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Arco e frecce - Teluk Irian

Arco e frecce – Teluk Irian

Qui le capanne sono costruite sui pali e si affacciano proprio sulla riva. Sono ampie, e devono servire per più di una famiglia, forse per tre o quattro, penso, e intanto vedo un uomo che si avvicina alla riva con in mano qualche cosa di lungo, un legno forse, che però non vedo bene. Andrà a pescare i polpi, penso, perchè l’oggetto mi ricorda vagamente il ferro accuminato con cui tante volte ho visto la gente andar a stanare i polpi nelle tane, e mentre rimugino queste cose continuo a tenere d’occhio la profondità del mare sotto di noi e il limite del banco di corallo che stiamo sfiorando nel tentativo di avvicinarci alla riva. L’uomo supera il limite della spiaggia ed entra in acqua, e siccome nel frattempo ci siamo avvicinati anche noi, vedo meglio e scopro che ciò che tiene in mano è un grande arco. Oddio, e se tirasse a me? Il pensiero è assurdo, ma mi viene in mente lo stesso. Anche sulle spalle l’uomo porta qualche cosa che non vedo bene. Poi un movimento lo scopre: è un bambino, con la testa e le gambe che sporgono da una specie di borsa di vimini.  Allora è una donna, penso, e, chissà perchè, mi sento più tranquillo.

Ci avviciniamo ancora. Io sono  a 10 metri di altezza, sull’albero della Barca Pulita. L’uomo, ormai non ho dubbi, anche se porta un bambino si vede bene che è un uomo, ha incoccato una freccia e quando lo vedo tendere la corda istintivamente mi riparo dietro lo spessore di alluminio dell’albero. Lui però non  guarda me. La freccia parte con un sibilo e si infila in mare.

Questo è il decimo villaggio che costeggiamo da stamattina da quando abbiamo iniziato la ricerca di un posto per ancorare.

Stiamo scendendo a sud dove la costa si addentra in una baia (Teluk Irian) profonda più di duecentomiglia. Una baia enorme, di cui non sappiamo quasi nulla. Il portolano è laconico. Le guide non ne parlano. Dalla carta nautica si vede che il mare nel golfo è profondissimo e si va da 1000 metri di fondo a pochi passi da riva a 3000 metri di altezza delle montagne che si affacciano sulla baia.

“Deve essere spettacolare”, ci siamo detti. “Forse troveremo qualche traccia della gente di una volta. Forse, se ci allontaniamo abbastanza dalla città….”

Siamo scesi a sud di 100 miglia e i villaggi hanno assunto un aspetto più genuino. Ieri sera poi ci siamo infilati in una specie di golfo ad imbuto tra un’isola e la costa. Siamo entrati dalla parte larga dell’imbuto quando era ormai troppo buio per avvicinarsi a riva e abbiamo passato la notte alla deriva, alzandoci ogni venti minuti, a turno, a controllare che lo scarroccio e le correnti non ci avvicinassero alla terra. Ad un certo punto ci siamo svegliati per l’allarme dell’ecoscandaglio che segnalava una profondità inferiore ai 6 metri. Neanche il tempo di correre fuori a guardare e segnava di nuovo ottanta metri. Poi ancora sei.

“Cosa può esserre?”

“Un branco di pesci che passa sotto la barca?”

“Certo che devono essere ben grossi per far suonare l’ecoscandaglio”

E forse erano pesci per davvero perchè stamattina, quando abbiamo ripreso a navigare,  in due ore, abbiamo visto tre famiglie di delfini, un branco di tonni, un pesce vela che è venuto a passare a fianco dello scafo, e una tartaruga veramente grossa, che se ne stava con mezzo carapace fuori dall’acqua come fosse stato un tronco e la testa col becco enorme che usciva di tanto in tanto a respirare.

Poi è cominciato il nostro pellegrinaggio, un girovagare continuo da una riva all’altra in cerca di un fondale accettabile per mettere l’ancora. Lo spettacolo è impressionante. Le montagne dalla costa si lanciano verticalmente nel mare. Il verde cupo della foresta arriva fino al limite della marea e si trsforma nel verde altrettanto cupo dell’acqua che a poche decine di metri da riva è subito profondissima.

Bellissimo, ma  impossibile ancorare. Di villaggio in villaggio, di riva in riva, abbiamo percorso il fiordo in tutta la sua lunghezza e questo villaggio, con il suo uomo che pesca con arco e frecce sembra proprio l’ultimo.

“Porca miseria, Lizzi, non possiamo non fermarci qui”

Arco e frecce - Teluk Irian

Arco e frecce – Teluk Irian

Superiamo il villaggio e ci accostiamo ad un’ansa contornata da mangrovie. Trenta metri, dice l’ecoscandaglio. Sempre troppi, ma comunque meno che altrove. E se provassimo con l’ammiragliato? Buttiamo a mare due ancore e una quantità impressionante di catena, pesantissima, ma non possiamo correre rischi perchè siamo vicinissimi alla riva.

E finalmente samo fermi. Il villaggio dell’arciere è a 1000 metri da noi. Vedo le capanne basse e la macchia verde del boschetto di palme schiacciata tra il mare e la montagna. Non abbiamo voglia di scendere a terra.  Il caldo torrido, la tensione per la ricerca dell’ancoraggio e la notte passata a fare la guardia si fanno sentire, e avremmo solo voglia di riposare.

Ma da terra le canoe sono già partite e remano in direzione della nostra barca.

“Oh no, io ho caldo, e sono stanchissima. E poi volevo fare il bagno”. dice Lizzi.

Ma non si può dire di no.  In fondo siamo a casa loro, e poi ci siamo venuti apposta. Non resta che mettersi una maglietta, montare il tendalino, e prepararsi per i convenevoli.

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Kaprus - Teluk Irian

Kaprus – Teluk Irian

“Se entrate nella baia, se andate giù verso Nabire, troverete ancora gli uomini con gli anelli al naso”. Ce lo avevano detto a Manukwari, l’ultimo paesotto che abbiamo visitato prima di inoltrarci in questa grossa baia che è un po’ il cuore dell’Irian Papua.

Gente con l’anello al naso non ne abbiamo trovata, ma gli abitanti di Kaprus, il villaggio presso cui siamo ancorati da quattro giorni quanto di più genuino fonora ci sia capitato di incontrare. Le capanne a palafitta su cui vivono a gruppi di due o tre famiglie sono costruzioni in bilico tra la terra e il mare. Quando è bassa marea sotto la capanna c’è spiaggia, quando è alta marea c’è il mare. Anche la loro vita è in bilico tra la terra e il mare che forniscono alla pari tutto qel che serve: pesce abbondante come raramente ci è capitato di vedere, le tartarughe, le tridacne, enormi, con il mollusco che pesa alcuni chili. Dalla terra arrivano le patate dolci, i cocchi, la carne sotto forma di maiali selvatici e  cervi  che loro catturano con arco e frecce.  Ci sono poi i tronchi per farsi le canoe, i rami per i bilanceri, gli uccelli selvatici che i bambini catturano con le trappole, i legni speciali per fare gli archi, i bambu per le frecce e le fiocine.

A Kaprus non c’è neppure un negozio. Nessuno che vende e nessuno che compera. Tutto quel che serve arriva dalla terra e dal mare.

E dalla terra arriva anche la radice velenosa che qui tutti, uomini, donne e bambini tengono sempre in canoa a portata di mano.

“Obat mancin ikan.” La medicina per pescare i pesci, l’avevano definita per farmi capire.

“Di mana?” ” Da dove arriva?”

Dalla montagna, mi hanno risposto. Allora ho chiesto di vederla. E’ lontana? No, vicina, qua dietro. E ci siamo incamminati. Appena fuori dal villaggio la stradina si trasforma in un sentiero, poi in un solco appena segnato nell’erba, con continue pozze di fango e di acqua paludosa da attraversare, e poi in un più nulla che però loro seguono facilemte.

“E’ ancora lontana chiedo?” No, vicina, vicina.

Kaprus - Teluk Irian

Kaprus – Teluk Irian

Dopo venti minuti di cammino tra erba alta e cespugli gocciolanti di umidità, quando cominciano ad arrampicarsi su una collina spellacchiata e viscida Lizzi si ferma. Io non voglio fare la figura del bianco rammollito e continuo, facendo finta di niente. Il cammino sale. Il fondo è viscido. Gli arbusti a cui mi aggrappo per non cadere una volta su due si rompono. Dopo un paio di volte che perdo l’equilibrio col rischio di rotolare giù per la collina provo a togliere le scarpe e a continuare a piedi nudi, come fanno loro. E’ molto più facile. Il piede nudo scivola meno, e soprattutto ha la percezione della natura più o meno solida del terreno. Con le scarpe in una mano, la telecamera nell’altra, la camicia con le maniche abbassate per paura delle zanzare e della malaria, con i pantaloni lunghi e tutto quantomintriso di sudore, ma a piedi nudi, cercando di non pensare alla centinaia di vermi e di parassiti  che si possono prendere attraverso le piante dei piedi, arrivo finalmente al cespuglio del carbore. E’ una pianticella insignificante, una specie di erbaccia che corre parallela al terreno. La parte che si usa è la radice e loro scavano il terreno morbido per seguirne il percorso che è sorprendentemente lungo. Ne liberano una, lunga forse un metro, e mi fanno vedere che se la si torce ne esce una specie di liquido lattiginoso biancastro.

“E’ questa che uccide i pesci?”

“Si.”

“E se la mangia un uomo?”

“Mati, mati”, mi rispondono in coro. Morto. Morto.

Chi sa, forse è con questa cosa che un tempo avvelenavano la punta delle frecce. A vederli così, timidi e sempre sorridenti, è difficile immaginare che 50 anni or sono fossero le tribù più bellicose della terra, sempre in guerra tra di loro, che quando arrivavano di sorpresa ad attaccare un villaggio uccidevano tutti i maschi adulti, i vecchi e le vecchie. Catturavano donne e bambini e si portavano via gli uomini morti, in spalla, fino al proprio villaggio. Quello che non veniva consumato subito veniva fatto seccare al sole per essere mangiato più tardi, proprio come fanno oggi con il pesce.

Ci siamo rimessi in camino verso il villaggio e tornando abbiamo incontrato un cacciatore. Accompagnato da due cani. Armato di un fucile fatto in casa. Calcio di legno grezzo. Canne fatte con i tubi dell’acqua. Il meccanismo non so. I cani sono sceletrici e malfermi sulle gambe come quelli che si incontrano in tutto il villaggio, ma evidentemente sono capaci di cacciare perchè il cacciatore porta il cadavere di un uccello e un cus cus, un marsupiale che assomiglia incredibilmente ad un topo (ha lo stesso muso) solo che è molto più lungo. Anche il cacciatore ha un sorriso mansueto e il solito grumo rossastro di betel che gli sporge dalla bocca.

Ritrovo Lizzi. Recuperiamo il gommone. Ritorniamo nei pressi della barca che è ancorata in una nicchia a 1000 metri dal villaggio. Uff, finalmente. Posso togliermi la camicia, i pantaloni lunghi, ed entrare in acqua. La giornata è finita. L’acqua si porta via il calore che ho accumulato. E’ incredibilmente limpida per essere in una baia chiusa tra la montagna e l’isola. E’ pieno di pesci e mentre resto a mollo con la testa semifuori li vedo saltare tutto intorno. Domani andremo a pescare con due del villaggio che ci mostreranno come si usa la radice tossica. Speriamo di portare a casa delle belle immagini.

Gen 012000
 
Uccelli del paradiso - Manukwari

Uccelli del paradiso – Manukwari

Siamo approdati a Manukwari e la cosa più bella qui è un quartiere di palafitte. E’ annidato sul fondo della baia intorno alla quale si adagia la citta.

Sono vere e proprie baracche sospese e affacciate sul mare. Alcune costruite con assi di legno, altre con pezzi di lamiera o con frasche di palma. Una ha un’aggiunta sbilenca sopra il tetto a mò di mansarda e un’altra un enorme Union Jak pitturato sopra la parete. Più in fuori, sul mare, ogni palafitta è collegata con una piccola piattaforma. Lì ci sono dei minuscoli capanni dove sono tenuti i maiali. Sotto ogni palafitta c’è una canoa di legno e sopra ogni palafitta ci sono decine di bambini che al nostro passaggio gridano e ci salutano.

Un microcosmo quasi indipendente dal resto della città, con la sua moschea di cemento, anche lei sospesa sull’acqua e con il suo mercato del pesce che di prima mattina si riempie di suoni e di movimento. Noi siamo ormeggiati in mezzo alla baia, a poche centinaia di metri dalle palafitte. Alla mattina ci svegliano i pescatori che ritornano dalla pesca notturna offrendoci il pesce e, per tutto il giorno, la nostra barca è preda dei curiosi.

Qui nessuno ha mai visto una barca occidentale, e noi che siamo qui da due giorni non abbiamo incontrato nemmeno un bianco.

Niente di strano dunque se la nostra presenza scatena la curiosità di tutti.

Uccelli del paradiso - Manukwari

Uccelli del paradiso – Manukwari

La nostra sosta qui a Manukwari comunque ha solo lo scopo di fare rifornimento. Abbiamo bisogno di cibi freschi, di acqua e di gasolio. Poi, appena finito, ce ne andremo lungo la costa, ad esplorare il golfo Teluk Irian, un posto che nessuno ha mai menzionato, e che promette la natura più selvaggia e il mare più bello.

Quando siamo tornati in barca nel tardo pomeriggio, carichi di sacchi della spesa e di taniche di benzina, abbiamo trovato una canoa ad attenderci. Il suo occupante ha aspettato pazientemente che scaricassimo il gommone e che ci sistemassimo, poi si è avvicinato e ci ha mostrato un sacchetto:

“Mau jual?” volete comprare?”

“Jual apa? Comprare cosa” il sacchettto era piccolo e informe.

Lo ha aperto e ha tirato fuori una cosa gialla, dorata

“Cenderawasi. Uccelli del paradiso”

Più piccoli di una tortora, con il capo verde, il corpo marrone e la coda con pime giallo oro,  meravigliose, lunghe una trentina di centimetri e che al centro diventano bianco panna. I due uccelli, imbalsamati brillavano con l’ultimo sole.

Erano bellissimi.

Abbiamo fatto salire a bordo l’omino per riprendere e fotografare i due esemplari.

“Prampuan, femmine” ci ripeteva mostrandoci due filamenti coriacei che scendono nel mezzo della coda, orgoglioso di rendersi utile. Dopo averlo fotografato gli abbiamo spiegato che non potevamo comprare gli uccelli perchè nel nostro paese è vietato sia commerciarli che possederli.

” Italia tida bisa, non si può” gli abbiamo detto facendo segno di avere i polsi legati per sottolineare il concetto. lui ha afferrato al volo e ha risposto ridendo.

“Indonesia tida bisa sama sama, disini Papua”:  Anche in  Indonesia non si può, ma qui siamo in Papua”.