare sotto le case.

“Mhhh, babi, bagus” che buono il maiale, tento. Chissà che non decidano di ucciderne uno per noi! Ci scortano verso una casa e ci fanno sedere su delle panche. Compare un quadernone. E’ una specie di libro dei visitatori su cui apponiamo cerimoniosamente le nostre firme. Sulla parete della casa c’è un disegno grande, tre bandiere a striscie bianche e blu con la stella rossa che racchiudono due triancoli dentro cui sono raffigurati altrettanti parang. Chiedo spiegazioni e me le danno, ma non capisco nulla. Alla fine, siccome proprio non riusciamo ad intenderci, ci fanno capire di tornare nel pomeriggio che ci sarà qualcuno che potrà spiegare meglio.

Passiamo la parte centrale della giornata a fare riprese subacquee sul lato esterno della barriera corallina, la dove il reef sprofonda nell’oceano. L’ambiente è bellissimo, ma c’è correte, e si fatica a srare fermi. Lavoriamo per due ore a filmare pesci e murene enormi facendo una gran fatica per contrastare la corrente. Torniamo a casa con il sole a picco. Non c’è tempo per riposare abbiamo promesso a quelli del villaggio che saremo da loro alle 4. Giusto il tempo di preparare di nuovo telecamere e macchine fotografiche, di verificare le batterie di ricambio, i filtri eccetera, e siamo al villaggio.

Ci accoglie un tizio alto e con la barba che con fare autoritario ci dice: venite a casa mia. Pensiamo sia il solito rompipalle. Gli diamo poco retta e ci aggiriamo fotografando qua e la. Presto però ci rendiamo conto che tutti in giro lo trattano con deferenza. Decidiamo di seguirlo. Ci porta nella stessa casa di stamattina. Su un graticcio di legno hanno allestito: due piatti di ceramica, due chucchiai di latta, un ciotolone di sago sufficiente per venti persone e tre pescetti arrostiti sul fuoco, con interiora e tutto.

Guerriglieri - Isole Padaido

Guerriglieri – Isole Padaido

Non ci si può esimere, e come al solito mi sacrifico io. Il budino di sago è veramene terribile, ma l’hanno fatto per noi, e tutti mi guardano. Magari gli hanno messo il sale, penso, mentre mi servo una cucchiaiata. Vien su proprio come la colla. Resta appiccicato al cucchiaio e per farlo cadere nel piatto devo dare ogni volta due o tre scrolloni vigorosi. Metto in bocca e faccio buon viso a cattiva sorte.   Che sarà mai? Devo solo concentrarmi a sorridere e a mandare giù, un paio di volte, e poi l’esibizione è finita, loro sono contenti, e io mangio un pescetto, che, stando attento a lasciare da parte le interiora, è comunque gradevole e si porta via i residui del saporaccio del sago.

Nel frattempo sono arrivati quattro giovanotti. Hanno tutti un casco, giacche rattoppate e qualche cosa di militaresco nell’atteggiamento. Il capo parla e loro si fanno avanti, indecisi tra lo stringerci la mano e un saluto militare. Alla fine fanno tutti e due: prima il saluto e poi la mano, mentre il capo spiega qualche cosa. Impieghiamo qualche attimo a capire, poi tutto è chiaro: i quattro ragazzi in semiuniforme sono la milizia rivoluzionaria dell’isola, il tizio con la barba oltre che capo del villaggio è anche capo della milizia, le bandiere disegnate sulla parete sono il simmbolo del futuro stato indipendente di Papua.

“Accidenti, guarda, sono armati” Infatti arriva un altro con i fucili e li distribuisce in giro.

“Ma che armati, guarda bene” E’ incredibile, i fucili sono di legno! Intagliati a grandezza naturale ci sono quattro mitragliatori tipo kalasnikof che i soldatini imbracciano orgogiosi. Segue una specie di cerimonia. C’è un palo conficcato nel terreno davanti alla casa, e la bandiera arriva religiosamente piegata. Viene attaccata alla corda e stesa perchè noi la possiamo vedere e fotografare, e mentre lo facciamo i quattro soldati armati con i fucili di legno si schierano tutto attorno. Non la issano, però.

Guerriglieri - Isole Padaido

Guerriglieri – Isole Padaido

Il primo di Dicembre, mi dice il capo. In quella data, in tutti i villaggi, su tutte le isole, sulle montagne, nelle baie, nelle valli, dappertutto una bandiera come questa verrà issata e da quel momento l’Irian Jaya sarà indipendente e si chiamerà Papua. Conoscendo la loro determinazione credo che lo faranno per davvero. Come reagiranno i soldati indonesiani? Spareranno e ci sarà una carneficina? Con le truppe gli indonesiano possono controllare le città della caosta, ma il territorio della Papua è vastissimo, i villaggi sono migliaia. Impossibile controllarli. I papui daltro canto hanno solo parang, archi, frecce e fucili di legno, mentre gli indonesiani sono armati per davvero.

Come andrà a finire? Noi partiamo dicendo al capo che quando torneremo tra un anno, due, chissà, forse la papua sarà davvero indipendente.

Stanotte però ho dormito male. La città di Biak con i soldati e le truppe indonesianoe è a poche ore di navigazione. Qui ci sono i rivoluzionari. Abbiamo filmato la loro cerimonia ed abbiamo promesso di trasmetterla in Italia per televisione. Quelli di Biak on un motoscafo potrebbero essere qui in un paio d’ore, a requisirci la barca, le telecamere e tutto.

Siamo partiti all’alba, e stavolta definitivamente. Puntiamo verso il mare aperto dove non ci sono ne bandiere ne soldati, ne oppressi ne oppressori. Ci siamo solo noi.

Gen 012000
 
Biak - Irian Jaya

Biak – Irian Jaya

Dobbiamo lasciare Biak in fretta e prima del previsto.

Matheus ci ha detto che a Wamena, nell’interno, ci sono dei disordini:

“E’ stata innalzata la bandiera della Papua, i militari hanno sparato e una ventina  di persone sono morte.  A Jaiapura ci sono continue manifestazioni, anche a Sorong.  Ora anche qui, a Biak, stanno arrivando i militari.”

Di questo ce ne siamo già accorti. Oltre alla solita nave rugginosa e sgangherata ancorata in rada, per strada abbiamo visto camionette e jeep militari. Tutte le mattine incontriamo soldati che fanno jogging. Sono a torso nudo, hanno le facce da bambini e le schiene lucide di sudore. Sopra di noi sfrecciano continuamente aerei da caccia, vecchie carrette presumibilmente, ma di sicuro non sono aerei civili. Abbiamo anche visto arrivare un velivolo tipo C130, adibito al trasporto truppe.

Ieri stavamo aspettando di essere serviti nell’unico ristorante decente che abbiamo trovato in tutta Biak. Dopo 10 minuti di attesa, tempo già insolitamente lungo, sono entrati una ventina di militari con la divisa da piloti. Non è più stato possibilie mangiare. Tutto il personale era dedito a loro e dopo mezz’ora di attesa per un piatto di nuddles fritti, ce ne siamo andati.

Poi abbiamo passato il pomeriggio all’ufficio immigrazione per tentare di rinnovare il nostro permesso di soggiorno. Contavamo di estenderlo per due mesi come abbiamo fatto altre volte ma i funzionari sono stati evasivi: c’è bisogno di un’autorizzazione da Jakarta.

Da ieri poi c’è un elicottero che ronza sulla barca a intervalli regolari. Ha cominciato la mattina, mentre stavamo lavorando sottocoperta. Più tardi ci ha controlalto per tutto il tempo che abbiamo passato a scaricare il gommone dalla spesa. E’ tornato nel pomeriggio e stamattina è ancora qui sopra che gira.

Fa impressione pensare che a poche ore di navigazione ci sono villaggi che non hanno luce elettrica non hanno scuole e non hanno ospedali, e vedere contemporaneamente i militari sprecare risorse e cherosene per fare tutti questi giri per aria con gli elicotteri.

Volevamo fare un’ultima ripresa al mercato della frutta e a quello del pesce, ma ci sono troppi soldati per pensare di poter scorrazzare in giro con telecamere e cavalletti. Sono ragazzini, armati e spaventati. Gli abitanti di Biak ostentano palesemente il loro risentimento nei loro riguardi. Ogni volta che siamo su un taxi collettivo e incrociamo una truppa tutti gli occupanti del pulmino lanciano invettive, commentano in malo modo, sputano. I nervi dei ragazzini ventenni potrebbero saltare da un momento all’altro.

Decidiamo di lasciar perdere le riprese al mercato, di rinunciare al rinnovo del visto, di farci timbrare il passaporto e di lasciare  ufficialmente dall’Indonesia. Non ci fermeremo in nessun’altra città della costa, ma solo su qualche isola lontana dove non arrivano nè i militari nè la burocrazia.

Biak - Irian Jaya

Biak – Irian Jaya

La barca è a posto: abbiamo 1000 litri di gasolio nei serbatoi più 100 in quello di giornata, abbiamo 1000 litri di acqua potabile più 100 da bere, abbiamo 3 chili di riso, 3 di farina, 5 di pasta, 3 di zucchero, cus cus, lenticchie e fagioli secchi, verdura e frutta in scatola, 20 scatolette di tonno, 20 pacchi di pan carre, biscotti secchi, crakers, cacao, te, caffe solubile, latte, altre bazzecole di poco conto, ma che in navigazione hanno l’enorme pregio di variare i gusti e di migliorare la vita. La cosa più importante però sono i rimasugli della scorta che ci eravamo fatti in Australia a Giugno e che ci siamo centellinati e lasciati apposta per questo tratto di navigazione: 8 piccoli camambert in scatola, un pacco di formaggio plasticoso tipo olandese, 4 confezioni di formaggio da spalmare,  3 pacchi da 20 di sottilette, un pezzo di grana sottovuoto che ha sfidato la dogana australiana, dei wurstel in scatola, due paté di prosciutto  e meraviglia assoluta, un trancio di spek che avevamo perso di vista e abbiamo ritrovato riordinando il frigorifero.  Tutto il ben di Dio di verdura e frutta fresca che ci siamo procurati al mercato lo abbiamo sistemato negli appositi cassetti di prua. Ogni singolo pezzo è stato ispezionato e pulito per prevenire marciscenze puzzolenti e per evitare di riempire la barca di bestie. Anche in navigazione dovremo tenere il nostro patrimonio sotto controllo, per farlo durare il più a lungo possibile. Stamattina poi ci siamo procurati 50 uova. Il segreto per mantenerle per tanto tempo è quello di cospargerle di vaselina e renderle così perfettamente impermeabili all’aria.

Ci aspetta una navigazione di 2000 miglia intorno alla Papua Nuova Guinea prima di arrivare in Australia sulla Grande Barriera corallina. Ci vorrà qualche mese. Ci fermeremo solo su isole lontano dalla costa dove difficilmente riusciremo a trovare altri rifornimenti, e dobbiamo fare in modo di essere autossuficienti.

Gen 012000
 
Quando arrivò la prima nave… - Papua Nuova Guinea

Quando arrivò la prima nave… – Papua Nuova Guinea

“Quando arrivò la prima nave, tutti si spaventarono e corsero a nascondersi dentro la foresta. Nessuno aveva mai visto i bianchi. Nessuno aveva mai visto una nave come quella. Poi i bianchi scesero a terra e portarono dei regali e la paura della gente diminuì un poco. Rimasero pochi giorni, e al momento di partire presero due uomini, e li portarono con loro.”

“La seconda nave arrivò dopo qualche anno. A bordo c’erano i due che erano stati rapiti. Conoscevano la lingua dei bianchi e dissero che sulla nave c’erano tante cose da prendere”  Sull’isola a quei tempi vivevano più di 2000 persone divise in tanti clan, sempre in lotta tra loro. Per l’occasione si misero daccordo e di notte assaltarono la nave. Uccisero tutti e presero tutto quel che c’era. Poi alzarono le vele, tagliarono in cavo dell’ancora e diedero fuoco. La nave se ne andò da sola, in fiamme e affondò Era ancorata li, nella baia, proprio dove siete ancorati voi”

Joseph con i suoi 75 anni è il patriarca del villaggio. Da quando ha saputo che scriviamo libri ha cominciato a ripeterci che lui aveva una storia da raccontarci. Ed eccoci qui, seduti sotto una palma, a due metri dal mare, ad ascoltarlo. Joseph racconta in Pidgin, e Nuno, il maestro del villaggio, traduce per noi in Inglese.

“Anni dopo arrivò una terza nave. Gli uomini di qui non riuscirono a mettersi d’accordo per razziarla, anzi uno dei capi diede il permesso ad un bianco, che aveva con sè dei lavoratori, di fermarsi sull’isoa per cominciare a lavorare la copra. Dopro breve però il nuovo arrivato si accorse della presenza di ogetti sospetti: una grossa ancora, una campana, le pentole, e cominciò a chiedere informazioni sulla loro provenienza. Ciò non piacque agli abitanti di Mussau che uno dopo l’altro eliminarono tutti i nuovi arrivati. Solo due, riuscirono miracolosamente a scappare su una canoa e ad approdare settimane dopo, in un villaggio sulla costa, dove riuscirono a dare l’allarme.

Quando arrivò la prima nave… - Papua Nuova Guinea

Quando arrivò la prima nave… – Papua Nuova Guinea

“Allora arrivò una nave grande, con tanti uomini armati. Anche gli abitanti dell’isola erano armati, con i fucili che avevano preso alle prime navi, comunque scapparono nella foresta. Ci furono inseguimenti e sparatorie ma nessuno poteva vincere. I bianchi erano tanti, ma la foresta era troppo fitta per stanare gli isolani. Dopo qualche settimana i bianchi proposero un accordo. La gente dell’isola avrebbe potuto tenersi ciò che aveva preso dalle navi, e i bianchi avrebbero potuto sbarcare e coltivare la copra. I capi dei villaggi accettarono e da allora c’è sempre stata la pace.”

“Ma quando è successo Joseph?”

“Tanto tempo fa.”

“Erano navi tedesche?”

“No, prima, tanto tempo prima”

Per confermare la sua storia Joseph ci mostra una pentola, recuperata dalla nave che venne razziata, e che per anni è stata usata nella sua famiglia, fino a quando non si è deciso di tenerla come un cimeglio. E’ un oggetto vecchissimo, di rame, tutto verde di ossido, assottigliato dall’uso e pieno di buchi.

“Dopo qualche anno i bianchi se ne andarono, ma gli uomini di Mussau ormai avevano imparato ad usare i fucili e siccome erano sempre in guerra tra loro, morì tantissima gente. Gli abitanti di Mussau, a quei tempi, erano anche mangiatori di uomini” ci confida Joseph tra una risata  e l’altra.

Quando sono nato io sull’isola c’erano rimaste solo due famiglia, 24 persone in tutto.

“Io e i miei fratelli ci siamo andati a prendere una moglie sull’isola di Manus e poi siamo tornati. Altri invece sono rimasti lontano”

Oggi la popolazione di Mussau ha ripreso a crescere e siamo più di 200. La storia di Joseph finisce qui. Lui la recita a memoria. L’ha appresa da suo padre, e questi da suo padre, e così via, all’ndietro, non si sa per quante generazioni. Noi cerchiamo di sapere di più, quando, come e poi? Ma lui sembra quasi infastidito, e dice che la storia raccontata dagli anziani è solo quella.

Bisogna accontentarsi!

Gen 012000
 
Avaria - Kavieng

Avaria – Kavieng

Stavamo navigando verso est, senza vento e a motore, ma con la prospettiva di poter godere di qualche ora di brezza di terra.

Alla fine del mio turno sono scesa a cercare un po’ d’ombra in quadrato, e il tappeto del pagliolo mi era apparso stranamente umido. Un paio di passi e altro che umido, era proprio fradicio.

Urla concitate, spengo il motore e apro la porta della sala macchine. L’acqua è  all’altezza dei paglioli, le sentine completamente allagate. Ancora poco e anche i paglioli avrebbero cominciato a galleggiare.

Cosa fare per primo: capire da dove viene l’acqua o svuotare la sentina?

Abbiamo optato per lo svuotamento, ma dopo dieci minuti di lavoro frenetico con la pompa manuale il livello non era sceso neppure di pochi centimetri. Allora ci siamo messi a raccattare l’acqua a secchiate direttamente dalla sentina, e poi svuotavamo i secchi nel lavandino di cucina. Ad essere allagata era la sezione sotto il motore, perciò sull’acqua galleggiavano chiazze nerastre di olio, che dopo un po’ si sono trasferite sulle nostre mani, sulle nostre ginocchia, sul pavimento della barca. Sembrava di essere in un’officina.

Dopo 127 secchiate le nostre schiene erano a pezzi, il pavimento ridotto a uno schifo, ma la sentina era quasi vuota. Con un po’ di turni alla pompa siamo riusciti a svuotarla del tutto, e a constatare felicemente che di acqua non ne entrava più.

Avaria - Kavieng

Avaria – Kavieng

Cosa poteva essere successo? E’ bastato riaccendere il motore per capirlo:
il coperchio metallico dello scambiatore di calore del motore si era fessurato. Con  il motore in moto l’acqua del raffreddamento sgorgava a fiotti. Per ripararlo ci sarebbe voluta una saldatrice, che in barca non abbiamo. Abbiamo pensato a tutte le possibilità per rabberciare il buco: dal silicone alla vetroresina, dalla stoppa alla legatura di corda, ma ognuna aveva qualche controindicazione all’acqua o al calore. Alla fine abbiamo optato per uno stucco sottomarino che si può applicare addirittura sott’acqua. Ci ha già salvato una volta da una situazione che poteva diventare antipatica e anche questa volta si è rivelato all’altezza.

Per tutto il tempo dello svuotamento e della riparazione intanto la barca andava alla deriva, e alla fine ci siamo trovati vicino a terra e con pochissimo vento. Lo stucco aveva bisogno di 12 ore per agire.

La zona in cui ci troviamo, lungo la costa settentrionale della Papua Nuova Guinea, ha una cattiva fama. Sappiamo di turisti derubati e di piccole imbarcazioni assaltate.

Ma non c’era modo di starne alla larga. Finalmente quando abbiamo potuto rimettere in moto ci siamo allontanati dalla costa con un enorme senso di sollievo.

Subito dopo però abbiamo constatato che il cavo del satellitare non aveva tenuto, era umido e non potevamo più collegarci . Eravamo tagliati fuori dal mondo e con una decisione da prendere.

Continuare fino in Australia con il motore rabberciato, che continuava a lasciare sgocciolare acqua in sentina costringendoci a dare 50 pompate ogni due ore o a fermarci a ripararlo?

E se fermarci, dove e  fino a quando?

Abbiamo optato per la sosta, il lacrimare continuo del motore non ci lasciava dormire tranquilli. Abbiamo cercato sulla carta l’indicazione di qualche cittadina e abbiamo optato per Kavieng, un paesuccolo sul lato nord di un’isolona che si chiama New Irland. Questa sosta modificherà i nostri piani. Siamo troppo avanti con la stagione per continuare.Dovremmo trascorrere da queste parti la stagione dei cicloni, e aspettare la sua fine per proseguire.

Così ora siamo fermi a Kavieng. Non abbiamo il visto per la PNG ma la polizia ci ha dato il permesso di restare fermi qui per il tempo necessario in considerazione dei problemi della barca. Ora cercheremo qualcuno che possa ripararci il pezzo. Fretta non ne abbiamo. Fino ad aprile, oramai, non sarà possibile continuare il nostro viaggio verso sud.

Gen 012000
 
Uomini, coralli e tartarughe - Heremit Island

Uomini, coralli e tartarughe – Heremit Island

Da tre giorni siamo fermi nella laguna di Heremit, un atollo che neanche sapevamo che esistesse, lontanissimo da tutto, a 200 miglia dall’isola della Papua Nuova Guinea. In questi giorni cielo coperto, vento e temporali a ripetizione ci hanno costretti a lasciare la barca ferma (la navigazione in atollo col brutto tempo è troppo pericolosa) e andare in giro col gommone, negli intervalli tra un acquazzone e l’altro. L’isola vicino a noi è deserta, e forse proprio per questo è bellissima, con le rive che sono un susseguirsi di palme, di alberi di pandano, di casuarine e di alberi che la mattina sono ricoperti di fiori colorati. I fiori poi col primo acquazzone della giornata cadono in mare e colorano l’acqua sottostante!

Stamattina però il cielo era azzurro e prometteva qualche ora di bel tempo. Abbiamo tirato su l’ancora e siamo partiti alla ricerca del villaggio. Sappiamo per averlo imparato girando anni fa nelle isole del pacifico, che in luoghi come questi non si può arrivare ed andare dove si vuole. Non serve avere permessi o visti (che comunque noi non abbiamo), bisogna avere il consenso degli abitanti. Per prima cosa bisogna andare dal capo del villaggio, presentarsi, spiegare perché si è venuti e chiedere di restare. Ma per farlo dobbiamo scoprire dove è il villaggio! Abbiamo diretto verso l’isola di Luff, che è la più grande delle tre che stanno nella laguna.  Per tutto il tragitto di 4 0 5 miglia, abbiamo visto falchi pescatori che pattugliavano la laguna, fregate che volteggiavano con eleganza, uccelli bianchi dalla coda lunga che volavano in coppie. Carlo, che stava sull’albero per individuare i coralli pericolosi ogni pochi minuti avvistava una tartaruga. Dall’alto poteva seguirne le evoluzioni sott’acqua e indicarmi il punto in cui sarebbe emersa la testa quando la bestia decideva di uscire per respirare.

Finalmente su una lingua di sabbia sottile abbiamo avvistato le case. Il villaggio è tutto affondato nel verde e dal mare vedevamo solo le facciate di foglie di palma delle case più esterne. Ci siamo avvicinati cautamente, incerti su dove buttare l’ancora, in un fondale che non voleva mai scendere sotto i 40 metri, quando da terra si è staccata una canoa. Il suo occupante era nerissimo, grande e grosso, ma con il viso largo e un sorriso più largo ancora:

“Wellcome. I’m Rob. Follow me. I’ll show you where to drop your anchor”.

E così è stato. Lui davanti, con la canoa, pagaiando, e noi dietro, a motore, pianissimo. Ci ha condotto fino a un pinnacolo sottomarino  di coralli, che arrivava fino a 7 metri dalla superficie, dove, con qualche dubbio, abbiamo buttato l’ancora. E’ un ancoraggio pericoloso, ma pare che non ce ne sia altri.

Poi Rob è salito a bordo.

“In tutto l’atollo siamo 147 persone, gli stranieri sono benvenuti ma devono seguire le nostre regole per la conservazione dell’atollo”.

Uomini, coralli e tartarughe - Heremit Island

Uomini, coralli e tartarughe – Heremit Island

A sentirlo parlare sembrerebbe che qui arrivino chissà quanti stranieri. Poi però a domanda diretta, risponde che viene solo una volta all’anno una barca specializzata in immersioni sub, con qualche turista. Comunque sia, i pochi abitanti del villaggio stanno tentando di fare diventare Heremit un parco nazionale, dove venga salvaguardata la vita marina. Ci mostra un foglio dove il consiglio del villaggio ha elencato gli animali da proteggere definendo le zone dell’atollo dove queste specie vivono. Sono riportati anche una serie di comportamenti e di accorgimenti da seguire per non rovinare la laguna e i suoi abitanti.

“Per questo vi ho fatto ancorare qui, da un’altra parte si poteva rovinare qualcosa”

“La nostra laguna è piena di squali, mante, razze, tartarughe.  In alcuni posti c’è molta corrente e piò essere pericoloso. Se volete fare delle immersioni posso venire con voi. Inoltre io potrei mostrarvi i posti più interessanti e allo stesso tempo darvi una mano”.

Ha un fare gentile, ma molto da buon samaritano.

“Non ho mai visto così tante tartarughe” gli facciamo notare “Vuol dire che non vengono cacciate”

“Esattamente dal 1951. In quell’anno sono venuti i missionari e tutti gli abitanti del villaggio sono diventati Avventisti del Settimo Giorno. Noi seguiamo i dettami alimentari della Bibbia. Non mangiamo il maiale, e mangiamo solo il pesce con le scaglie. Niente molluschi, niente aragoste e niente tartarughe!”

Fa un pò ridere che della gente che vive così a stretto contatto con il mare scelga di non potersi cibare delle sue creature. Ma per una volta tanto è andata bene alle tartarughe!

Gen 012000
 
Aua - Lat 1° 28’ Sud    Long 143° 03’ Est

Aua – Lat 1° 28’ Sud Long 143° 03’ Est

Era da più di una settimana che non vedevamo terra. Abbiamo navigato tenendoci sempre molto lontani dalla costa e sempre senza vedere la terra abbiamo superato il confine tra l’Indonesia e la Papua Nuova Guinea. Stamattina però è apparsa una piccola terra. E’ l’isola di Aua, un pochino di verde circondato dalla barriera corallina. Ci siamo avvicinati, senza sapere neppure noi il motivo,  perché il portolano dice che non c’è possibilità di ancorare e che tutto attorno all’isola a 20 metri dalla battigia  il fondale cade già oltre i cento metri.

Da lontano appariva come una collina verde allungata e orlata da sabbia bianca. Da qualche parte ci doveva essere un villaggio, ma non sapevamo dove, così avanzavamo piano incerti su dove andare.

Ad un certo punto dall’isola abbiamo cominciato a vedere dei lampi di luce. Qualcuno a terra aveva visto la nostra vela e ci faceva segnalazioni con uno specchietto. Qualcuno che voleva dirci che lì c’era vita, che voleva attirare la nostra attenzione e non lasciarci passare oltre senza averci visto da vicino. Qui probabilmente non viene mai nessuno e una barca di passaggio è una cosa troppo allettante per farla passare indisturbata.

Abbiamo fatto rotta verso il punto della costa da dove provenivano le segnalazioni.

Aua - Lat 1° 28’ Sud    Long 143° 03’ Est

Aua – Lat 1° 28’ Sud Long 143° 03’ Est

Quando eravamo a mezzo miglio da terra una dozzina di canoe di legno sono uscite in mare. Bucando con perizia i frangenti della barriera, le canoe hanno cominciato a venire verso di noi. A bordo di ciascuna uno o due uomini che davano dei colpi poderosi di pagaia.

Abbiamo ammainato i fiocchi e li abbiamo aspettati. Il primo è un uomo corpulento, dall’aspetto polinesiano, barba e sorriso e che ci da il benvenuto in perfetto inglese.

Non ce lo aspettavamo dopo tanto tempo di Indonesia, ma qui in Papua Nuova Guinea l’inglese è una delle lingue ufficiali.

“I’m Rea, come and follow me, there is a little passage”

Molto gentile a voler farci strada, ma è fuori discussione che noi possiamo entrare nel passaggio della barriera. Così ci mettiamo a conversare con Rea e con gli uomini sulle altre canoe che nel frattempo ci hanno raggiunto.

Le domande sono sempre le stesse:

“Da dove venite?”

“Dall’Italia”

“Da quanto siete partiti?”

“Da sette anni”

“Dove andate?”

“In Australia”

“Vi interessano degli oggetti di legno?”

“…..beh si, ma non abbiamo soldi della Papua”

“Non importa, avete magliette, pinne, zucchero…. a me piacerebbe un cappello, ma non ho nessuna scultura”

Rea grida qualcosa, ed ecco che tutte le canoe riprendono a remare velocemente, lanciando delle grida a terra. Sulla linea dei frangenti  appaiono altre imbarcazioni e dopo un pò ci  troviamo circondati da una massa di uomini scuri che brandiscono strane lance di legno. Tutti la stessa identica lancia, appuntita, tutta frastagliata, e ornata alla base da un osso di tartaruga messo per traverso.

“Che cos’è”?” ho chiesto a Rea

“Traditional weapon, very dangerous”

In effetti acuminata com’è, scagliata con forza potrebbe uccidere una persona.

Abbiamo preso la prima che ci hanno offerto. Prezzo: una T-shirt con verde, usata, ma pulita.

L’intagliatore è raggiante, noi un pò perplessi

“Magari in Australia ce la sequestrano, c’è un osso…”

“Si ma se non la prendiamo ci restano male”

“Si, d’accordo, meglio non farli arrabbiare!”

E così, prima di issare i fiocchi,  abbiamo anche regalato un cappellino a Rea per la sua funzione di intermediario.