Gen 012007
 

Era cominciato in sordina, con la prima luce del mattino: uscendo in pozzetto mezzi addormentati vediamo una cosa che galleggia. Una cosina grigia e chiara, rotonda e bitorzoluta. Derivava lentamente lungo la fiancata della barca, spinta dal vento e dalla corrente. «Possibile che questa roba arrivi dal cesso di André?». La barca di André, è ancorata 50 metri sopravento e noi siamo gli unici esseri umani nel giro di centinaia di miglia. «È troppo grigia però. Che sia malato?». Dopo qualche minuto un altro pezzetto, identico, e poi un altro ancora, più grosso. Non potevano essere tutti prodotti di André, lui è un solitario! «Forse arriva da terra. Magari qualche albero», continuiamo a lambiccarci in cerca del perché di quelle cose strane nell’acqua limpidissima di un atollo perso in mezzo all’oceano Pacifico, ma anche l’ipotesi dell’albero non può essere giusta perché l’unica isoletta dell’atollo, piuttosto piccola, è al traverso, a mezzo miglio, e quelle palline marroni, invece, sembrano arrivare proprio dalla direzione del vento e dal mare aperto, al di là della barriera corallina che ci protegge dalle onde. Col passare del tempo il fenomeno si è ampliato. Alla fine della mattinata le strane cose erano diventate milioni, tutte grigie, tutte più o meno tondeggianti e bitorzolute, tutte galleggianti. Ne abbiamo pescate alcune e abbiamo capito. Si trattava di pietra pomice, quella pietra leggera e piena di bolle d’aria che viene eruttata dai vulcani. Eravamo circondati da tantissime pietre, tutte galleggianti, che si componevano in lunghe striature alineate nella direzione del vento. Presto si sono formate delle chiazze composte dal pietrisco più sottile, pochi millimetri, anche meno, che si allargavano a creare macchie grigiastre semicompatte dentro cui spuntavano le protuberanze dei massi più grandi. E presto le pietre hanno cominciato a entrare in barca. Uscivano nel lavello con il getto dell’acqua di mare mentre lavavamo i piatti, prima sottili, quasi invisibili, poi sempre più grosse e nel cadere facevano tin, proprio come una pietra che cade sul metallo. Abbiamo smesso di usare la pompa dell’acqua di mare ma altre pietre facevano capolino affiorando dal tubo di scarico, a ogni rollata, mentre da fuori la grande massa delle pietre cominciava a bussare sullo scafo con un crepitio sommesso e gentile, insistente, inquietante, che si ripe teva a ogni rollata e a ogni ondina che urtasse la barca. “Ma se galleggiano, come fanno a infilarsi nelle prese a mare che sono sotto il galleggiamento?”. Per precauzione abbiamo chiuso tutte le valvole degli scarichi rimandando a più tardi il compito di verificare che non si fossero infilate anche nei tubi del motore, pronte a entrare nella membrana della pompa non appena avessimo tentato di avviarlo. Abbiamo rinunciato a scendere a terra per paura cne le pietre intasassero il circuito del fuoribordo e ci siamo disposti ad aspettare. “Putain! C’est toute bouché, C’est toute bouché!». Era André, che ci avvertiva alla radio Vhf. Le sue prese a mare si erano bloccate e tutti gli scarichi erano intasati. Intasata la pompa del lavello, intasata la pompa del frigorifero, intasata quella del bagno. I tubi, trasparenti, lasciavano intravedere all’interno un tappo solido di pietrisco. A metà pomeriggio la superficie della laguna, di solito trasparentissima, era un mosaico di grandi chiazze grigie e le barche sembravano galleggiare in un mare di pietre. La causa? Davanti a noi, per trecento miglia c’era solo mare. Più oltre, l’arcipelago delle Tonga che effettivamente è composto da isole vulcaniche. Possibile che tutta quella roba venisse da trecento miglia di distanza? Cercammo di sintonizzarci sulla radio fijiana casomai parlassero di eruzioni apocalittiche nei dintorni. Nulla. Che altro? Un vulcano sottomarino? Forse. Ma non avevamo avvertito nessuna esplosione. Per fortuna eravamo fermi in un uno specchio d’acqua calmo e non in mare aperto con onde e tempo cattivo. Cosa sarebbe successo in quel caso? Come sarebbe stato se ci fossimo trovati a navigare, investiti da onde coperte da miliardi di roccette alcune delle quali di dieci centimetri di diametro? Il peggio è arrivato di notte. A ogni rollata lo scafo risuonava per l’urto con le migliaia di pietre che lo circondavano. Sul mare non c’era più neppure una spanna di acqua libera. L’atollo era un lago di pietre galleggianti. Il mattino dopo siamo scesi a terra a remi. La spiaggia bianca era sepolta sotto mezzo metro di pietre scure, cosi come erano sepolti i coralli davanti alla spiaggia, le tridacne, i pesci. I granchi spuntavano dall’acqua coperti di pietrisco. Un fenomeno strano, terribile, sconvolgente che ci aveva tenuto fermi per quattro giorni, senza usare le pompe, senza usare il motore e il fuoribordo. Per fortuna il frigorifero funzionava lo stesso grazie allo scambiatore di calore fuoriscafo e gli apparati elettrici funzionavano perché le batterie sono rimaste cariche grazie ai pannelli solari e al generatore eolico. Abbiamo lavato i piatti col secchio in pozzetto, facendo attenzione a prelevare l’acqua tra una chiazza e l’altra. Abbiamo raccolto le pietre più grandi: erano grosse come meloni, ma bastava un nulla per romperle perché la pomice è incredibilmente friabile. Al quarto giorno, le chiazze si sono diradale e siamo andati a pescare sul reef. Abbiamo preso due aragoste. Una delle due aveva il corpo incastonato di pietruzze. André invece aveva anche gli ombrinali intasati. Se ne era reso conto a seguito di un acquazzone che gli aveva riempito il pozzetto d’acqua. Le pietre erano entrate negli ombrinali da sotto e si erano compattate nelle curve dei tubi. L’autogonfiabile, alloggiato nel pozzetto, si era venuto a trovare semisommerso nell’acqua (dolce per fortuna) e una volta estratto ha continuato a colare per ore. Sei giorni dopo il fenomeno è regredito e siamo ripartiti in direzione del Kiribati, ma quando, due mesi più tardi siamo rientrati alle Fiji, su molte delle spiagge sopravento c’erano ancora strati leggeri di pomice. Contemporaneamente una ricerca su internet ci rivelava che in quei giorni una potente eruzione sottomarina aveva fatto nascere un’isola nuova al largo dell’arcipelago delle Tonga.

Navigare tra i detriti? Meglio fermarsi. Non capita tutti i giorni di trovarsi a navigare in un mare pieno di detriti, ma può succedere. Quello della pietra pomice è stato un  evento straordinario, ma altre volte ci sono capitate situazioni strane. Nel 2000 navigavamo al largo della Papua Nuova Guinea, con poco vento, in un mare fermo e vuoto, quando ci siamo trovati a correre fuori a seguito del rumore violento di un urto sullo scafo. A pochi metri da noi un tronco, con cui ci eravamo appena scontrati. Eravamo ad 80 miglia dalla costa e nulla poteva spiegare la presenza di quell’ostacolo. Ma ben presto ne avvistammo altri e dopo qualche miglio il mare era pieno di tronchi d’albero. Ce n’erano di ogni taglia, quelli lunghi come la barca e larghi un metro, quelli con tanto di rami e foglie ancora attaccate e persino semplici cespugli. Per qualche ora abbiamo tentato di procedere ugualmente, avanzando a motore, lentamente, uno di noi a prua di vedetta e l’altro al timone, a fare evoluzioni. La densità dei tronchi però non diminuiva e al tramonto ci siamo rassegnati a spegnere e a fermarci. Il giorno dopo la situazione era identica e per uscirne abbiamo dovuto cambiare rotta e navigare per 50 miglia in direzione Nord allontanandoci ulteriormente da terra. Guardando le carte abbiamo scoperto sulla costa l’estuario di un grande fiume. Quei detriti dovevano essere il risultato di qualche giorno di piogge torrenziali nell’entroterra. Una cosa simile ma un po’ meno pericolosa ci era capitata sei anni prima, in Sudafrica, dopo una tempesta terribile. A cinque miglia dalla terra il mare era pieno di detriti trasportati dai fiumi e per molte ore avevamo dovuto navigare con gli occhi spalancati per evitare gli urti. Nella maggior parte dei casi questi detriti arrivano dai grandi fiumi. Per evitarli, navigando lungo le coste dei continenti coperti da foreste, bisogna passare molto al largo degli estuari, specialmente nella stagione delle piogge. Se nonostante ciò ci si trova a navigare tra i detriti bisogna diminuire la velocità, e navigare piano fino a fermarsi del tutto in caso di tempo cattivo o di mancanza di luce. Quando la barca è ferma, anche in caso di vento e onde, scafo e detriti derivano nella stessa direzione e con la stessa velocità e gli impatti sono molto meno devastanti di quando si naviga.

Gen 012006
 
Balolo - Balolo

Balolo – Balolo

Il vento è forte e gli acquazzoni arrivano uno dopo l’altro con il solito concerto di raffiche turbinose e folate di pioggia. Noi siamo rannicchiati dietro un’isoletta piccola piccola. Uno ridosso minimo, creato dalla paretina rocciosa e ripida con la quale l’isoletta rompe il flusso delle onde e del vento. Abbiamo gettato l’ancora al centro della zona di calma, e la nostra barca è quasi ferma, ma le onde gonfie e grigie dell’oceano passano a poca distanza, mentre il vento ci soffia addosso con raffiche irregolari, dispettose e cattive, rese capricciose dall’aver dovuto aggirare la parete di roccia. Un ancoraggio scomodo e precario, una situazione in cui, normalmente, non avremmo mai deciso di metterci e che se il vento girasse dovremmo abbandonare precipitosamente, ma speriamo che non succeda e di  poter resistere fino a domani, perché domani è il giorno del Balolo.

Si tratta si tratta dell’ Eunice viridis, un verme lungo e sottile, che nessuno vede mai perché passa la sua esistenza nascosto nei coralli. Ma c’è un giorno ogni anno, in cui questi vermi lasciano i loro nascondigli  ed escono fuori a passare qualche decina di minuti in superficie alla ricerca di un compagno o una compagna con cui accoppiarsi. In quel giorno, dicono i racconti, i vermi sono così tanti che l’acqua ne è piena, e gli abitanti delle isole dove questo avviene, si lanciano in acqua con tutti i mezzi possibili per approfittare dell’abbondanza e raccoglierne grandi quantità. Questo storia incredibile l’avevamo letta tanti anni fa su una guida dell’oceano Pacifico. Il fenomeno è estremamente raro. Si verifica solo in certe aree esterne delle Fiji e delle Samoa, e solo per qualche ora ogni anno, all’alba di un unico giorno. Quale fosse il giorno, quali fossero le isole non lo sapevamo. A Suva ci hanno detto che succedeva nelle isole orientali, quando siamo arrivati a Taveuni ci hanno mandato ancora più ad est, a Ngamea, poi a Rambi, e avanti, di isola in isola, di racconto in racconto, finchè siamo arrivati a Yanuda dove, un mese fa, con l’aria di rivelarci segreto, il capo dell’unico villaggio dell’isola ci ha sussurrato una data: ottobre, dieci giorni dopo la luna piena. Ecco perché siamo qui. Domani, 18 di ottobre, saranno passati esattamente 10 giorni da quando la luna ci ha mostrava il suo faccione pieno e bianco proprio nel momento in cui il sole tramontava, e l’isoletta dietro la quale ci siamo appostati è all’estremità di uno dei reef che ospitano le colonie di questi strani vermi, al largo della punta sud di Yanuda,  all’estremità orientale delle Fiji. Domattina gli abitanti del villaggio di Yanuda verranno tutti qui. Alle cinque, ci hanno detto alcuni, alle 4 ci hanno detto altri. Verranno anche se il mare sarà grosso, ma tutti giuravano che domani il tempo domani sarà buono, perché, quando c’è il balolo, ci hanno ripetuto in tanti, il mare è sempre calmo. Stasera, intanto, il vento resta forte. Il mare romba e si rompe sui reef con un frastuono impressionante e il sole tramonta dietro uno strato senza speranza di nuvole dense e accavallate lasciandoci a dondolare disordinatamente al centro di un buio pesto e minaccioso.

Balolo - Balolo

Balolo – Balolo

Andiamo a dormire tesi ed incerti. Chissà se domani davvero l’acqua sarà piena di vermi. Abbiamo preparato le telecamere, una per le immagini fuori e una scafandrata per le riprese sott’acqua. Abbiamo preparato il gommone, le macchine fotografiche, le pinne e tutto quanto, ma non riesco ad immaginare cosa succederà. Come faranno a raccogliere i vermi sui reef se questi sono battuti da frangenti che farebbero a pezzi chiunque vi si avventurasse?

Passano otto ore. Arriva la prima luce, quella livida biancastra e incerta che annuncia alla lontana l’arrivo del giorno, e noi siamo già fuori, aggrappati alle sartie a scrutare il nero del mare sotto di noi. No, non c’è nulla. Il mare è vuoto, uguale a ieri. Anche verso l’isola, verso la spiaggia del villaggio, non si scorge niente di anormale. Nessuno che si muove. Nessuno che si aggira sulla spiaggia.  Il vento in compenso è sempre forte e mentre ci guardiamo attorno dobbiamo tenerci aggrappati alle sartie, per non cadere. Vuoi vedere che non succederà nulla? Vuoi vedere che abbiamo capito male, che il balolo arriva un altro giorno? E se fosse che non succede quando il tempo è cattivo? Eppure nell’isola tutti erano concordi.

“Sicuro che sarà domani?”

“Sicuro?”

“Anche se c’è tempo cattivo?

“Anche se c’è tempo cattivo!”

Ci avevano anche detto che tutti sarebbero stati sui reef a raccogliere già prima dell’alba, e invece sulla spiaggia non c’è nessuno, come se questa, invece che l’alba di un giorno speciale, fosse una alba qualsiasi, e con il cattivo tempo, per giunta.

Invece no. Il tempo di scrutare meglio, o forse di abituarsi a cercare, o forse la luce un po più intensa, ed eccolo, il primo bastoncino marrone, che si agita e si attorciglia appena sotto la superficie. Un altro, più corto, poco più in la. Un altro ancora, lunghissimo, che sembra formato da tanti segmentini più piccoli giuntati tra loro.  I bastoncini sono vivi, si agitano, si attorcigliano in una specie di nuoto primitivo senza regola e senza scopo. Non sono tantissimi come mi aspettavo e come mi avevano detto,  però ci sono, e se ne vedono ovunque si guardino. Contemporaneamente la spiaggia del villaggio è piena di figurine nere e le due barche di cui i locali dispongono mettono la prua nera verso il largo, puntando verso di noi.

Ci siamo. Corriamo dentro a prendere le telecamere e l’attrezzatura, torniamo fuori, e cominciamo a calarle sul gommone, che salta e balla sulle onde mentre la barca rolla, così che chi sta sotto a ricevere a momenti è quasi alla stessa altezza di chi sta sopra a passare,  mentre un attimo dopo è nel baratro, con la barca in alto, la carena scoperta con i denti di cane e le alche in vista. Quando tutto è a bordo ci sediamo. Non resta che aspettare che arrivino, vedere dove si metteranno e decidere dove metterci noi per filmarli, un po dal gommone e un po dall’acqua, e magari, se vengono proprio qua vicino, potremmo filmarli anche dalla barca.

Invece no, ancora una volta è tutto diverso. La prue nere delle barche del villaggi dopo essere state per qualche minuto a saltare  e a sprofondare dirigendo nella nostra direzione improvvisamente piegano veso destra. Ma dove vanno? Passano un paio di minuti ed è subito chiaro che dobbiamo rassegnarci. Le barche dirigono verso il reef sulla punta Sud Est di Yanuda, anche se, vista da qui, sembra completamente esposta. Ma come diavolo faranno a raccogliere il balolo tra i frangenti? Lasciamo il ridosso minuscolo dell’isoletta e ci dirigiamo anche noi verso quella punta. Impieghiamo poco ad arrivare, anche perché abbiamo i marosi in poppa, e quando ci siamo scopriamo due cose. La prima: il punto dove la gente si è fermata non è protetto da nulla e le onde di due metri si infrangono sui reef con una violenza impressionante. La seconda: il mare è pieno di vermi, strapieno, con miliardi di bastoncini che si sono come per miracolo raccolti in nuvole compatta che originano dal reef e formano delle lunghe strisce sulla superficie dell mare dentro le quali i pescatori immergono le braccia armate di retino, sollevandolo ogni volta mezzo pieno di animaletti che si agitano e si attorcigliano. Le barche del villaggio sono lancioni di plastica grossolana, goffi e pesanti, stipati di gente che si protende da entrambi i lati, a pescare mentre il timoniere, a poppa, manovra continuamente nel tentativo di tenere il lancione sopra una delle strisce di balolo, il più possibile vicino al reef dal quale origina, al limite del punto dove l’onda si trasforma in frangente. E noi? Ci aggiriamo straniti, sfiorando con  il gommone le braccia delle donne che si protendono e si ritirano in continuazione portando a bordo ogni volta enormi manciate gelatinose di esseri che si agitano e si attorcigliano. Le onde sono enormi, proprio come temevamo, molto più alte e più lunghe del nostro gommone che li in mezzo si muove come un turacciolo e salta e si agita senza posa, mentre gli spruzzi ci lavano in continuazione. Impossibile togliere le telecamere dai sacchi stagni che le proteggono perché si bagnerebbero subiro, e comunque in mezzo a tanto agitarsi non potrei filmare nulla. Potrei tuffarmi, e filmare tutto dall’acqua con la camera subacquea, che è già pronta in un secchio, ma Lizzi resterebbe sola nel gommone, e a dire la verità questo mare livido, pieno di onde e di vermi, a 10 metri dagli scogli e dai frangenti enormi che li avvolgono, mi sembra veramente poco invitante. Così restiamo a bordo e continuiamo ad aggirarci tra le barche e il reef, indecisi tra la contentezza per essere testimoni di questo fenomeno straordinario e la frustrazione di non sapere come filmarlo. Dopo un’ora le barche tornano verso il villaggio piene di secchi, di casse e di catini colmi di balolo e noi dirigiamo verso la nostra isoletta dove la Barca Pulita ci aspetta dietro il riparo che la protegge dalle onde che noi col gommone cerchiamo faticosamente di risalire. Portiamo con noi qualche decina di secondi di immagini riprese in qualche modo, sporgendoci dal gommone con le braccia mettendo la camera sub in acqua e sperando che riprendesse qualche cosa ma che si riveleranno poi molto belle. Le colonie di balolo, viste da sotto, sono nuvole di esserini colorati, alcuni marroni, alcuni blu, altri rosa, che affollano il campo visivo, che danzano e si agitano , che si aggrovigliano e si separano, in un minuetto ballato senza sosta e senza posa ma destinato a durare solo qualche decine di minuti. Appena la luce diventa forte la membrana colorata che costituisce la pelle dei vermetti si dissolve e ognuno di loro si scioglie riversando in mare il suo contenuto: milioni di uova (quelli rossi) e di spermatozoi, (quelli blu) destinati a unirsi a formare il balolo dei prossimi anni.

“Assaggia, assaggia”. Sono passate quattro ore e ci siamo spostati. Abbiamo portato la Barca Pulita dietro l’isola, sottovento, la abbiamo ancorata dietro una spiaggia, siamo scesi e faticosamente, attraverso i sentieri, abbiamo raggiunto il villaggio. Fuori da ogni capanna, su ogni focolare, ci sono calderoni e padelle con montagne di balolo a cuocere. Per fermare il processo di dissoluzione, appena arrivati a terra, hanno lavato il balolo in acqua dolce, e subito si sono disposti a cuocerlo, ognuno come può e con gli ingredienti che ha. Molti si limitano a farlo bollire, in enormi calderoni pieni fino all’orlo, con l’acqua che diventa verde e che schiumeggia.

Gen 012003
 

“Noi siamo Jon Frum, da 50 anni stiamo aspettando che lui ritorni. Sono tanti 50 anni? Voi il vostro Messia lo avete aspettato molto di più. ”

In questi termini disarmanti Gedeon, il vecchio pastore dal barbone bianco ci espone il credo: suo, del villaggio e di quasi tutta l’isola di Tanna. Essere Jon Frum vuol dire fare parte di un movimento religioso nato qui alle Vanuatu quando gli americani arrivarono durante la seconda guerra mondiale, sconvolgendo non poco la vita degli isolani. Alcune città sorsero dal nulla come basi per i soldati, gli indigeni si spostarono, chi di propria volontà chi un po’ meno, da un’isola all’altra per fornire manovalanza agli americani, ma soprattutto, per la prima volta, gli abitanti delle Vanuatu videro aerei, auto, carri armati e tutto quelle incredibili meraviglie connesse con la civiltà venuta da lontano.

Ma quello che scoprirono fu anche un mondo, quello degli americani, dove bianchi e negri sembravano avere gli stessi diritti e venivano trattati nello stesso modo.

“Fino a quel momento noi avevamo subito ogni tipo di privazione e di sopruso da parte dei missionari e dei colonizzatori e un mondo in cui i bianchi avevano tutto e i negri non avevano nulla ci sembrava quasi naturale. Ma quei negri americani, venuti con le navi, avevano le stesse cose che avevano i bianchi. E venivano tutti trattati allo stesso modo. Fù allora che Jon Frum apparve ai nostri anziani e spiegò che per noi c’era anche la speranza di un mondo migliore.”

Nessuno conosce con certezza l’origine del movimento Jon Frum. Forse un soldato americano, che si chiamava John, in qualche occasione particolare si distinse per la sua generosità e per la sua disponibilità nei confronti dei locali e venne così idealizzato come simbolo di quella società egalitaria; fatto sta che, quando alla fine della guerra, gli americani se ne andarono, gli indigeni delle Vanuatu si disposero ad attendere il ritorno di tutto quello che avevano solo intravisto. Inventarono un credo e iniziarono a praticare un culto volto a tenere i contatti con Jon, al quale aggiunsero il cognome di Frum (forse una contrazione di from America, o lo storpiamento di Brown) e che presto o tardi, di questo sono certissimi, tornerà.

Così, tutti i venerdì notte, nei villaggi di Tanna, i seguaci di Jon Frum si riuniscono a ballare e suonare le chitarre, sotto una bandiera a stelle e strisce che garrisce sopra le loro capanne. E questa strana religione è solo una tra le tante cose incredibili che abbiamo incontrato alle Vanuatu.

Sapevamo che le Vanuatu sono uno dei posti più selvaggi e più interessanti dell’oceano Pacifico. Avevamo sentito raccontare di villaggi, sulle montagne, ancora isolati, avevamo letto di strane religioni, di vulcani attivi e infuriati, di giungle impenetrabili, ma per anni le avevamo evitate perché sono uno dei posti al mondo più infestati dalla malaria. Poi, un giorno, ha prevalso la curiosità. Ci siamo procurati tanto tulle per mettere le zanzariere agli oblò della barca, abbiamo fatto scorta di medicinali per curare la malattia e abbiamo alzato le vele per lasciare l’Australia con la prua diretta a Est.

La distanza tra le Vanuatu e l’Australia è enorme, oltre 1000 miglia e per coprirla ci vogliono dagli 8 ai 10 giorni di navigazione ininterrotta. Noi troviamo vento contrario e tempo cattivo, e solo dopo 14 giorni e 14 notti passati a combattere contro il mare infuriato, scorgiamo la sagoma scura di Tanna che interrompe la striscia uniforme dell’orizzonte e a quel punto non è più solo l’avvistamento della terra, ma è come una promessa di pace e di quiete, di quel calore che a volte solo la terra sa dare.

Ci avviciniamo piano, in cerca di quella indentazione nella costa che dovrebbe contenere Lenakel, il porto principale dell’isola. A tre miglia da terra, però, siamo ancora sballottati da onde enormi, nè più nè meno che in mare aperto, mentre la riva alta e scura non lascia intravedere nessun segno umano. Ci consumiamo gli occhi a scrutare, ma davanti a noi ci sono solo montagne, alberi e giungla. Solo quando siamo a poche centinaia di metri da terra, scorgiamo un molo diroccato, e una cinquantina di case in muratura annidate in una nicchia tra le colline. Lenakel, la capitale dell’Isola e del distretto meridionale delle Vanuatu, è tutta lì, in quelle 50 case dall’aspetto dimesso. Noi dovremmo fermarci e scendere per le pratiche doganali e per timbrare i passaporti, ma il molo è avvolto da frangenti poderosi e tutta la costa sia a nord che a sud è battuta da cavalloni enormi. Non possiamo far altro che raccogliere le ultime energie, issare le vele e cominciare a circumnavigare Tanna, in cerca di un ridosso qualunque per poterci fermare.

Le 13 isole che formano l’arcipelago delle Vanuatu sono tutte così. Montagne selvagge e scure che si buttano a picco in un mare difficile e senza ridossi, cime incappucciate dal vapore, nere spiagge vulcaniche, alberi che scendono compatti fino al confine tra la terra e le onde. Se si fa eccezione per la capitale, Port Villa e per un paio di paesotti nelle isole più settentrionali, qui non sono ancora nate le città, non ci sono porti e gli abitanti vivono sparpagliati, dentro case di foglie, in villaggetti nascosti dalla giungla.

Fu James Cook, nel corso del suo secondo viaggio di esplorazione del Pacifico, ad avvistare per primo l’isola di Tanna nel 1774. Anche lui, come noi, rinunciò ad attraccare sulla costa occidentale, fece il giro dell’isola e scoprì dall’altra parte una bella baia riparata. Entrò e la chiamò Port Resolution, con il nome della sua nave, e battezzò l’arcipelago Nuove Ebridi, perché con il loro aspetto cupo ricordavano quelle terre fredde al largo della Scozia. Il giorno dopo l’avvistamento di Lenakel e poco meno di tre secoli dopo Cook anche noi buttiamo l’ancora a Port Resolution.

I suoi resoconti parlano di una grande ansa, con spiagge nere, alberi con molti tronchi e sorgenti d’acqua bollente. Quel che vediamo noi è uno specchio di acqua immobile che lambisce spiagge di sabbia scurissime, una foresta con enormi baniani (erano quelli gli alberi dai molti tronchi) che arriva fino al mare e una serie di ruscelli fumanti che si gettano in acqua dalla riva adiacente il vulcano Yasur. Scendiamo a terra e scopriamo che la baia è disabitata. Ci sono dei sentieri però, che sembrano abbastanza battuti e li seguiamo fin dentro la foresta e poi verso il pianoro sovrastante. Dopo dieci minuti sbuchiamo in uno spiazzo verdissimo, circondato da un cerchio di capanne costruite con tronchi e frasche, con le noci di cocco ammonticchiate davanti agli ingressi e cespugli fioriti piantati tutto attorno. Non c’è nulla che sia metallo o plastica, non c’è sporcizia, non ci sono rifiuti e le sole macchie nel verde del tappeto erboso, sono i fiori caduti dagli alberi.

Gli abitanti sono tutti lì ad attenderci. Ci hanno visti arrivare da lontano e invece che venire ad accalcarsi sulla spiaggia, hanno deciso di aspettarci nel villaggio.

“Volete vedere il vulcano?” sono le prime parole che ci rivolgono.

Il vulcano Yasur per gli abitanti di Tanna è una specie di Dio. Secondo la leggenda è verso di lui che si incamminano gli spiriti delle persone appena trapassate e le pietre infuocate che escono dal suo cratere sono le spie del suo umore mutevole. Se fossimo in Italia o in Europa l’ascesa a un vulcano come questo, sempre attivo ed estremamente imprevedibile, sarebbe vietata o comunque regolamentata da sbarramenti e transenne. Qui non ci sono leggi, al di là dei tabù del villaggio, e possiamo arrivare in alto, sopra il cratere, a poche decine di metri dalle bocche eruttive, fino a vedere il magma fumare sotto di noi.

All’improvviso siamo investiti da una raffica violenta, che arriva da dietro e spinge verso il cratere: è il vulcano che inspira aria per rilasciarla subito sotto forma di una nuvola bianca di vapore acqueo. Poi una nube nera e un’esplosione spaventosa seguita dal lancio di pietre infuocate, che dopo un volo di qualche centinaio di metri vengono a cadere con un tonfo sulle pendici del cratere. E’ il ciclo del vulcano Yasur, un ciclo che si ripete in continuazione, da secoli, con un intervallo di 15-20 minuti. Quando il sole tramonta lo spettacolo è ancora più suggestivo. Le pietre incandescenti si alzano nel cielo simili a rosse meteore e sembrano volerci cadere addosso.

“Il vento porta le pietre dall’altro lato, non dovete aver paura ” La nostra guida è tranquilla, capisce, non si sa da quale segnale, che oggi lo spirito del vulcano è bonario. I botti però sono spaventosi ed è pura fede quella che ci impedisce di correre a gambe levate lungo la china del cratere, quando volano i massi infuocati.

Dall’altra parte del vulcano, sul lato sud ovest di Tanna, si trova il villaggio di Yakel. Qui gli abitanti si vestono ancora con le fibre vegetali: le donne hanno gonne gonfie e sovrapposte confezionate con foglie di pandano fatte seccare e tagliate a striscioline, gli uomini portano il namba, il tradizionale cappuccio penico, fatto con lo stesso materiale e che, al di là di una spanna intorno all’inguine, lascia scoperti interamente i loro corpi massicci. I pochi turisti che arrivano fino a Tanna per ammirare le esplosioni dello Yasur, vanno anche a Yakel, a vedere questi ultimi rappresentanti di una cultura ormai scomparsa. Vengono ricevuti nel nakamal, lo spiazzo delle cerimonie, un fondo in terra battuta circondato da baniani giganti, che si trova al margine del villaggio. Quando i ragazzini avvistano dall’alto il fuoristrada con i turisti, danno l’allarme battendo su un totem di legno che risuona come un tamburo e a quel segnale tutto il villaggio si mette in moto. Così gli ospiti, arrivando, trovano un comitato d’accoglienza composto da uomini, donne e bambini vestiti pressochè di nulla che cominciano a cantare, a saltare, a battere i piedi al ritmo di una nenia antica. Finita la danza gli abitanti di Yakel si mettono in posa per le foto, vendono qualche sgangherato oggetto d’artigianato e riscuotono il prezzo ufficiale della visita, circa 10 Euro. Dopodichè i turisti se ne vanno e l’incontro tra questi due mondi così lontani non dura mai più di mezzora.

Noi, però, decidiamo di restare. Vogliamo capire meglio. Capire ad esempio se questo fatto di indossare il namba sia una trovata per incrementare le entrate del villaggio o se davvero ci troviamo testimoni di una tradizione scampata ai massacri del tempo e dei missionari. Entriamo nel villaggio, chiediamo di poter fare delle riprese, cerchiamo, a gesti, di parlare con le donne, con i giovani, giochiamo con i bambini. Torniamo il giorno successivo e quello dopo ancora. Assistiamo all’arrivo di altri turisti, ad altre danze e scopriamo che la verità sta nel mezzo. Ci sono uomini e donne che abitano a qualche centinaio di metri da Yakel e che al suono del richiamo gettano magliette e pantaloni per correre a vestirsi come un tempo e a interpretare la parte dei selvaggi. Al termine dello show, quando gli ospiti scompaiono dietro la prima curva, il denaro viene ripartito tra tutti quelli che hanno partecipato.

Ma c’è uno sparuto gruppo di persone, che ancora oggi, nella vita di tutti i giorni, segue le antiche usanze dell’isola. Si vestono di foglie, si curano con la medicina tradizionale, non mandano i figli a scuola e rispettano rigorosamente i tabù della tradizione. Il loro capo è un vecchietto raggrinzito: si chiama Kawia. La barba e i capelli bianchi, in bocca pochi denti, Kakwia ha 102 anni, o almeno così crede. Certamente quando è nato non esisteva un’anagrafe. Siede sull’erba in mezzo a un gruppetto di uomini dai corpi muscolosi, la pelle lucente, i sorrisi bianchissimi. La pelle del vecchio invece è una pergamena sottile che a malapena gli copre le ossa e nel cordone di paglia che gli circonda la vita e che sorregge il samba, sono infilati una vecchia pipa e un coltello. Con l’aiuto di un giovane che parla un po’ di inglese, si informa su chi siamo, da dove veniamo, come mai ci interessa così tanto il suo villaggio. Poi ci racconta di quando era giovane, di quando suo padre cacciava ancora il nemico, di quando i missionari non avevano ancora imposto ai nativi di cambiare le loro regole di vita. In altre parole, ci racconta di quando gli esseri umani si mangiavano a vicenda. Gli chiediamo se fosse meglio prima o adesso, risponde che non c’è un meglio o un peggio, è solo diverso.

“Io mi sono sempre curato con le medicine tradizionali preparate dai vecchi. Non sono mai andato a scuola, ma so tante cose che mi sono state tramandate. Ho avuto tanti figli e tanti nipoti. Ho anche lavorato con gli americani quando sono venuti per fare la guerra, ma poi sono tornato qui a Tanna, nel mio villaggio, perché solo qui si vive ancora come un tempo.

Mentre nel suo dialetto incomprensibile parla con noi, il vecchio si accende la pipa con un tizzone preso dal fuoco che gli uomini più giovani gli hanno acceso vicino. Jakel è annidata tra le colline più alte, piove spesso, l’aria è umida e la temperatura non è poi così alta. E lo strato di pelle trasparente che gli ricopre le ossa, è un riparo ben misero per il suo corpo rattrappito.

Quando viene il momento di partire il vecchio vuole farci assistere a un’ultima danza.

“Di buon auspicio per voi”, ci spiega.

Ttutti i maschi del villaggio si sono radunati per noi. Tutti indossano il namba con la frangetta di paglia che scende sul davanti. Cominciano a cantare e a muoversi all’unisono, ballando qualche cosa che non abbiamo mai visto prima, con un ritmo e una potenza nuovi, che non c’erano nei balli riservati ai turisti. Mimano scene di vita quotidiana, scene di caccia, duelli fra animali, battono con forza i piedi sul terreno fangoso e la terra trema sotto di noi. Certe figure della danza richiedono lo spostamento all’unisono dell’intero plotone e il boato delle voci, unito al battere dei piedi sul terreno, ricorda il rumore del vulcano lontano.

Gen 011995
 
Calme equatoriali - Oceano Indiano

Calme equatoriali – Oceano Indiano

La grande fascia delle calme equatoriali è una specie di terra di nessuno che segna il confine tra i venti dell’emisfero nord e quelli dell’emisfero sud e dove non c’è mai vento.

E’ impossibile prevedere l’ampiezza di quest’area, che cambia con il tempo e con le stagioni, e per questo i marinai di un tempo temevano le calme equatoriali più di quanto temessero le tempeste. I velieri potevano restarvi intrappolati per settimane o mesi, fermi immobili, con le vele flosce e i cordami penzoloni, bloccati in una specie di sortilegio senza vento e senza tempo. Gli scafi si incrostavano di alghe lunghissime, gli equipaggi appassivano nella calura, razionavano acqua e viveri, si ammalavano e col passare dei giorni si radicava la paura di essere vittime di un incantesimo.

Calme equatoriali - Oceano Indiano

Calme equatoriali – Oceano Indiano

Per noi la zona delle calme equatoriali è un mondo nuovo e diverso. Il mare giace immobile con la superficie liscia e oleosa che di giorno riflette le nuvole e l’immagine del sole, e di notte riflette le stelle. Sarà per la scomparsa delle onde, o per il silenzio totale che grava intorno a noi, ma l’oceano sembra ancora più grande: un mondo infinito e senza tempo, da attraversare in punta di piedi, senza farsi notare.