Gen 012005
 

Quella che si vive sul mare, sotto una vela spinta dal vento, è una libertà quasi infinita. Dopo 15 anni non ci siamo ancora abituati ed è difficile vederne i limiti. Chi vive sulla terra, intorno, ha sempre lo stesso orizzonte. Ha sempre gli stessi vicini e respira sempre la stessa aria. Su una barca é diverso. L’orizzonte cambia ogni volta che lo si vuol far cambiare. Basta issare le vele e puntare verso il largo per trovarsi ogni volta di fronte alla libertà più bella e più grande di tutte: quella di scegliere una rotta tra le mille possibili che il mare mette a disposizione. E in fondo alla rotta c’é sempre un posto nuovo, un paese nuovo, nuova gente.

L’anno scorso siamo tornati alle Fiji. Erano passati 15 anni da quando, la prima volta, eravamo passati da lì, sul Vecchietto la vecchia mitica Alpa 11,50, durante il nostro primo giro del mondo. Ripassare dopo tanti anni in un luogo di cui si conservano bei ricordi, si dice, sia un errore. Tutto cambia e si rischia di scoprire che le cose che ci avevano fatto stare bene non ci sono più, che i luoghi sono diversi, che la gente è cambiata e via discorrendo. Così è con un po’ di ansia che ci siamo avvicinati all’arcipelago. In realtà, più che per quel che avremmo trovato o meno, l’ansia era dovuta al fatto che avevamo fatto la traversata dalle Vanuatu (500 miglia) navigando solo con il sestante. Il GPS si era rotto, avevamo fatto tutta la strada di bolina ed eravamo distrutti, stanchi morti e incerti. Il nostro punto era approssimativo, fatto solo due volte al giorno con i rilevamenti del sole e portato avanti con la stima ad occhio della velocità. Infatti se non funziona il GPS non si sa più nemmeno a che velocità si cammina, perché la famosa etichetta fuori scafo che un tempo si teneva accuratamente pulita, ormai da anni è un’inservibile incrostazione calcarea. E in più c’era vento forte e mare enorme.

Finalmente una mattina è comparsa, lontanissima, la terra e insieme è comparsa anche una nave, la prima in 10 giorni di navigazione, anche lei che saliva e scendeva tra le onde, che appariva e scompariva tra le creste. L’abbiamo chiamata con il VHF e abbiamo chiesto la posizione, perché, per avvicinarsi a terra a cercare il passaggio tra i reef che immette nelle acque interne dell’arcipelago, bisogna essere ben certi delle proprie coordinate. Sorpresa, il nostro punto artigianale era abbastanza giusto ed eravamo a 7 miglia dall’imbocco del passaggio.

Abbiamo chiesto se fosse normale tutto quel vento.

“Eh, summer monsoon”, è stata le risposta enigmatica, accompagnata da una risata. Vuol dire che quello che a noi sembrava proprio un gran vento, ad altri non sembrava tale. Questione di dimensioni, di altezza sull’acqua, di punti di vista e forse, di lunghezza di scafo. Così abbiamo fatto finta che quelle onde enormi non fossero tali, abbiamo puntato verso terra, imboccato la passe che conduce nelle acque interne dove il vento, come per incanto, è scomparso, fermato dalle vette dell’isola maggiore.

La prima cosa che colpisce, entrando, sono i colori: tinte pastello, bellissime, più intense di quanto ce le ricordassimo, con gli azzurri e i rosa della laguna così delicati e sfumati da sembrare acquerelli e i verdi e i gialli dei bassifondi corallini che con la loro tonalità dicono quanto sia profonda l’acqua e quanto ci si possa avvicinare, e i bianchi accecanti delle spiagge infinite ricoperte di palme. La seconda cosa che si nota, una volta scesi, è la gentilezza di una delle popolazioni più ospitali del mondo. La gente per la strada che saluta e dice Mbula, che vuol dire “benvenuto straniero”. La gente nei villaggi che ci ferma continuamente per chiederci chi siamo, da dove veniamo, cosa pensiamo delle Fiji, e tutti immancabilmente che ci invitano nella loro capanna, a bere il te fatto con le foglie dell’erba limoncina, o la kava, ottenuta con le radici tritate della Piper metisticumun. Insomma, un posto bellissimo. Allora? Tutto bene? Non è cambiato nulla? No è cambiato moltissimo. La capitale, Suva, un tempo una tranquilla e sonnacchiosa cittadina, ora è un posto rumoroso, con tanto di traffico, di inquinamento e di nascente delinquenza. Nelle isole fuori mano invece i modi della gente non sono cambiati, ma sono comparsi i primi segni di modernità. Le lamiere ondulate hanno preso il posto dei tetti di paglia e i bure tradizionali, fatti interamente di cocco sono scomparsi, sostituiti da orribili costruzioni grigie in mattoni di cemento. Per chi arriva in barca le cose sono cambiate ancora di più. Se quindici anni fa non c’era neanche un marina, oggi ce ne sono tre. Se allora per far carena non si poteva far altro che andare sullo scivolo dei pescatori di Suva, dove alaggio e varo erano operazioni rocambolesche che però costavano solo poche decine di dollari, oggi ci sono due cantieri, con tanto di travel lift, di shipchandler e di tariffe europee. Se quindici anni fa nell’arcipelago passavano 20 barche all’anno, oggi ne passano molte centinaia e gli ancoraggi più belli come la Blu Lagoon delle Yasawa, cominciano ad essere affollati, proprio come in Mediterraneo, con la differenza che qui le barche sono americane, australiane, neozelandesi, giapponesi. Per noi, che abbiamo scelto il lavoro di andare a cercare gli angoli più remoti e i luoghi più sperduti dove sopravvivono natura e tradizioni e di raccontare queste cose nei nostri libri e nei documentari, quelle baie affollate non erano più interessanti e quei marina perfetti e puliti dove la gente si ritrova la sera per il BBQ, la birra e i racconti di traversate eroiche, lo erano ancor meno. “Che facciamo?” “Mha, proviamo ad andare un po’ controvento” Alle Fiji controvento vuol dire Est, verso quella parte dell’arcipelago che si incontra per prima quando si viene dalle Tonga, ma dove nessuno si può fermare perché non si sono ancora espletate le procedure di entrata nel paese.Una volta arrivati alla capitale, o in uno degli altri porti doganali, e sbrigate le formalità, è difficile tornare verso quelle prime isole, perché, appunto, si dovrebbe navigare controvento e tutti preferiscono proseguire per le Yasawa, sottovento, altrettanto belle, ma più comode. “Va bene, proviamo verso Est” e già che c’eravamo abbiamo deciso di puntare verso l’isola più lontana, a 300 miglia dalla capitale, l’ultimo avamposto orientale dell’arcipelago.

Ci sono voluti 12 giorni, giocando a nascondino con il vento, passando sottovento alle isole quando riuscivamo, picchiando con il mare corto e con il vento in faccia quando eravamo costretti a farlo. L’ultima parte è stata la più dura: di nuovo in oceano aperto, con onde di due o tre metri, e il solito vento di bolina. Vento moderato, di 15-20 nodi, che però, se è contrario, sembra una piccola tempesta e ti fa rollare e faticare e star male, ma ormai eravamo quasi arrivati.

L’ultima isola dell’arcipelago, la nostra isola controvento, in realtà è un atollo. Una cintura ellittica di coralli con un’entrata sul lato occidentale e con un’unica parte di terra emergente piccola piccola sul lato orientale, dalla parte opposta all’entrata.

Alle 4 di notte il GPS, che nel frattempo è stato riparato, dice che siamo a 4 miglia. Fuori non si vede nulla. Ci mettiamo alla cappa, tra le solite onde che ci fanno rollare paurosamente, e aspettiamo. Arriva la luce rosata dell’alba. Arrivano il giallo del sole con il suo calore. Anche con il chiaro, però, non si avvista nulla. E’ normale. Non c’è terra su questo lato e la barriera si vede solo quando si è vicini. Riapriamo il fiocco, lo cazziamo, e riprendiamo la bolina, sempre verso Est. Dopo neanche un’ora appaiono i frangenti. Sono diversi dalle solite creste bianche che si vedono qua e là a screziare il blu che ci circonda e che si formano quando la cresta di un cavallone diventa troppo ripida e instabile. Questi sono meno irregolari. Appaiono e scompaiono ma si formano sempre sullo stesso posto, sono messi in linea e rivelano la presenza dell’ostacolo nascosto della barriera. Ancora mezzora ed ecco una interruzione netta nel bianco dei frangenti, una specie di porta, di corridoio, un passaggio dove il mare rimane blu. Avanziamo. Il sole, sorto da due ore, è ancora basso e siccome procediamo per Est ci si vede male. L’entrata però è larga un quarto di miglio e sorprendentemente facile. La imbocchiamo e in due minuti il mondo cambia: l’acqua diventa azzurra, il fondo da migliaia di metri che era risale a 35 e quel che più conta, le onde da 3 metri diventano ondulazioni gentili. Intorno a noi c’è sempre oceano a perdita d’occhio, ma dentro la laguna è come essere in un lago.

Il nostro atollo è lungo venticinque miglia, e largo sei o sette. E’ così grande che potrebbe contenere l’intera isola d’Elba. L’isola, sul bordo orientale, non è ancora in vista, e continuiamo a navigare, sempre verso est, sempre contro lo stesso aliseo da 15-20 nodi, ma farlo senza onde è persino divertente. Facciamo bordi che durano poco più di un’ora, prima per Nord Est finché non avvistiamo i frangenti che formano il limite nord dell’atollo, poi verso Sud Est finché non compare il bordo meridionale e così via. Sul plotter le spezzate della nostra bolina si allineano precise e dritte come gli zig zag di una macchina da cucire. Fa caldo, è divertente, e la barca corre veloce. Dopo 6 bordi appare l’isoletta. Dopo altri tre, a metà pomeriggio, il fondo risale, l’azzurro si intensifica, i banchi isolati di corallo a cui si deve sempre stare attenti quando si naviga in un atollo diventano più fitti. Ammainiamo e continuiamo a motore, piano piano, prima su 10 metri, poi otto, poi sei. Dobbiamo anche tener conto della marea che ha un’escursione di tre metri. Come sarà adesso? Alta o bassa? A un miglio da terra il fondo è 5 metri e il corallo in giro è semplicemente troppo. Ancoriamo, anche se siamo così lontani che non si vede neppure se l’isola sia abitata o no, e per scendere a terra ci vorrà mezzora di gommone, pazienza.

Ed è stato così che per gioco, senza saperlo, siamo arrivati in una specie di paradiso. Un’isola bellissima, incontaminata, dove vivono solo 4 persone che non vedono mai nessuno. Qui, su quest’atollo, non arrivano ne navi ne traghetti. Negli ultimi 10 anni, ci raccontano gli abitanti, è passata un’unica barca a vela e solo un paio di volte l’anno, nel periodo delle calme invernali, qualche pescatore coraggioso si spinge fin qui dalle Fiji attirato dalla incredibile abbondanza di pesci della laguna.

L’isola è lunga 5 chilometri e larga qualche centinaio di metri. I suoi abitanti vivono in una radura proprio al centro. Per il resto solo spiagge senza orme, terra coperta di cocchi e piante aggrovigliate, lagune piene di coralli e di pesci, scogli corallini abitati da milioni di granchi e di murene. Ci sono anche due isolette piccole che chi ha disegnato la carta non si è curato di riportare. Sono letteralmente coperte di uccelli, di sule, di fregate, di sterne che vengono a depositare le uova e a covarle e che non fuggono quando ci avviciniamo con la telecamera. Ci sono pipistrelli giganti con le ali larghe un metro e ci sono persino i granchi del cocco che altrove sono scomparsi perché troppo appetitosi e troppo facili da catturare. Qui tutto è intatto, incontaminato, primordiale. Così su questa isola abbiamo girato le immagini di uno dei più bei documentari che abbiamo prodotto, con protagonisti l’isola, i suoi abitanti e i suoi animali.

Beh, non era proprio solo paradiso. C’era anche qualche inconveniente, come i milioni di zanzare che a terra, attive anche di giorno, si sono rivelate indifferenti a tutti i nostri repellenti. L’unico modo di evitarle era quello di stare immersi nell’acqua fino al collo o di stare immersi nel fumo delle scorze di cocco, che gli abitanti accendevano intorno alle capanne per tenerle lontane, ma così si restava intossicati. In barca si stava bene, tranne che con l’alta marea, quando, per qualche ora, l’onda oceanica riusciva a superare l’ostacolo della barriera ed entrava in laguna facendoci rollare come fossimo in navigazione. Ma questi disagi, in fondo, sono un costo accettabile, una fatica che si fa volentieri, come quella di andare controvento.

Il nostro racconto finisce qui. Dite che ci siamo dimenticati qualcosa? Il nome dell’atollo? No, non ce lo siamo dimenticati. Non lo abbiamo detto di proposito. Negli ultimi anni ci è capitato di notare che, una piccola informazione su un posto, può scatenare un fenomeno a valanga, che riversa sul luogo una numero di barche tali, da stravolgerlo. Un esempio? Nella baia di Port Resolution, alle Vanuatu, si poteva accedere solo dopo aver fatto l’entrata ufficiale dall’altra parte dell’isola, in un porto impossibile, senza ancoraggio e senza riparo. Quando si seppe, perché una barca diffuse la notizia per radio, che si potevano pagare gli ufficiali e farli venire con il fuoristrada fino a Port Resolution per sbrigare lì le pratiche, molte barche cominciarono a fermarsi. Ora è istituzione che la pattuglia arrivi una volta la settimana. Morale, in una baia dove si vedevano non più di una dozzina di barche l’anno, lo scorso agosto ce ne erano venti contemporaneamente, con gommoni da quaranta cavalli che schizzavano su e giù tra le canoe dei nativi, con i BBQ organizzati sulla spiaggia, e con le mamme americane che spiegavano alle maestre della scuola come far giocare i bambini e altre amenità del genere. La cosa peggiore, e noi l’abbiamo vista con i nostri occhi, è stato quando, l’equipaggio di due barche (tacciamo la nazionalità) hanno fatto un accordo per farsi cucinare un pasto a terra. In cambio hanno portato una bottiglia di rum. Il giorno seguente, uno dei due cuochi, un ragazzo di 25 anni, gentile e disponibilissimo, ha picchiato la madre. Con tutte le conseguenze che un episodio del genere si porta dietro, in una società dove la famiglia è il centro della vita!!

Ci spiacerebbe pensare a una situazione simile nel nostro atollo figiano. Il nome non ve lo diciamo, ma se qualcuno di voi ci vuole andare, lo cerchi attentamente, a Nord Est, e ancora più a Est, sulla carta delle Fiji.

Gen 012003
 

“Noi siamo Jon Frum, da 50 anni stiamo aspettando che lui ritorni. Sono tanti 50 anni? Voi il vostro Messia lo avete aspettato molto di più. ”

In questi termini disarmanti Gedeon, il vecchio pastore dal barbone bianco ci espone il credo: suo, del villaggio e di quasi tutta l’isola di Tanna. Essere Jon Frum vuol dire fare parte di un movimento religioso nato qui alle Vanuatu quando gli americani arrivarono durante la seconda guerra mondiale, sconvolgendo non poco la vita degli isolani. Alcune città sorsero dal nulla come basi per i soldati, gli indigeni si spostarono, chi di propria volontà chi un po’ meno, da un’isola all’altra per fornire manovalanza agli americani, ma soprattutto, per la prima volta, gli abitanti delle Vanuatu videro aerei, auto, carri armati e tutto quelle incredibili meraviglie connesse con la civiltà venuta da lontano.

Ma quello che scoprirono fu anche un mondo, quello degli americani, dove bianchi e negri sembravano avere gli stessi diritti e venivano trattati nello stesso modo.

“Fino a quel momento noi avevamo subito ogni tipo di privazione e di sopruso da parte dei missionari e dei colonizzatori e un mondo in cui i bianchi avevano tutto e i negri non avevano nulla ci sembrava quasi naturale. Ma quei negri americani, venuti con le navi, avevano le stesse cose che avevano i bianchi. E venivano tutti trattati allo stesso modo. Fù allora che Jon Frum apparve ai nostri anziani e spiegò che per noi c’era anche la speranza di un mondo migliore.”

Nessuno conosce con certezza l’origine del movimento Jon Frum. Forse un soldato americano, che si chiamava John, in qualche occasione particolare si distinse per la sua generosità e per la sua disponibilità nei confronti dei locali e venne così idealizzato come simbolo di quella società egalitaria; fatto sta che, quando alla fine della guerra, gli americani se ne andarono, gli indigeni delle Vanuatu si disposero ad attendere il ritorno di tutto quello che avevano solo intravisto. Inventarono un credo e iniziarono a praticare un culto volto a tenere i contatti con Jon, al quale aggiunsero il cognome di Frum (forse una contrazione di from America, o lo storpiamento di Brown) e che presto o tardi, di questo sono certissimi, tornerà.

Così, tutti i venerdì notte, nei villaggi di Tanna, i seguaci di Jon Frum si riuniscono a ballare e suonare le chitarre, sotto una bandiera a stelle e strisce che garrisce sopra le loro capanne. E questa strana religione è solo una tra le tante cose incredibili che abbiamo incontrato alle Vanuatu.

Sapevamo che le Vanuatu sono uno dei posti più selvaggi e più interessanti dell’oceano Pacifico. Avevamo sentito raccontare di villaggi, sulle montagne, ancora isolati, avevamo letto di strane religioni, di vulcani attivi e infuriati, di giungle impenetrabili, ma per anni le avevamo evitate perché sono uno dei posti al mondo più infestati dalla malaria. Poi, un giorno, ha prevalso la curiosità. Ci siamo procurati tanto tulle per mettere le zanzariere agli oblò della barca, abbiamo fatto scorta di medicinali per curare la malattia e abbiamo alzato le vele per lasciare l’Australia con la prua diretta a Est.

La distanza tra le Vanuatu e l’Australia è enorme, oltre 1000 miglia e per coprirla ci vogliono dagli 8 ai 10 giorni di navigazione ininterrotta. Noi troviamo vento contrario e tempo cattivo, e solo dopo 14 giorni e 14 notti passati a combattere contro il mare infuriato, scorgiamo la sagoma scura di Tanna che interrompe la striscia uniforme dell’orizzonte e a quel punto non è più solo l’avvistamento della terra, ma è come una promessa di pace e di quiete, di quel calore che a volte solo la terra sa dare.

Ci avviciniamo piano, in cerca di quella indentazione nella costa che dovrebbe contenere Lenakel, il porto principale dell’isola. A tre miglia da terra, però, siamo ancora sballottati da onde enormi, nè più nè meno che in mare aperto, mentre la riva alta e scura non lascia intravedere nessun segno umano. Ci consumiamo gli occhi a scrutare, ma davanti a noi ci sono solo montagne, alberi e giungla. Solo quando siamo a poche centinaia di metri da terra, scorgiamo un molo diroccato, e una cinquantina di case in muratura annidate in una nicchia tra le colline. Lenakel, la capitale dell’Isola e del distretto meridionale delle Vanuatu, è tutta lì, in quelle 50 case dall’aspetto dimesso. Noi dovremmo fermarci e scendere per le pratiche doganali e per timbrare i passaporti, ma il molo è avvolto da frangenti poderosi e tutta la costa sia a nord che a sud è battuta da cavalloni enormi. Non possiamo far altro che raccogliere le ultime energie, issare le vele e cominciare a circumnavigare Tanna, in cerca di un ridosso qualunque per poterci fermare.

Le 13 isole che formano l’arcipelago delle Vanuatu sono tutte così. Montagne selvagge e scure che si buttano a picco in un mare difficile e senza ridossi, cime incappucciate dal vapore, nere spiagge vulcaniche, alberi che scendono compatti fino al confine tra la terra e le onde. Se si fa eccezione per la capitale, Port Villa e per un paio di paesotti nelle isole più settentrionali, qui non sono ancora nate le città, non ci sono porti e gli abitanti vivono sparpagliati, dentro case di foglie, in villaggetti nascosti dalla giungla.

Fu James Cook, nel corso del suo secondo viaggio di esplorazione del Pacifico, ad avvistare per primo l’isola di Tanna nel 1774. Anche lui, come noi, rinunciò ad attraccare sulla costa occidentale, fece il giro dell’isola e scoprì dall’altra parte una bella baia riparata. Entrò e la chiamò Port Resolution, con il nome della sua nave, e battezzò l’arcipelago Nuove Ebridi, perché con il loro aspetto cupo ricordavano quelle terre fredde al largo della Scozia. Il giorno dopo l’avvistamento di Lenakel e poco meno di tre secoli dopo Cook anche noi buttiamo l’ancora a Port Resolution.

I suoi resoconti parlano di una grande ansa, con spiagge nere, alberi con molti tronchi e sorgenti d’acqua bollente. Quel che vediamo noi è uno specchio di acqua immobile che lambisce spiagge di sabbia scurissime, una foresta con enormi baniani (erano quelli gli alberi dai molti tronchi) che arriva fino al mare e una serie di ruscelli fumanti che si gettano in acqua dalla riva adiacente il vulcano Yasur. Scendiamo a terra e scopriamo che la baia è disabitata. Ci sono dei sentieri però, che sembrano abbastanza battuti e li seguiamo fin dentro la foresta e poi verso il pianoro sovrastante. Dopo dieci minuti sbuchiamo in uno spiazzo verdissimo, circondato da un cerchio di capanne costruite con tronchi e frasche, con le noci di cocco ammonticchiate davanti agli ingressi e cespugli fioriti piantati tutto attorno. Non c’è nulla che sia metallo o plastica, non c’è sporcizia, non ci sono rifiuti e le sole macchie nel verde del tappeto erboso, sono i fiori caduti dagli alberi.

Gli abitanti sono tutti lì ad attenderci. Ci hanno visti arrivare da lontano e invece che venire ad accalcarsi sulla spiaggia, hanno deciso di aspettarci nel villaggio.

“Volete vedere il vulcano?” sono le prime parole che ci rivolgono.

Il vulcano Yasur per gli abitanti di Tanna è una specie di Dio. Secondo la leggenda è verso di lui che si incamminano gli spiriti delle persone appena trapassate e le pietre infuocate che escono dal suo cratere sono le spie del suo umore mutevole. Se fossimo in Italia o in Europa l’ascesa a un vulcano come questo, sempre attivo ed estremamente imprevedibile, sarebbe vietata o comunque regolamentata da sbarramenti e transenne. Qui non ci sono leggi, al di là dei tabù del villaggio, e possiamo arrivare in alto, sopra il cratere, a poche decine di metri dalle bocche eruttive, fino a vedere il magma fumare sotto di noi.

All’improvviso siamo investiti da una raffica violenta, che arriva da dietro e spinge verso il cratere: è il vulcano che inspira aria per rilasciarla subito sotto forma di una nuvola bianca di vapore acqueo. Poi una nube nera e un’esplosione spaventosa seguita dal lancio di pietre infuocate, che dopo un volo di qualche centinaio di metri vengono a cadere con un tonfo sulle pendici del cratere. E’ il ciclo del vulcano Yasur, un ciclo che si ripete in continuazione, da secoli, con un intervallo di 15-20 minuti. Quando il sole tramonta lo spettacolo è ancora più suggestivo. Le pietre incandescenti si alzano nel cielo simili a rosse meteore e sembrano volerci cadere addosso.

“Il vento porta le pietre dall’altro lato, non dovete aver paura ” La nostra guida è tranquilla, capisce, non si sa da quale segnale, che oggi lo spirito del vulcano è bonario. I botti però sono spaventosi ed è pura fede quella che ci impedisce di correre a gambe levate lungo la china del cratere, quando volano i massi infuocati.

Dall’altra parte del vulcano, sul lato sud ovest di Tanna, si trova il villaggio di Yakel. Qui gli abitanti si vestono ancora con le fibre vegetali: le donne hanno gonne gonfie e sovrapposte confezionate con foglie di pandano fatte seccare e tagliate a striscioline, gli uomini portano il namba, il tradizionale cappuccio penico, fatto con lo stesso materiale e che, al di là di una spanna intorno all’inguine, lascia scoperti interamente i loro corpi massicci. I pochi turisti che arrivano fino a Tanna per ammirare le esplosioni dello Yasur, vanno anche a Yakel, a vedere questi ultimi rappresentanti di una cultura ormai scomparsa. Vengono ricevuti nel nakamal, lo spiazzo delle cerimonie, un fondo in terra battuta circondato da baniani giganti, che si trova al margine del villaggio. Quando i ragazzini avvistano dall’alto il fuoristrada con i turisti, danno l’allarme battendo su un totem di legno che risuona come un tamburo e a quel segnale tutto il villaggio si mette in moto. Così gli ospiti, arrivando, trovano un comitato d’accoglienza composto da uomini, donne e bambini vestiti pressochè di nulla che cominciano a cantare, a saltare, a battere i piedi al ritmo di una nenia antica. Finita la danza gli abitanti di Yakel si mettono in posa per le foto, vendono qualche sgangherato oggetto d’artigianato e riscuotono il prezzo ufficiale della visita, circa 10 Euro. Dopodichè i turisti se ne vanno e l’incontro tra questi due mondi così lontani non dura mai più di mezzora.

Noi, però, decidiamo di restare. Vogliamo capire meglio. Capire ad esempio se questo fatto di indossare il namba sia una trovata per incrementare le entrate del villaggio o se davvero ci troviamo testimoni di una tradizione scampata ai massacri del tempo e dei missionari. Entriamo nel villaggio, chiediamo di poter fare delle riprese, cerchiamo, a gesti, di parlare con le donne, con i giovani, giochiamo con i bambini. Torniamo il giorno successivo e quello dopo ancora. Assistiamo all’arrivo di altri turisti, ad altre danze e scopriamo che la verità sta nel mezzo. Ci sono uomini e donne che abitano a qualche centinaio di metri da Yakel e che al suono del richiamo gettano magliette e pantaloni per correre a vestirsi come un tempo e a interpretare la parte dei selvaggi. Al termine dello show, quando gli ospiti scompaiono dietro la prima curva, il denaro viene ripartito tra tutti quelli che hanno partecipato.

Ma c’è uno sparuto gruppo di persone, che ancora oggi, nella vita di tutti i giorni, segue le antiche usanze dell’isola. Si vestono di foglie, si curano con la medicina tradizionale, non mandano i figli a scuola e rispettano rigorosamente i tabù della tradizione. Il loro capo è un vecchietto raggrinzito: si chiama Kawia. La barba e i capelli bianchi, in bocca pochi denti, Kakwia ha 102 anni, o almeno così crede. Certamente quando è nato non esisteva un’anagrafe. Siede sull’erba in mezzo a un gruppetto di uomini dai corpi muscolosi, la pelle lucente, i sorrisi bianchissimi. La pelle del vecchio invece è una pergamena sottile che a malapena gli copre le ossa e nel cordone di paglia che gli circonda la vita e che sorregge il samba, sono infilati una vecchia pipa e un coltello. Con l’aiuto di un giovane che parla un po’ di inglese, si informa su chi siamo, da dove veniamo, come mai ci interessa così tanto il suo villaggio. Poi ci racconta di quando era giovane, di quando suo padre cacciava ancora il nemico, di quando i missionari non avevano ancora imposto ai nativi di cambiare le loro regole di vita. In altre parole, ci racconta di quando gli esseri umani si mangiavano a vicenda. Gli chiediamo se fosse meglio prima o adesso, risponde che non c’è un meglio o un peggio, è solo diverso.

“Io mi sono sempre curato con le medicine tradizionali preparate dai vecchi. Non sono mai andato a scuola, ma so tante cose che mi sono state tramandate. Ho avuto tanti figli e tanti nipoti. Ho anche lavorato con gli americani quando sono venuti per fare la guerra, ma poi sono tornato qui a Tanna, nel mio villaggio, perché solo qui si vive ancora come un tempo.

Mentre nel suo dialetto incomprensibile parla con noi, il vecchio si accende la pipa con un tizzone preso dal fuoco che gli uomini più giovani gli hanno acceso vicino. Jakel è annidata tra le colline più alte, piove spesso, l’aria è umida e la temperatura non è poi così alta. E lo strato di pelle trasparente che gli ricopre le ossa, è un riparo ben misero per il suo corpo rattrappito.

Quando viene il momento di partire il vecchio vuole farci assistere a un’ultima danza.

“Di buon auspicio per voi”, ci spiega.

Ttutti i maschi del villaggio si sono radunati per noi. Tutti indossano il namba con la frangetta di paglia che scende sul davanti. Cominciano a cantare e a muoversi all’unisono, ballando qualche cosa che non abbiamo mai visto prima, con un ritmo e una potenza nuovi, che non c’erano nei balli riservati ai turisti. Mimano scene di vita quotidiana, scene di caccia, duelli fra animali, battono con forza i piedi sul terreno fangoso e la terra trema sotto di noi. Certe figure della danza richiedono lo spostamento all’unisono dell’intero plotone e il boato delle voci, unito al battere dei piedi sul terreno, ricorda il rumore del vulcano lontano.

Gen 012002
 
Una Montagna di fuoco - Vulcano Yasur

Una Montagna di fuoco – Vulcano Yasur

Oggi è stato il grande giorno, finalmente siamo riusciti ad andare sul vulcano Yasur.

Non è una cosa facile, non perché l’escursione richieda abilità, al contrario è facilissima, o perché ci voglia qualche tipo di accorgimento speciale. No assolutamente. E’ solo che bisogna procurarsi due cose fondamentali: un mezzo di trasporto e il benestare dei responsabili del vulcano.

Per il mezzo di trasporto ci siamo fatti aiutare da Willy. Nel villaggio di Sulphur bay, poco lontano da Port Resolution, dove siamo ancorati noi, c’è un tizio che ha un camioncino pick up a 4 ruote motrici, che fa servizio taxi quando c’è qualche turista allo Yacht Club, o quando qualcuno del paese deve andare fino al capoluogo a fare la spesa per tutti.

Per il secondo requisito, l’autorizzazione, è stato più complicato.

Il vulcano Yasur infatti per gli abitanti di Tana, è una persona, un Dio, un oracolo. E’ al vulcano che si incamminano le anime delle persone morte da poco, e le si può identificare con le pietre infuocate che eruttare dal cratere, giacciono sulle pendici della montagna. E’ sempre il vulcano che forgia l’isola di volta in volta con le sue eruzioni sotterranee e sottomarine, deviando il corso dei fiumi, asciugando i laghi e, nel caso della nostra baia a Port Resolution, restringendola e alzandole il fondo in modo tale, che oggi, la nave di Cook, più voluminosa, profonda e goffa della nostra nelle manovre, non ci potrebbe più entrare.

I vecchi dell’isola sanno captare all’istante i segni che manda il vulcano. Capiscono dal suo modo di comportarsi se sarà una stagione secca o piovosa, se il momento di piantare lo yam è giunto o no, se il raccolto sarà buono o scarso e via dicendo. Inoltre, dicono i vecchi, il modo del vulcano di lanciare pietre e di emettere boati, ne rivela l’umore.

C’è voluta quasi una settimana, da quando abbiamo espresso il desiderio di andare al vulcano, a quando, attraverso Zuberi, il capo villaggio di Port Resolution, abbiamo ottenuto il permesso.

Una Montagna di fuoco - Vulcano Yasur

Una Montagna di fuoco – Vulcano Yasur

Il viaggio con il pick up dura solo un quarto d’ora, prima di arrivare a una piana di polvere nera, che ci appare dietro a una curva, dove la vegetazione improvvisamente cessa di avvolgerci. La strada sulla quale stavamo viaggiando scompare, e davanti a noi solo questa immensa distesa di velluto nero, nel mezzo della quale si alza il cono perfetto del vulcano.

La piana si estende a perdita d’occhio in tutte le direzioni, come un Sahara nero, dove delle piccole variazioni sul grigio, ne rivelano le dune.

In lontananza ci sono mucche che camminano in fila indiana, non si sa provenienti da dove e dirette dove. Più vicino alcune donne vengono nella nostra direzione con fagotti sulle spalle. Il nostro camioncino passando, lascia due scie con le ruote, ma al ritorno non ci saranno più, cancellate forse dal vento o dalla polvere di una nuova eruzione. Come se il vulcano volesse farci smarrire la strada di casa.

Dopo aver girato intorno alla montagna, il pick up si inerpica per una specie di mulattiera che si delinea tra grossi massi di pietra lavica, e dopo un’ascesa di un altro quarto d’ora, ci scarica in un pianoro dove c’è una baracca di paglia. Lì, davanti a noi, un centinaio di metri più su, c’è il cratere del vulcano Yasur. E come a darci il benvenuto un boato ci fa tremare il terreno sotto i piedi e poi una scarica di pietre nere viene scaraventata nel cielo seguita da una nuvola di fumo.

Tutto per fortuna va a cadere nella direzione opposta alla nostra, grazie all’aliseo che tira in quella direzione.

Lo Yasur è un vulcano di tipo stromboliano, che emette lapilli e pietre in continuazione, ed è il vulcano attivo più accessibile del mondo.

Infatti, scesi dal camioncino, percorriamo a piedi gli ultimi 100 metri di salita, nella polvere nera che sentiamo calda attraverso le scarpe, e arriviamo addirittura sopra il livello del cratere, nella sua parte sopravento. Sotto di noi vediamo l’enorme cratere con le due bocche eruttive. Il vulcano ha un ciclo abbastanza costante, con un ritmo di una ventina di minuti. Ogni venti minuti infatti aspira, provocando un vento di risucchio spaventoso che travolge ogni cosa, poi emette un paio di fumate scure e con un boato terrificante lancia al suo esterno dei massi infuocati seguiti da un’ulteriore nuvola bianca che avvolge tutto il mondo circostante.

La postazione dove ci troviamo è sicura, perché è sopravento rispetto alla direzione dell’aliseo che per 10 mesi all’anno soffia costante. Ma l’aliseo certi giorni fa i capricci o si affievolisce lasciando il posto ad altre brezze, ed è evidentemente questo che vogliono appurare i responsabili del vulcano prima di dare il permesso a salire.

Ma anche così, rassicurati sia dalle cognizioni meterologiche razionali, che da quelle della cabala degli anziani, ogni boato ci fa sobbalzare e ogni pietra più grossa delle altre ci sembra sempre diretta nella nostra direzione, e ogni volta, vedendola abbassarsi ci prepariamo a correre via, fino a che non sentiamo il suo tonfo attutito dalla polvere, sul terreno sotto di noi.

Con i cavalletti puntellati nel terreno per evitare che sbattano durante le inspirazioni del vulcano, scattiamo decine di foto e giriamo chilometri di filmato. Giù sulla piana si vedono passare altre persone, fino a quando la luce diminuisce e sul nero non si distingue più niente.

Ma mentre il sole comincia a calare, quasi per magia dal vulcano cominciano a uscire getti di luce infuocata. La polvere nera è tutta un fuoco d’artificio di pagliuzze rossastre e le pietre che il vulcano erutta, smettono di essere nere e diventano rosse incandescenti, e restano dello stesso colore anche quando, dopo un volo di parecchie decine di metri, vanno a cadere lungo la pendice del vulcano.

Sono queste le anime dei morti che tornano a casa!

Gen 012002
 
Un cibo antichissimo - Port Resolution

Un cibo antichissimo – Port Resolution

La festa con il lap lap, oggi a Port Resolution c’è una festa per presentare al villaggio un bambino nato un mese fa. Alle Vanuatu ogni momento della vita di una persona: la nascita, la presentazione al villaggio, la circoncisione, la pubertà, la partenza, il matrimonio, il ritorno e si potrebbe continuare ancora, è segnato da una festa, speciale e  diversa, l’una dall’altra. Il cibo che sancisce queste feste è però uno solo: il lap lap, il piatto tradizionale per eccellenza delle isole. Forse chiamarlo piatto è un po’ pretenzioso, si tratta comunque, per gli isolani di una delle maggiori leccornie.

La preparazione del lap lap richiede molto tempo. Le donne del villaggio si radunano poco dopo il sorgere del sole per cominciare il lungo procedimento. Con la scusa di imparare, ma anche di fare un po’ di riprese, anche noi all’alba siamo già a terra, con Naomi che ci fa da guida e ci spiega le varie fasi della lavorazione.

Per prima cosa si sbucciano una montagna di yam, cassawa, patate dolci e banane. Mano a mano che sono sbucciate vengono portate in una capanna dove una decina di donne è addetta a grattugiarle. Detto così potrebbe sembrare banale, ma la cosa è molto più sofisticata. Infatti, per ogni tipo di radice, si usa una grattugia diversa. Lo yam e la cassawa, più duri, sono grattugiate con grattugie fabbricate con pezzi di lamiera forata e ritorta e poi montata su telai di legno. La parte ritorta della lamiera è più o meno lunga a seconda che si tratti di cassawa, più coriacea o di yam, più tenero. Le patate dolci vengono invece passate sulla parte centrale delle foglie di palma che si trovano alla base delle noci in cima ai cocchi. Infine per le banane, le più tenere di tutte, si usano due radici aeree della felce arborea, piene di piccoli spunzoni, messe a forma di V lungo le quali di raschiano i frutti.

Provo a cimentarmi con un po’ di grattugie, con Naomi continua a dirmi di stare attenta. Mi sembra una precauzione inutile, fino a che non vedo fino a che minimi termini lei grattugia il suo pezzo di cassawa rispetto a me e quando tento di imitarla cozzo contro i pezzi acuminati di lamiera.

Meglio lasciar stare e uscire per fare un po’ di foto. Curioso nei dintorni e mi imbatto in donne che vanno e vengono dalla foresta portando fasci di foglie di banano, che privano della nervatura centrale e dispongono sul prato. Altre donne invece sono intente a ricavare delle specie di stringhe o legacci dalle radici del pandano.

In un luogo un po’ in disparte gli uomini hanno preparato una pira di legno, sopra la quale accatastano una montagna di piccoli massi di corallo, poi ricoprono con rami di palma e danno fuoco al tutto. Lingue di fuoco si sprigionano dalla catasta e si propagano alle foglie di palma, avvolgendo tutta la pira nel fumo grigio.

Una volta acceso il fuoco gli stessi uomini si mettono a grattare una montagna di noci di cocco tagliate a metà e poi strizzano la poltiglia ottenuta e ne ricavano il latte di cocco bianco e cremoso.

Mi aggiro tra la gente per fare qualche foto, calpestando bucce di banana e inciampando in gusci di cocco e galline razzolanti e travolgendo bambini minuscoli che si disputano con i polli le bucce di banana e gli scarti.del cocco. D’improvviso arriva un urlo disumano. Non riesco a capire subito, ma poi vedo il maiale nero, che fino a poco prima era in un angolo dietro una capanna con le zampe legate,  immobile su un letto di foglie di palma. E’ stato abbattuto con il metodo tradizionale, custom come mi dice Naomi: un colpo di mazza sulla testa, un urlo che sembra umano, poi un’altra botta, qualche lamento e tutto è finito e non una goccia di sangue è andata persa!

Non ho il tempo di dispiacermi per il maiale né di schifarmi perché Naomi mi chiama. E’ arrivato il momento di iniziare a preparare i lap lap.

Un cibo antichissimo - Port Resolution

Un cibo antichissimo – Port Resolution

Le pappette ricavate dalle varie radici grattugiate, mischiate con il latte di cocco sono portate all’aperto in catini di latta. Le donne ne prendono a manate e le dispongono sulle foglie di banana, formando dei perfetti rettangoli. Poi sopra queste schiacciate si mettono dei pezzettini minuscoli di carne  oppure delle foglie non meglio identificate. Su quelle fatte con la polpa di banana non si mette niente, si useranno come dolci. E in nostro onore Naomi confeziona anche un piccolo lap lap dove, oltre ai pezzetti di carne cosparge anche del sale. Quando le farciture sono pronte, le foglie di banano vengono ripiegate formando così dei pacchetti perfettamente verdi e piatti che si chiudono con le stringhe ricavate dalle radici del pandano.

“Ecco abbiamo finito, ora dobbiamo solo cuocerlo”

Solo cuocerlo vuol dire che quando nella pira la legna si è esaurita del tutto, i sassi arroventati vanno spianati con l’aiuto di bastoni. Su quelli centrali si portano i lap lap appena confezionati, che poi vanno ricoperti con altri sassi. La gestione del fuoco fino a questo momento era spettata agli uomini, ma ora prendono il sopravvento le donne, che aiutandosi con le scorze delle noci di cocco spostano i massi incandescenti e li piazzano sopra e sotto i lap lap. Poi, una volta ricoperti i lap lap, sopra le pietre si adagiano i pezzi di maiale macellati, poi uno strato di foglie di banana, poi una montagna di tuberi spellati, e ancora foglie di banana, vecchie foglie di palma intrecciate, dei sacchi e infine si ricopre tutto con la terra. Ora il cibo si cuocerà grazie al calore dei sassi, che resterà per lungo tempo imprigionato all’interno di quella specie di forno primitivo.

Ci vuole tutto il giorno prima che il cibo sia pronto e durante questo tempo nessuno, tranne qualche bambino, mangia alcunché. Quando è quasi il tramonto gli uomini cominciano a scoperchiare piano piano la catasta che manda ancora qualche timida nuvoletta di fumo. Si tolgono i pezzi di maiale, i tuberi e finalmente appaiono i pacchetti di foglie di banana con all’interno i tanto attesi lap lap. Le foglie sono oramai marroni e carbonizzate, ma una volta aperte il cibo all’interno sembra sodo e sugoso. Le donne dispongono queste specie di torte su foglie di banano fresche e cominciano a tagliarle in pezzi. Si deve distribuire qualcosa a tutti: per prime ci sono le levatrici che hanno fatto nascere il bambino, poi le donne che hanno aiutato a preparare, poi i parenti, i padrini del bambino, via via fino all’ultima delle 123 anime che abitano a Port Resolution.

E noi naturalmente che siamo gli ospiti di riguardo, abbiamo il nostro lap lap personale, quello che Naomi si è preoccupata di insaporire con il sale. L’aspetto è invitante, una specie di budino, con una crosticina dorata e croccante tutta intorno. E il gusto? Bhe quello e tutta un’altra cosa!

Gen 012002
 
Dugongo - Ambrin

Dugongo – Ambrin

La spiaggia di Ambrin non cessa di riservarci sorprese! Dopo le pozze calde, la caccia al maiale selvatico, la raccolta delle uova di megapode, oggi la sorpresa viene dal mare!

Stavamo nuotando con la maschera intorno alla barca in cerca di qualcosa da fotografare. L’acqua è limpidissima tanto da poter distinguere le pietruzze che compongono il fondo nero a 5 metri di profondità.

All’improvviso alla mia sinistra ho scorto una macchia bianca, una cosa che stava scendendo dalla superficie ed è arrivata giù giù fino a distendersi sul fondale e incominciare a sondarlo lentamente con la punta del naso.

Un dugongo!!

Da quando siamo partiti dall’Italia abbiamo sempre cercato di incontrarne uno: in Mar Rosso, lungo la costa dell’Africa, in Tailandia, in Indonesia. C’era sempre qualcuno che ci diceva che si che ne aveva visti, che se ne vedevano spesso. Ma noi mai. Addirittura in Papua Nuova Guinea sulle bancarelle del mercato vendevano grasso di dugongo (o per lo meno così avevamo capito) ma mai una volta che ci fosse capitato di vederne uno, anche da lontano, quando vengono in superficie a respirare.

Il dugongo è un mammifero marino, della famiglia delle Sirenidi e viene anche chiamato vacca di mare o lamantino.

Sapevamo che alle Vanuatu ce ne erano. Addirittura a Port Resolution ce ne era uno stanziale nella baia, che gli abitanti del villaggio chiamavano da riva battendo le mani sull’acqua. Ma era morto qualche anno prima, e a noi era toccata solo la visione delle sue ossa composte in una specie di tomba sulla spiaggia!

Ma qui, invece lo abbiamo a pochi metri, inaspettatamente, all’improvviso.

Dugongo - Ambrin

Dugongo – Ambrin

Piano piano nuotiamo nella sua direzione, muovendo pochissimo le pinne, fino ad arrivare esattamente sopra di lui. Ha una specie di proboscide sulla parte anteriore del muso con la quale sembra annusi il terreno, ma evidentemente bruca le piccole alghe che sono sul fondo inframmezzate ai ciottoli neri. Va avanti così per un po’ con due pesci pilota che gli stanno appiccicati ai fianchi e che si muovono all’unisono con il suo corpaccione lungo più di tre metri, nel quale gli anelli di grasso sono sottolineati dai movimenti dell’acqua.

Avanza sul nero di pochi centimetri per volta, provocando delle piccole nuvole di polvere ai lati della sua proboscide. Poi all’improvviso si da una spinta, si solleva in verticale e viene su, verso di noi, fino a incontrare la superficie dell’acqua e respirare. Dà un paio di boccate, con piccoli spruzzi, come un delfino. Restiamo immobili e indecisi sul da farsi, non osiamo nemmeno scattare una foto nel timore che il clik riveli la nostra presenza, o lo faccia spaventare. Tra l’altro affiora nella nostra mente un monito che ci aveva dato un pescatore a Port Rsolution:

“State attenti se vedete un dugongo in mare, perché combattono a testate” Ma non ci viene proprio di aver paura di quel ciccione con la ciccia un po’ tremolante, che dopo aver preso aria ed essere rimasto per poco in superficie prende nuovamente a scendere verso il fondo.

Di noi pare non essersi nemmeno accorto, forse siamo controluce, forse è cieco. Forse non gli importa assolutamente di noi!

Ci immergiamo ripetutamente per filmarlo e fotografarlo. Lui è sempre lì a brucare, con i pesci pilota al suo fianco, incurante di quello che gli succede intorno. Evidentemente questa è l’ora del pasto, e niente e nessuno gliela può guastare. Ogni tanto sale, prende aria e ridiscende spostandosi solo di pochi metri dal luogo iniziale.

Quando abbiamo filmato e fotografato tutto quello che c’era da riprendere, e dopo che abbiamo preso confidenza con quella forma chiara che tanto contrasta con la sabbia vulcanica del fondo, decido che è il momento di diventare più intimi. Così, mi porto sopra di lui e piano piano scendo sul fondo, fino ad arrivargli accanto e vedere nitidamente le alghe che spariscono nella sua proboscide. Poi allungo la mano e gli do una carezza. Tocco una massa vellutata, tremolante, come se fosse tutta piena d’acqua. Lui si irrigidisce e fa un impercettibile scarto. Impaurita torno subito su, in tempo per vederlo girare, guardarsi in torno e poi allontanarsi nuotando sul fondo a una velocità sorprendente e inaspettata per la sua massa. Cerchiamo di seguirlo, ma quasi subito perdiamo di vista la sua sagoma bianca e il fondo sotto di noi torna un’unica distesa di nero.

Gen 012002
 
Port Resolution - Port Resolution

Port Resolution – Port Resolution

Port Resolution, quest’unica insenatura in tutta la costa di Tana deve il suo nome alla nave del Capitano Cook, che per primo ancorò qui nel 1774.

E anche noi, come lui, gettiamo l’ancora in questa stretta caletta, tutta fasciata di verde e dominata sulla destra dalla vetta del vulcano Yasur. In verità non si vede proprio la cima del vulcano, ma la nuvola di polvere nera che erutta in continuazione. Buon per noi che il vento la porta dalla parte opposta!

Scendiamo a terra e lasciamo il gommone su una spiaggia nera come il carbone e ci arrampichiamo per una specie di sentiero tra le radici di alberi enormi. Dopo poco arriviamo in un prato verdissimo, a sbalzo sull’acqua sottostante una decina di metri e tutto incorniciato di capanne di paglia elegantissime. Non c’è anima viva. Al centro una specie di tettoia, sotto la quale ci sono tavolacci di legno con le panche e una serie di bandiere diverse. Sul fondo una bacheca con la scritta: Port Resolution Yacht Club. Questa poi!

La vista sulla baia, sul vulcano di fronte e su tutta la spiaggia nera con il verde alle spalle è meravigliosa, ma non riusciamo assolutamente a capire dove sia la gente.

Ma mentre ci stiamo ancora riprendendo dalla sorpresa della scritta Yacht Club, arriva un ragazzotto magro con le spalle però da giocatore di Rugby.

“Benvenuti a Port Resolution, io sono Willy, il commodoro dello Yacht Club”

Willy, come tutti gli abitanti delle Vanuatu, un tempo condominio franco-britannico, sa parlare sia inglese che francese. Ci spiega che Yacht Club è il nome dato a quel luogo, che non è altro che un piccolo albergo dove alle volte si ferma qualche turista un po’ intraprendente che viene fino a Tanna per vedere il vulcano Yasur.

“Quando c’è qualche ospite una donna del villaggio si occupa di cucinare e se anche voi volete mangiare qua basta dirglielo”

Per ora la cosa non ci interessa, ma vorremmo invece sapere dove è il villaggio. Willy ci fa strada lungo un largo sentiero all’ombra di alberi di mango. Il fondo della strada è ripulita dalle foglie e sui lati ci sono cespugli di fiori color carnicino a forma di campanule che sprigionano un odore dolcissimo. Camminiamo per un po’, fino a quando alla nostra destra non appare un edificio bianco con il tetto di lamiera rosso.

“Questa è la scuola, il villaggio è subito dietro”

Infatti dopo un po’ cominciamo a scorgere capanne costruite con legno e paglia e con il tetto di foglie di palma intrecciate. Ci sono alberi e cespugli di fiori, frotte di bambini seminudi, maialini che razzolano e donne che chiacchierano e ridono tra loro sedute per terra fuori dalle capanne.

Port Resolution - Port Resolution

Port Resolution – Port Resolution

Il villaggio è disposto a corona, intorno a un grosso spiazzo centrale ricoperto di erba, dove i ragazzi stanno giocando a pallone e le ragazze più discoste giocano a pallavolo. Siamo nel tardo pomeriggio, il giorno sta volgendo al termine e tutti si rilassano un po’ prima della cena. C’è un’atmosfera che comunica un gran senso di pace e di serenità. Avrei voglia di sedermi fuori da una di quelle capanne e mettermi a chiacchierare con quelle donne che intrecciano ceste e lavano i bambini piccoli nelle tinozze di alluminio.

Willy si dirige verso un gruppo di capanne e lì conosciamo il capo: Zuberi. E’ un ragazzo giovane, più giovane di Willy, avrà forse 25 anni.

Ci spiega che è capo da poco, suo padre è morto da pochi mesi e i vecchi del villaggio hanno scelto lui tra tutti i suoi fratelli per sostituirlo.

“Io ero alla capitale a studiare all’università, e sono tornato per prendermi cura della mia gente”

Mentre lui parla, nelle capanne vicine le donne della sua famiglia, le sorelle e le cognate, stanno badando a stuoli di bambini con il moccio al naso e con i denti bianchissimi. Sono tutti eccitati dalla nostra presenza e non appena possono, ci si affollano intorno, ripetendo la solita cantilena:

“Hallo, how are you, what is your name”

Mi siedo vicino a tre ragazze: Noemi, Marion e Caroline, che stanno intrecciando delle stuoie.

Un’altra sta grattando del cocco seduta su uno sgabello di legno che termina su un pezzo di ferro acuminato e un’altra ancora mi regala una papaia.

“Se ti piace te ne do anche domani, qui ce ne sono tante. Se vuoi qualcos’altro abbiamo patate dolci, manioca, poi nel giardino abbiamo anche altre cose, se vuoi vieni con noi quando ci andiamo, domani o magari dopodomani. Quanto tempo vi fermate?”

Non sappiamo ancora quanto fermarci, siamo appena arrivati e non abbiamo assolutamente pensato ancora a un programma, ma certo Tana promette tante cose interessanti, il vulcano per esempio.

E poi questo villaggio è un piccolo paradiso e ci si sta benissimo.

Dopo un po’ passa un gruppo di uomini che si stanno dirigendo, ci dice Willy, nel nakamal, un luogo riservato alla parte maschile del villaggio dove la sera ci si ritrova per bere la kava. Una bevanda con un leggero effetto soporifero che viene bevuta in tutto il Pacifico.

“Però qui a Tana la kava è tabù per le donne” si affretta ad aggiungere Willy

“Non ti preoccupare” mi dice subito Caroline” vedrai tra qualche giorno inviteranno anche Carlo ad andare con loro, così tu stai qua e ti facciamo compagnia noi”

Penso proprio che ci fermeremo per un bel po’.