Gen 012003
 

“Noi siamo Jon Frum, da 50 anni stiamo aspettando che lui ritorni. Sono tanti 50 anni? Voi il vostro Messia lo avete aspettato molto di più. ”

In questi termini disarmanti Gedeon, il vecchio pastore dal barbone bianco ci espone il credo: suo, del villaggio e di quasi tutta l’isola di Tanna. Essere Jon Frum vuol dire fare parte di un movimento religioso nato qui alle Vanuatu quando gli americani arrivarono durante la seconda guerra mondiale, sconvolgendo non poco la vita degli isolani. Alcune città sorsero dal nulla come basi per i soldati, gli indigeni si spostarono, chi di propria volontà chi un po’ meno, da un’isola all’altra per fornire manovalanza agli americani, ma soprattutto, per la prima volta, gli abitanti delle Vanuatu videro aerei, auto, carri armati e tutto quelle incredibili meraviglie connesse con la civiltà venuta da lontano.

Ma quello che scoprirono fu anche un mondo, quello degli americani, dove bianchi e negri sembravano avere gli stessi diritti e venivano trattati nello stesso modo.

“Fino a quel momento noi avevamo subito ogni tipo di privazione e di sopruso da parte dei missionari e dei colonizzatori e un mondo in cui i bianchi avevano tutto e i negri non avevano nulla ci sembrava quasi naturale. Ma quei negri americani, venuti con le navi, avevano le stesse cose che avevano i bianchi. E venivano tutti trattati allo stesso modo. Fù allora che Jon Frum apparve ai nostri anziani e spiegò che per noi c’era anche la speranza di un mondo migliore.”

Nessuno conosce con certezza l’origine del movimento Jon Frum. Forse un soldato americano, che si chiamava John, in qualche occasione particolare si distinse per la sua generosità e per la sua disponibilità nei confronti dei locali e venne così idealizzato come simbolo di quella società egalitaria; fatto sta che, quando alla fine della guerra, gli americani se ne andarono, gli indigeni delle Vanuatu si disposero ad attendere il ritorno di tutto quello che avevano solo intravisto. Inventarono un credo e iniziarono a praticare un culto volto a tenere i contatti con Jon, al quale aggiunsero il cognome di Frum (forse una contrazione di from America, o lo storpiamento di Brown) e che presto o tardi, di questo sono certissimi, tornerà.

Così, tutti i venerdì notte, nei villaggi di Tanna, i seguaci di Jon Frum si riuniscono a ballare e suonare le chitarre, sotto una bandiera a stelle e strisce che garrisce sopra le loro capanne. E questa strana religione è solo una tra le tante cose incredibili che abbiamo incontrato alle Vanuatu.

Sapevamo che le Vanuatu sono uno dei posti più selvaggi e più interessanti dell’oceano Pacifico. Avevamo sentito raccontare di villaggi, sulle montagne, ancora isolati, avevamo letto di strane religioni, di vulcani attivi e infuriati, di giungle impenetrabili, ma per anni le avevamo evitate perché sono uno dei posti al mondo più infestati dalla malaria. Poi, un giorno, ha prevalso la curiosità. Ci siamo procurati tanto tulle per mettere le zanzariere agli oblò della barca, abbiamo fatto scorta di medicinali per curare la malattia e abbiamo alzato le vele per lasciare l’Australia con la prua diretta a Est.

La distanza tra le Vanuatu e l’Australia è enorme, oltre 1000 miglia e per coprirla ci vogliono dagli 8 ai 10 giorni di navigazione ininterrotta. Noi troviamo vento contrario e tempo cattivo, e solo dopo 14 giorni e 14 notti passati a combattere contro il mare infuriato, scorgiamo la sagoma scura di Tanna che interrompe la striscia uniforme dell’orizzonte e a quel punto non è più solo l’avvistamento della terra, ma è come una promessa di pace e di quiete, di quel calore che a volte solo la terra sa dare.

Ci avviciniamo piano, in cerca di quella indentazione nella costa che dovrebbe contenere Lenakel, il porto principale dell’isola. A tre miglia da terra, però, siamo ancora sballottati da onde enormi, nè più nè meno che in mare aperto, mentre la riva alta e scura non lascia intravedere nessun segno umano. Ci consumiamo gli occhi a scrutare, ma davanti a noi ci sono solo montagne, alberi e giungla. Solo quando siamo a poche centinaia di metri da terra, scorgiamo un molo diroccato, e una cinquantina di case in muratura annidate in una nicchia tra le colline. Lenakel, la capitale dell’Isola e del distretto meridionale delle Vanuatu, è tutta lì, in quelle 50 case dall’aspetto dimesso. Noi dovremmo fermarci e scendere per le pratiche doganali e per timbrare i passaporti, ma il molo è avvolto da frangenti poderosi e tutta la costa sia a nord che a sud è battuta da cavalloni enormi. Non possiamo far altro che raccogliere le ultime energie, issare le vele e cominciare a circumnavigare Tanna, in cerca di un ridosso qualunque per poterci fermare.

Le 13 isole che formano l’arcipelago delle Vanuatu sono tutte così. Montagne selvagge e scure che si buttano a picco in un mare difficile e senza ridossi, cime incappucciate dal vapore, nere spiagge vulcaniche, alberi che scendono compatti fino al confine tra la terra e le onde. Se si fa eccezione per la capitale, Port Villa e per un paio di paesotti nelle isole più settentrionali, qui non sono ancora nate le città, non ci sono porti e gli abitanti vivono sparpagliati, dentro case di foglie, in villaggetti nascosti dalla giungla.

Fu James Cook, nel corso del suo secondo viaggio di esplorazione del Pacifico, ad avvistare per primo l’isola di Tanna nel 1774. Anche lui, come noi, rinunciò ad attraccare sulla costa occidentale, fece il giro dell’isola e scoprì dall’altra parte una bella baia riparata. Entrò e la chiamò Port Resolution, con il nome della sua nave, e battezzò l’arcipelago Nuove Ebridi, perché con il loro aspetto cupo ricordavano quelle terre fredde al largo della Scozia. Il giorno dopo l’avvistamento di Lenakel e poco meno di tre secoli dopo Cook anche noi buttiamo l’ancora a Port Resolution.

I suoi resoconti parlano di una grande ansa, con spiagge nere, alberi con molti tronchi e sorgenti d’acqua bollente. Quel che vediamo noi è uno specchio di acqua immobile che lambisce spiagge di sabbia scurissime, una foresta con enormi baniani (erano quelli gli alberi dai molti tronchi) che arriva fino al mare e una serie di ruscelli fumanti che si gettano in acqua dalla riva adiacente il vulcano Yasur. Scendiamo a terra e scopriamo che la baia è disabitata. Ci sono dei sentieri però, che sembrano abbastanza battuti e li seguiamo fin dentro la foresta e poi verso il pianoro sovrastante. Dopo dieci minuti sbuchiamo in uno spiazzo verdissimo, circondato da un cerchio di capanne costruite con tronchi e frasche, con le noci di cocco ammonticchiate davanti agli ingressi e cespugli fioriti piantati tutto attorno. Non c’è nulla che sia metallo o plastica, non c’è sporcizia, non ci sono rifiuti e le sole macchie nel verde del tappeto erboso, sono i fiori caduti dagli alberi.

Gli abitanti sono tutti lì ad attenderci. Ci hanno visti arrivare da lontano e invece che venire ad accalcarsi sulla spiaggia, hanno deciso di aspettarci nel villaggio.

“Volete vedere il vulcano?” sono le prime parole che ci rivolgono.

Il vulcano Yasur per gli abitanti di Tanna è una specie di Dio. Secondo la leggenda è verso di lui che si incamminano gli spiriti delle persone appena trapassate e le pietre infuocate che escono dal suo cratere sono le spie del suo umore mutevole. Se fossimo in Italia o in Europa l’ascesa a un vulcano come questo, sempre attivo ed estremamente imprevedibile, sarebbe vietata o comunque regolamentata da sbarramenti e transenne. Qui non ci sono leggi, al di là dei tabù del villaggio, e possiamo arrivare in alto, sopra il cratere, a poche decine di metri dalle bocche eruttive, fino a vedere il magma fumare sotto di noi.

All’improvviso siamo investiti da una raffica violenta, che arriva da dietro e spinge verso il cratere: è il vulcano che inspira aria per rilasciarla subito sotto forma di una nuvola bianca di vapore acqueo. Poi una nube nera e un’esplosione spaventosa seguita dal lancio di pietre infuocate, che dopo un volo di qualche centinaio di metri vengono a cadere con un tonfo sulle pendici del cratere. E’ il ciclo del vulcano Yasur, un ciclo che si ripete in continuazione, da secoli, con un intervallo di 15-20 minuti. Quando il sole tramonta lo spettacolo è ancora più suggestivo. Le pietre incandescenti si alzano nel cielo simili a rosse meteore e sembrano volerci cadere addosso.

“Il vento porta le pietre dall’altro lato, non dovete aver paura ” La nostra guida è tranquilla, capisce, non si sa da quale segnale, che oggi lo spirito del vulcano è bonario. I botti però sono spaventosi ed è pura fede quella che ci impedisce di correre a gambe levate lungo la china del cratere, quando volano i massi infuocati.

Dall’altra parte del vulcano, sul lato sud ovest di Tanna, si trova il villaggio di Yakel. Qui gli abitanti si vestono ancora con le fibre vegetali: le donne hanno gonne gonfie e sovrapposte confezionate con foglie di pandano fatte seccare e tagliate a striscioline, gli uomini portano il namba, il tradizionale cappuccio penico, fatto con lo stesso materiale e che, al di là di una spanna intorno all’inguine, lascia scoperti interamente i loro corpi massicci. I pochi turisti che arrivano fino a Tanna per ammirare le esplosioni dello Yasur, vanno anche a Yakel, a vedere questi ultimi rappresentanti di una cultura ormai scomparsa. Vengono ricevuti nel nakamal, lo spiazzo delle cerimonie, un fondo in terra battuta circondato da baniani giganti, che si trova al margine del villaggio. Quando i ragazzini avvistano dall’alto il fuoristrada con i turisti, danno l’allarme battendo su un totem di legno che risuona come un tamburo e a quel segnale tutto il villaggio si mette in moto. Così gli ospiti, arrivando, trovano un comitato d’accoglienza composto da uomini, donne e bambini vestiti pressochè di nulla che cominciano a cantare, a saltare, a battere i piedi al ritmo di una nenia antica. Finita la danza gli abitanti di Yakel si mettono in posa per le foto, vendono qualche sgangherato oggetto d’artigianato e riscuotono il prezzo ufficiale della visita, circa 10 Euro. Dopodichè i turisti se ne vanno e l’incontro tra questi due mondi così lontani non dura mai più di mezzora.

Noi, però, decidiamo di restare. Vogliamo capire meglio. Capire ad esempio se questo fatto di indossare il namba sia una trovata per incrementare le entrate del villaggio o se davvero ci troviamo testimoni di una tradizione scampata ai massacri del tempo e dei missionari. Entriamo nel villaggio, chiediamo di poter fare delle riprese, cerchiamo, a gesti, di parlare con le donne, con i giovani, giochiamo con i bambini. Torniamo il giorno successivo e quello dopo ancora. Assistiamo all’arrivo di altri turisti, ad altre danze e scopriamo che la verità sta nel mezzo. Ci sono uomini e donne che abitano a qualche centinaio di metri da Yakel e che al suono del richiamo gettano magliette e pantaloni per correre a vestirsi come un tempo e a interpretare la parte dei selvaggi. Al termine dello show, quando gli ospiti scompaiono dietro la prima curva, il denaro viene ripartito tra tutti quelli che hanno partecipato.

Ma c’è uno sparuto gruppo di persone, che ancora oggi, nella vita di tutti i giorni, segue le antiche usanze dell’isola. Si vestono di foglie, si curano con la medicina tradizionale, non mandano i figli a scuola e rispettano rigorosamente i tabù della tradizione. Il loro capo è un vecchietto raggrinzito: si chiama Kawia. La barba e i capelli bianchi, in bocca pochi denti, Kakwia ha 102 anni, o almeno così crede. Certamente quando è nato non esisteva un’anagrafe. Siede sull’erba in mezzo a un gruppetto di uomini dai corpi muscolosi, la pelle lucente, i sorrisi bianchissimi. La pelle del vecchio invece è una pergamena sottile che a malapena gli copre le ossa e nel cordone di paglia che gli circonda la vita e che sorregge il samba, sono infilati una vecchia pipa e un coltello. Con l’aiuto di un giovane che parla un po’ di inglese, si informa su chi siamo, da dove veniamo, come mai ci interessa così tanto il suo villaggio. Poi ci racconta di quando era giovane, di quando suo padre cacciava ancora il nemico, di quando i missionari non avevano ancora imposto ai nativi di cambiare le loro regole di vita. In altre parole, ci racconta di quando gli esseri umani si mangiavano a vicenda. Gli chiediamo se fosse meglio prima o adesso, risponde che non c’è un meglio o un peggio, è solo diverso.

“Io mi sono sempre curato con le medicine tradizionali preparate dai vecchi. Non sono mai andato a scuola, ma so tante cose che mi sono state tramandate. Ho avuto tanti figli e tanti nipoti. Ho anche lavorato con gli americani quando sono venuti per fare la guerra, ma poi sono tornato qui a Tanna, nel mio villaggio, perché solo qui si vive ancora come un tempo.

Mentre nel suo dialetto incomprensibile parla con noi, il vecchio si accende la pipa con un tizzone preso dal fuoco che gli uomini più giovani gli hanno acceso vicino. Jakel è annidata tra le colline più alte, piove spesso, l’aria è umida e la temperatura non è poi così alta. E lo strato di pelle trasparente che gli ricopre le ossa, è un riparo ben misero per il suo corpo rattrappito.

Quando viene il momento di partire il vecchio vuole farci assistere a un’ultima danza.

“Di buon auspicio per voi”, ci spiega.

Ttutti i maschi del villaggio si sono radunati per noi. Tutti indossano il namba con la frangetta di paglia che scende sul davanti. Cominciano a cantare e a muoversi all’unisono, ballando qualche cosa che non abbiamo mai visto prima, con un ritmo e una potenza nuovi, che non c’erano nei balli riservati ai turisti. Mimano scene di vita quotidiana, scene di caccia, duelli fra animali, battono con forza i piedi sul terreno fangoso e la terra trema sotto di noi. Certe figure della danza richiedono lo spostamento all’unisono dell’intero plotone e il boato delle voci, unito al battere dei piedi sul terreno, ricorda il rumore del vulcano lontano.

Gen 012002
 
L'ultimo villaggio - Yakel

L’ultimo villaggio – Yakel

I bambini che ci corrono incontro quando scendiamo dal pick up che da più di due ore ci sta sballottando sulle sue panche di legno, sono tutti nudi. E fino a qui non c’è n  ente di strano. Ma quando ci prendono per mano e ci trascinano dai loro padri che sono seduti ai piedi di un enorme bagnano, ci accorgiamo che anche loro sono nudi. E questo è un po’ meno normale.

Quasi improvvisamente dopo l’ennesima curva nella boscaglia, ci siamo ritrovati nel villaggio di Yakel. L’unico qui sull’isola di Tana, e in tutte le Vanuatu, dove si vive ancora seguendo i dettami dell’antica tradizione. Si segue quello che viene chiamato il custum, cioè le usanze e le regole di vita che vigevano sulle isole prima dell’arrivo dei bianchi.

La gente di Yakel non manda i bambini a scuola, si cura esclusivamente con la medicina tradizionale fatta di erbe e di decotti, si ciba solo di cibi che si può procurare da sola e usa dei semplici vestiti di paglia: per le donne delle gonne lunghe fino ai piedi e per gli uomini il namba, il tradizionale cappuccio penico, fatto con lo stesso materiale e che, al di là di una piccola porzione, una spanna sotto l’ombelico, lascia scoperti interamente i loro corpi massicci.

I pochi turisti che arrivano fino a Tanna per ammirare le esplosioni dello Yasur, vanno anche a Yakel, a vedere questi ultimi rappresentanti di una cultura ormai scomparsa.

Vengono ricevuti nel nakamal, lo spiazzo delle cerimonie, un fondo in terra battuta circondato da baniani giganti, che si trova al margine del villaggio. Quando i ragazzini avvistano dall’alto il fuoristrada con i turisti, danno l’allarme battendo su un totem di legno che risuona come un tamburo e a quel segnale tutto il villaggio si mette in moto. Così gli ospiti, arrivando, trovano un comitato d’accoglienza composto da uomini, donne e bambini vestiti pressochè di nulla che cominciano a cantare, a saltare, a battere i piedi al ritmo di una nenia antica. Finita la danza gli abitanti di Yakel si mettono in posa per le foto, vendono qualche sgangherato oggetto d’artigianato e riscuotono il prezzo ufficiale della visita, circa 10 Euro. Dopodichè i turisti se ne vanno e l’incontro tra questi due mondi così lontani non dura mai più di mezzora.

Noi, però, decidiamo di restare. Vogliamo capire meglio. Capire ad esempio se questo fatto di indossare il namba sia una trovata per incrementare le entrate del villaggio o se davvero ci troviamo testimoni di una tradizione scampata ai massacri del tempo e dei missionari. Entriamo nel villaggio, chiediamo di poter fare delle riprese, cerchiamo, a gesti, di parlare con le donne, con i giovani, giochiamo con i bambini. Torniamo il giorno successivo e quello dopo ancora. Assistiamo all’arrivo di altri turisti, ad altre danze e scopriamo che la verità sta nel mezzo. Ci sono uomini e donne che abitano a qualche centinaio di metri da Yakel e che al  suono del richiamo gettano magliette e pantaloni per correre a vestirsi come un tempo e a interpretare la parte dei selvaggi. Al termine dello show, quando gli ospiti scompaiono dietro la prima curva, il denaro viene ripartito tra tutti quelli che hanno partecipato.

Ma c’è uno sparuto gruppo di persone, che ancora oggi, nella vita di tutti i giorni, segue le antiche usanze dell’isola. Si vestono di foglie, si curano con la medicina tradizionale, non mandano i figli a scuola e rispettano rigorosamente i tabù della tradizione. Il loro capo è un vecchietto raggrinzito: si chiama Kawia. La barba e i capelli bianchi, in bocca pochi denti, Kakwia ha 102 anni, o almeno così crede. Certamente quando è nato non esisteva un’anagrafe. Siede sull’erba in mezzo a un gruppetto di uomini dai corpi muscolosi, la pelle lucente, i sorrisi bianchissimi. La pelle del vecchio invece è una pergamena sottile che a malapena gli copre le ossa e nel cordone di paglia che gli circonda la vita e che sorregge il namba, sono infilati una vecchia pipa e un coltello.

L'ultimo villaggio - Yakel

L’ultimo villaggio – Yakel

Con l’aiuto di  un giovane che parla un po’ di inglese, si informa su chi siamo, da dove veniamo, come mai ci interessa così tanto il suo villaggio. Poi ci racconta di quando era giovane, di quando suo padre cacciava ancora il nemico, di quando i missionari non avevano ancora imposto ai nativi di cambiare le loro regole di vita. In altre parole, ci racconta di quando gli esseri umani si mangiavano a vicenda. Gli chiediamo se fosse meglio prima o adesso, risponde che non c’è un meglio o un peggio, è solo diverso.

“Io mi sono sempre curato con le medicine tradizionali preparate dai vecchi. Non sono mai andato a scuola, ma so tante cose che mi sono state tramandate. Ho avuto tanti figli e tanti nipoti. Ho anche lavorato con gli americani quando sono venuti per fare la guerra, ma poi sono tornato qui a Tanna, nel mio villaggio, perché solo qui si vive ancora come un tempo.

Mentre nel suo dialetto incomprensibile parla con noi, il vecchio si accende la pipa con un tizzone preso dal fuoco che gli uomini più giovani gli hanno acceso vicino. Jakel è annidata tra le colline più alte, piove spesso, l’aria è umida e la temperatura non è poi così alta. E lo strato di pelle trasparente che gli ricopre le ossa, è un riparo ben misero per il suo corpo rattrappito.

Quando viene il momento di partire il vecchio vuole farci assistere a un’ultima danza.

“Di buon auspicio per voi”,   ci spiega.

Ci  conducono in un nakamal che non abbiamo mai visto e lì troviamo tutti i maschi del villaggio, un’ottantina, dai bambini di sette anni, ai vecchi dall’età indefinibile, che si sono radunati per noi. Tutti  indossano il namba,  alcuni hanno ornamenti di paglia intorno al capo, alla vita, o intorno al tronco.

Cominciano a cantare e a muoversi all’unisono, ballando qualche cosa che non abbiamo mai visto prima, con un ritmo e una potenza nuovi, che non c’erano mai stati nei balli riservati ai turisti. Mimano scene di vita quotidiana, scene di caccia, duelli fra animali, battono con forza i piedi sul terreno fangoso e la terra trema sotto di noi. Certe figure della danza richiedono lo spostamento all’unisono dell’intero plotone e il boato delle voci, unito al battere dei piedi sul terreno, ricorda il rumore del vulcano lontano.

Gen 012002
 
Port Resolution - Port Resolution

Port Resolution – Port Resolution

Port Resolution, quest’unica insenatura in tutta la costa di Tana deve il suo nome alla nave del Capitano Cook, che per primo ancorò qui nel 1774.

E anche noi, come lui, gettiamo l’ancora in questa stretta caletta, tutta fasciata di verde e dominata sulla destra dalla vetta del vulcano Yasur. In verità non si vede proprio la cima del vulcano, ma la nuvola di polvere nera che erutta in continuazione. Buon per noi che il vento la porta dalla parte opposta!

Scendiamo a terra e lasciamo il gommone su una spiaggia nera come il carbone e ci arrampichiamo per una specie di sentiero tra le radici di alberi enormi. Dopo poco arriviamo in un prato verdissimo, a sbalzo sull’acqua sottostante una decina di metri e tutto incorniciato di capanne di paglia elegantissime. Non c’è anima viva. Al centro una specie di tettoia, sotto la quale ci sono tavolacci di legno con le panche e una serie di bandiere diverse. Sul fondo una bacheca con la scritta: Port Resolution Yacht Club. Questa poi!

La vista sulla baia, sul vulcano di fronte e su tutta la spiaggia nera con il verde alle spalle è meravigliosa, ma non riusciamo assolutamente a capire dove sia la gente.

Ma mentre ci stiamo ancora riprendendo dalla sorpresa della scritta Yacht Club, arriva un ragazzotto magro con le spalle però da giocatore di Rugby.

“Benvenuti a Port Resolution, io sono Willy, il commodoro dello Yacht Club”

Willy, come tutti gli abitanti delle Vanuatu, un tempo condominio franco-britannico, sa parlare sia inglese che francese. Ci spiega che Yacht Club è il nome dato a quel luogo, che non è altro che un piccolo albergo dove alle volte si ferma qualche turista un po’ intraprendente che viene fino a Tanna per vedere il vulcano Yasur.

“Quando c’è qualche ospite una donna del villaggio si occupa di cucinare e se anche voi volete mangiare qua basta dirglielo”

Per ora la cosa non ci interessa, ma vorremmo invece sapere dove è il villaggio. Willy ci fa strada lungo un largo sentiero all’ombra di alberi di mango. Il fondo della strada è ripulita dalle foglie e sui lati ci sono cespugli di fiori color carnicino a forma di campanule che sprigionano un odore dolcissimo. Camminiamo per un po’, fino a quando alla nostra destra non appare un edificio bianco con il tetto di lamiera rosso.

“Questa è la scuola, il villaggio è subito dietro”

Infatti dopo un po’ cominciamo a scorgere capanne costruite con legno e paglia e con il tetto di foglie di palma intrecciate. Ci sono alberi e cespugli di fiori, frotte di bambini seminudi, maialini che razzolano e donne che chiacchierano e ridono tra loro sedute per terra fuori dalle capanne.

Port Resolution - Port Resolution

Port Resolution – Port Resolution

Il villaggio è disposto a corona, intorno a un grosso spiazzo centrale ricoperto di erba, dove i ragazzi stanno giocando a pallone e le ragazze più discoste giocano a pallavolo. Siamo nel tardo pomeriggio, il giorno sta volgendo al termine e tutti si rilassano un po’ prima della cena. C’è un’atmosfera che comunica un gran senso di pace e di serenità. Avrei voglia di sedermi fuori da una di quelle capanne e mettermi a chiacchierare con quelle donne che intrecciano ceste e lavano i bambini piccoli nelle tinozze di alluminio.

Willy si dirige verso un gruppo di capanne e lì conosciamo il capo: Zuberi. E’ un ragazzo giovane, più giovane di Willy, avrà forse 25 anni.

Ci spiega che è capo da poco, suo padre è morto da pochi mesi e i vecchi del villaggio hanno scelto lui tra tutti i suoi fratelli per sostituirlo.

“Io ero alla capitale a studiare all’università, e sono tornato per prendermi cura della mia gente”

Mentre lui parla, nelle capanne vicine le donne della sua famiglia, le sorelle e le cognate, stanno badando a stuoli di bambini con il moccio al naso e con i denti bianchissimi. Sono tutti eccitati dalla nostra presenza e non appena possono, ci si affollano intorno, ripetendo la solita cantilena:

“Hallo, how are you, what is your name”

Mi siedo vicino a tre ragazze: Noemi, Marion e Caroline, che stanno intrecciando delle stuoie.

Un’altra sta grattando del cocco seduta su uno sgabello di legno che termina su un pezzo di ferro acuminato e un’altra ancora mi regala una papaia.

“Se ti piace te ne do anche domani, qui ce ne sono tante. Se vuoi qualcos’altro abbiamo patate dolci, manioca, poi nel giardino abbiamo anche altre cose, se vuoi vieni con noi quando ci andiamo, domani o magari dopodomani. Quanto tempo vi fermate?”

Non sappiamo ancora quanto fermarci, siamo appena arrivati e non abbiamo assolutamente pensato ancora a un programma, ma certo Tana promette tante cose interessanti, il vulcano per esempio.

E poi questo villaggio è un piccolo paradiso e ci si sta benissimo.

Dopo un po’ passa un gruppo di uomini che si stanno dirigendo, ci dice Willy, nel nakamal, un luogo riservato alla parte maschile del villaggio dove la sera ci si ritrova per bere la kava. Una bevanda con un leggero effetto soporifero che viene bevuta in tutto il Pacifico.

“Però qui a Tana la kava è tabù per le donne” si affretta ad aggiungere Willy

“Non ti preoccupare” mi dice subito Caroline” vedrai tra qualche giorno inviteranno anche Carlo ad andare con loro, così tu stai qua e ti facciamo compagnia noi”

Penso proprio che ci fermeremo per un bel po’.

Gen 012002
 
Un rito antico - Kava

Un rito antico – Kava

Il ragazzo mastica da molti minuti. La poltiglia scura che gira nella sua bocca appare e scompare tra i denti che per contrasto sembrano bianchissimi.  Lui mastica, altri, scelgono le radici e le ripuliscono dal terriccio con rapidi colpi del macete, altri ancora sputacchiano e fanno cupi versi con la gola, mentre i vecchi non fanno nulla e si occupano tutt’al più di mantenere vivo il fuoco al centro del nakamal. Vedo tutto questo attraverso l’oculare della mia telecamera, mentre filmo da media distanza, con aria indifferente, muovendo spesso la camera senza mai indugiare troppo a lungo su una singola persona. Cerco così di apparire indifferente, di filmare come per caso, senza troppa convinzione. In realtà tengo moltissimo a queste immagini. Questo che sto filmando è un rito incredibile, antico, che un tempo era diffuso in tutto il Pacifico occidentale e che ora sopravvive solo qui, sull’isola di Tanna, la più remota delle Vanuatu meridionali.

E’ il tramonto e siamo nel nakamal, lo spiazzo sacro che sorge all’esterno di ogni villaggio. Da una parte dello spiazzo c’è un enorme baniano frondoso dai mille tronchi, più in là una capannuccia e tutto intorno la giungla fitta. Il nakamal è un luogo tabù. Le donne non possono venirci, e non possono neppure guardarlo da lontano e anche gli stranieri non potrebbero metterci piede, e tanto meno fotografare. Per me è stata fatta un’eccezione. Dopo due mesi che siamo ospiti più o meno fissi del villaggio, dopo che per settimane abbiamo filmato la vita delle famiglie, dopo che abbiamo girato insieme metà dei sentieri dell’isola e dopo che Lizzi ha curato metà dei bambini del villaggio dalle piaghe purulente provocate dal ring worm, quando ieri mi sono presentato a Willy con due fasci di kava e gli ho detto

“Tra poco partiamo, ho comperato la kava per berla assieme prima di partire”, non se la sono sentita di dirmi di no. Così eccomi qua, pronto a bere la kava, come se fossi anch’io uno della tribù.

La kava è un arbusto che cresce in tutte le isole del Pacifico. Un cespuglio basso dalle foglie grandi e carnose e con i rami nodosi. Nelle foglie e soprattutto nelle radici c’è una sostanza psicotropa che ha infiniti effetti medicinali. E’ analgesica, calmante, digestiva etante altre cose. Questo lo ha scoperto la scienza moderna da qualche decina di anni. Quel che le popolazioni del Pacifico invece hanno scoperto da molte centinaia di anni, è che se si masticano pazientemente le radici e si mette il bolo ottenuto in infusione con l’acqua, si ottiene una bevanda magica, che fa star bene chi la beve, che fa dimenticare i contrasti, le privazioni e persino la fame, e che accomuna tutti quelli che la bevono, assieme in un grande abbraccio pacificatore. Così la kava è diventata una bevanda rituale che si consuma cerimoniosamente in tutti i territori della parte occidentale dell’oceano. Alle Vanuatu l’uso della kava è forse ancora più diffuso che altrove e le cerimonie sono più intime e raccolte. Il consumo in genere è limitato agli uomini del villaggio che tutte le sere, prima del tramonto, si appartano nel nakamal a preparare la bevanda. Dato che quel che si utilizza sono le radici, prima di passare alla masticazione bisogna ripulirle dal terriccio grattandole a una a una con la lama del machete e rifinendo la pulizia con la fibra del cocco, usata a mò di spugna. La tradizione, per questa operazione, impone di non usare l’acqua così le radici non sono mai veramente pulite, ma non importa. Quando sono più o meno libere dal terriccio comincia la masticazione. Ci vogliono buoni denti per trasformare in bolo chili e chili di radici fibrose e, siccome i denti migliori appartengono agli adolescenti, che in teoria non potrebbero ancora bere la kava, la tradizione dice che i giovani, pur non essendo autorizzati a bere la cava, possono tuttavia essere ammessi nel nakamal a biascicare le radici per conto del padre, o dello zio, o di un cugino più grande. Quando tutto è stato finemente sminuzzato e la bocca è piena di bolo marroncino, si sputa su una foglia, si prendono nuove radici e si ricomincia. Nel nakamal ci sono vari gruppetti che corrispondono più o meno alle diverse famiglie, ma non necessariamente. Possono essere gruppi di amici, o di parenti in linea trasversale. All’interno di ogni gruppo il bolo di tutti viene raccolto su un’unica foglia e darà origine alla bevanda che tutti berranno. Io non so dire a che gruppo appartengo. Mi muovo a caso, tra un capannello e l’altro. Osservo quelli che grattano, quelli che puliscono, quelli che biascicano. Chissà quanti tabù infrango inconsapevolmente ogni volta che mi muovo, ma i miei ospiti mi guardano, chi più, chi meno, sorridendo. Vedo un ragazzo che nei giorni scorsi era venuto con la canoa a venderci del pesce. Ci era sembrato un po’ subnormale. Anche lui come tutti  mastica le radici e lo fa sbavando un po’ e perdendo di tanto in tanto pezzetti di bolo verdastro. Spero di non far parte del suo gruppo. Intanto arriva Stanley, uno dei figli del capo, e mi porge un pezzetto di radice molto ben pulito. Esito, solo un momento. Perchè no? Me lo caccio in bocca e comincio a masticare con aria indifferente, conscio che tutti quanti nel nakamal mi stanno tenendo d’occhio.

Un rito antico - Kava

Un rito antico – Kava

Il sapore è terribile. Non è un sapore, è un fendente alle mucose, che si contraggono e si raggrinzano sotto l’aggressione della sostanza concentrata che fuoriesce dalla radice. Boccheggio, ma non posso sputare. Continuo a masticare, solo un po’ più velocemente, ricordandomi che non devo deglutire (è uno dei tabù più importanti) e appena mi sembra che la poltiglia sia minuta a sufficienza da dimostrare la mia buona volontà, ecco, sputo sulla foglia che mi mettono davanti. Un altro pezzo? Stanley me lo porge con un sorriso bonario e sornione. No grazie, basta, e ricomincio a guardarmi in giro.

Negli altri gruppi qualcuno ha già cominciato a filtrare. Il bolo viene alloggiato nel filtro naturale formato dal tegumento a fibre incrociate dell’infruttescenza della palma, si versa sopra dell’acqua, si strizza e il contenuto scola in una mezza noce di cocco. Quando è piena si beve. Il primo a bere è un anziano. Raccoglie la sua ciotola, si porta lontano dagli altri fino al margine del nakamal e beve lentamente, dando le spalle al gruppo e guardando fisso la foresta, ma tutto d’un fiato.

Nel frattempo un’altra ciotola è riempita, e un’altro si avvia, poi una terza e così via. Mi accorgo che nessuno parla più. La luce è diminuita. La foresta sembra avvolta da una nebbiolina bluastra. Gli unici suoni sono i monconi di frasi che ognuno emette parlando verso il bosco quando ha vuotato la propria ciotola.

“Cosa dicono” chiedo a Willy sottovoce.

“Parlano con gli spiriti” risponde, guardandosi le punte dei piedi.

“E cosa dicono?”

“Chiedono le cose che vogliono. Anche tu, se vuoi puoi chiedere” e intanto mi porge una ciotola piena fino all’orlo. Metto giù la telecamera che fino a quel momento avevo continuato ad azionare. Prendo la ciotola piena fino all’orlo di un liquido chiaro e lattiginoso e mi avvio. Mi ritrovo a fissare gli alberi centenari che mi avvolgono mentre lentamente appoggio le labbra al bordo umido e ineguale della ciotola, poi ingollo, come ho visto fare a loro senza smettere mai, finchè non è vuota. Il sapore, stavolta, è meno cattivo del previsto. Amarognolo, forse acido, con un lontano sapore di liquirizia e una consistenza un po’ terrosa. Vorrei parlare anch’io con gli spiriti, ma non li vedo. Torno nel gruppo e mi metto seduto senza più filmare. Il nakamal è immerso nel silenzio. I gesti degli uomini sono come ovattati, senza più rumori.  La gente va e viene con le ciotole piene e le ciotole vuote, il fumo del fuoco sale azzurro verso il cielo viola e la foresta attorno a noi è sempre più alta e cupa. Le uniche parole che si sentono distintamente sono le strane frasi che tutti lanciano ai propri spiriti. Sento intanto che la bevanda comincia a fare effetto e provo un vago ma evidente intorbidirsi dei sensi. Arriva uno che non conosco, da un altro gruppo, e mi porge la sua ciotola piena. Vedo Willy che scuote la testa, ma ormai ho afferrato la ciotola. Mi alzo, raggiungo il bordo e bevo, senza più fatica.

Torno al centro e mi siedo su di un tronco. Stavolta Willy, il capo, Stanley, mi sono tutti intorno. Adesso devi mangiare, mi dicono. Hanno portato del cibo apposta per me. Capisco che sono un po’ preoccupati e che si stanno prendendo cura di me. Mi trovo davanti degli involti con banane fritte, pezzetti di laplap, verdure annegate nel latte bianco del cocco. Mangio lentamente, con la testa un po’ confusa. Tutto mi sembra buonissimo, e il mio stomaco è felice di diluire quella cosa troppo antica con cui l’ho riempito. Dopo qualche minuto, parlando sottovoce, come fanno tutti, mi congedo.

“Ciao Willy, ciao Stanley, grazie”

“Ciao Carlo, thank to you”

Cerco nell’ombra la traccia del sentiero che porta fin su nel villaggio dove ardono i fuochi delle capanne e poi giù fino alla spiaggia, fino al dinghy e alla barca. Le mie gambe procedono a fatica. La mente è lucida ma c’è qualche cosa di inceppato nel meccanismo di comando e devo concentrarmi per camminare in linea retta. Quando arrivo a bordo faccio fatica a parlare.

“Com’è è andata?” chiede Lizzi? le luci del quadrato mi sembrano violentissime

“Bene, bello, belle immagini, ma adesso non posso parlare”.

Per 10 ore sono rimasto in cuccetta immobile.