Gen 152000
 
Bombedari - Irian Jaya Occidentale

Bombedari – Irian Jaya Occidentale

Uno degli obiettivi del nostro spingerci così lontano fino alla estrema punta occidentale dell’Irian Jaya era quello di filmare gli ultimi mangiatori di sago, e forse, finalmente, siamo vicini al nostro obiettivo. Da quando abbiamo lasciato la cittadina di Sorong e cominciato a navigare lungo le coste di Batanta e Waigeo non abbiamo incontrato più nessuno. Nelle baie dove ci siamo fermati, siamo stati circondati solo da natura incontaminata, senza villaggi, senza abitazioni, senza nessuno. Solo ogni tanto, in lontananza, abbiamo visto delle canoe, che procedevano a volte a remi, a volte sotto velette improvvisate verso chissà dove.

Oggi ci siamo fermati a ridosso di un’isoletta tonda che la carta chiama Bombedari, incastrata in una ampia baia dell’isola di Waigeo. Bomberai e’  coperta di palme e di vegetazione. Abbiamo impiegato mezzora a percorrerne il perimetro. A terra non abbiamo trovato nessuno ma sulla spiaggia ci sono gusci di molte conchiglie rotte, segno che qualcuno di tanto in tanto viene a raccogliere i cocchi e si ciba dei molluschi che raccoglie nell’acqua bassa del reef tutto attorno.

Bombedari - Irian Jaya Occidentale

Bombedari – Irian Jaya Occidentale

Poi siamo scesi sulla costa di Waigeo, l’isola principale,  nel punto dove dalla barca col binocolo avevamo notato una nicchia nella foresta che altrimenti, ovunque, arrivava fin sul mare. E finalmente abbiamo trovato i segni della presenza di uomini: due capanne di frasche disabitate ma in buono stato, un guscio di tartaruga appeso ad un albero e un mucchietto di tuberi enormi, tutti sporchi di terra,  ma evidentemente pronti per essere cucinati. C’era un sentiero che entrava sotto gli alberi. L’abbiamo imboccato piuttosto incerti. Finchè si tratta di navigare, di passare da un’isola all’altra o anche di attraversare grandi bracci di mare non siamo mai in difficoltà. La nostra barca è solida e noi sappiamo come si fa. Ma camminare nella jungla è un’altra cosa e fa impressione. Si sentono suoni, canti e stridii. Ci saranno animali? Serpenti? Insetti pericolosi? E gli abitanti non si sentiranno insultati a vederci invadere il loro territorio senza chiedere permesso? Siamo finiti in una radura soffocata dalla vegetazione con il fondo viscido che scendeva in pendenza verso una zona acquitrinosa. Ne è valsa la pena: l’aria era satura di umidità e di zanzare, ma a terra al confine tra il terreno solido e l’acquitrino, c’era un tronco abbattuto e scavato per metà. L’abbiamo riconosciuto perchè l’albero del sago è inconfondibile, e tutto attorno ne abbiamo riconosciuti altri, enormi che crescevano ai limiti dell’acquitrino.

Il sago è una di palma. Ha il tronco più largo di quello delle palme da cocco e le foglie molto più lunge. La sua particolarità è costituita dal fatto che nel tronco c’è una grande quantità di amido. E dal tronco delle palme, con un procedimento complicato che non abbiamo mai visto dal vero, i papuasici ricavano una pasta di amido che costituisce il loro alimento principale.

Siamo ritornati a bordo. Domani torneremo a cercare gli abitanti. Con noi abbiamo portato solo uno dei tuberi, il più piccolo, così, per assaggiarlo, contando che non se ne accorgano, o nel caso che se ne accorgano, che non si offendano.

Gen 012000
 
Acqua dolce - Waruanay isola di Waigeo

Acqua dolce – Waruanay isola di Waigeo

Ci siamo trasferiti al villaggio di Luis, un abitante del luogo.

Waruanay, così si chiama il villaggio, è un posto molto ordinato. Lungo la spiaggia ci sono una serie di case costruite con assi di legno ingrigite dal tempo, dopo la fila di case c’è una bassa staccionata grigia e una lunga via con il fondo di sabbia che corre parallela alla spiaggia. Dal lato opposto altrettante case di assi di legno, tutte alla stessa distanza dalla staccionata e alla stessa distanza fra di loro.

Le case sono proprio tutte uguali, tutte sul retro hanno il locale cucina a cielo aperto e nel giardino ci sono dei tavolacci su cui poggiano le pentole e i pochi altri arnesi casalinghi. Ci sono anche delle piccole tettoie dove viene messa a seccare la polpa di cocco per preparare la copra, o dove vengono vatti scolare i cetrioli di mare (oloturie) che come tante altre cose strane sono molto richieste sulle tavole dei cinesi e dei giapponesi.

Gli unici edifici diversi sono la scuola, dipinta di bianco, la chiesa di un bel verde pastello e con un disegno raffigurante Gesù nell’orto dei Getzemani e degli strani parallelepipedi di cemento. Luis è particolarmente orgoglioso di quest’ultimi “Li abbiamo costruiti con l’acqua che viene dalla montagna” ci ha detto soddisfatti.

E infatti, visti da vicino questi cosi grigi sono i servizi pubblici. Una metà è costituita da una grossa cisterna di cemento su tre lati della quale ci sono dei rubinetti da dove sgorga acqua dolce, mentre la seconda metà offre tre localini per lato, forniti ognuno di una turca e di una vasca piena s’acqua per il mandi, il bagno indonesiano.

Noi siamo molto interessati alla cisterna. Oramai è da Darwin che non facciamo acqua dolce. La nostra barca contiene 1000 litri di acqua nei serbatoi, per cui non dovremmo avere problemi, ma quella da bere comincia a scarseggiare. Per bere infatti, teniamo l’acqua in bottiglie di plastica che tutte le volte prima di riempire laviamo e disinfettiamo, in questo modo preveniamo il cattivo sapore che  prende l’acqua che per tanto tempo sta chiusa nei serbatoi.

Abbiamo una sessantina di bottiglie, la maggior parte delle quali ora è vuota. “E’ acqua dolce, si può bere?” domanda un po’ cretina, perchè il più delle volte gli abitanti di queste isole beve acqua che per noi non sarebbe assolutamente da bere, ma comunque non hanno scelta.

A domanda cretina però segue la risposta che volevamo:

“Certo viene dalla montagna, venite a vedere”

Acqua dolce - Waruanay isola di Waigeo

Acqua dolce – Waruanay isola di Waigeo

E così ci siamo fatti una bella camminata, fino al limitare del paese, poi lungo un sentiero di felci coriacee, poi abbiamo dovuto attraversare una serie di pozze melmose con dei tronchi mezzi marci che fungevano da passatoie precarie e infine abbiamo cominciato a risalire una collinetta. Ad un certo punto abbiamo trovato un torrentello tra le rocce. Risalendo ancora qualche centinaio di metri siamo arrivati ad una grossa vasca, rafforzata con cemento e pietre, dove l’acqua veniva incanalata in un grosso tubo.

La pozza era cristallina, l’acqua fresca e il paesaggio intorno meraviglioso

Sotto la pozza di incanalazione ce ne erano altre più piccole ma altrettanto invitanti:

“Mi ci butterei dentro subito”

“Anch’io, quanto tempo è passato dall’ultima doccia di acqua dolce?”

Purtroppo eravamo stati seguiti da tutti i bambini del paese e sarebbe stato fuori luogo mettersi a fare il bagno lì.

Comunque abbiamo raggiunto il nostro scopo. Stamattina presto siamo scesi a terra con le nostre casse piene di bottiglie, già pulite in precedenza e ce le siamo riempite ad una ad una. I ragazzotti del paese hanno fatto a gara per portarcele al gommone, così ci siamo un po’ attardati a ritrarre la vita del villaggio alla mattina presto.

C’erano donne che grattavano il cocco o che pulivano il pesce che gli uomini hanno pescato durante la notte. Un uomo scavava un tronco per ricavarne una canoa e un’altro forgiava un pezzo di legno per farne lo strumento che serve a ripulire l’interno dei tronchi del sago. Un vecchio invece piegava e cuciva tra di loro delle foglie di palma per preparare quelle che saranno le tegole della propria capanna.

Contiamo di fermarci qui un po’ di giorni e conoscere meglio questa gente e i loro usi.

Luis che ci fa da guida, anche se un po’ appiccicoso, è una buona opportunità

Gen 012000
 
Tartarughe - Waigeo (Irian Jaya)

Tartarughe – Waigeo (Irian Jaya)

Due bestie giacciono sulla sabbia, riverse. Sono rovesciate sul dorso, immobili e sembrano morte. Una è enorme. La pancia giallastra, il collo rugoso, gli occhi aperti ma velati, peserà almeno una cinquantina di chili. L’altra è più piccola e più bianca, un esemplare giovane, di una ventina di chili.

Siamo in una radura lungo la costa di Waigeo. Passando con il gommone  abbiamo notato un gruppo di capanne e qualche canoa in  secca sulla sabbia. Siamo scesi a terra a curiosare. Sono tre famiglie che hanno costruito un microvillaggio in questa incantevole insenatura. Ci sono tre capanne di paglia, tre canoe a bilanciere, un pozzo per l’acqua e una montagna di cocchi dietro le capanne, come scorta alimentare. Ci hanno accolti sorridendo e subito un ragazzo è comparso con un paio di noci di cocco giovani che hanno aperto per farci bere il liquido frizzante che contengono. Abbiamo cominciato a filmare e a fotografare il posto, inframmezzando qualche conversazione con i locali nel nostro stentato indonesiano. E a quel punto che Lizzi ha scoperto le tartarughe, abbandonate sulla sabbia, un po’ discoste dall’ultima casa.

“Ehi ma queste sono ancora vive”

Bisogna proprio guardarle da vicino per accorgersi che respirano. La pelle rugosa del collo, rovesciata verso il cielo, si alza e si abbassa impercettibilmente, ma regolarmente, ogni pochi secondi, ma le tartarughe devono essere moribonde perchè per il resto sono immobili. Anche se tengono gli occhi aperti non danno l’impressione di averci visto avvicinare e non si sono mosse di un millimetro.

Restiamo indecisi.

Che facciamo?
Le filmiamo?
Le fotografiamo?

Non sono belle da vedere. Non sono un bel soggetto. Fanno solo pena. Da queste parti, quando ne catturano una, fanno sempre così, la rovesciano sul dorso e la lasciano sulla spiaggia. La tartaruga non ha modo di rigirarsi da sola, non può più fuggire e in quelle condizioni la povera bestia può sopravvivere anche per settimane. Così, in un posto dove non ci sono i frigoriferi e i negozi, e dove con la temperatura di 35 gradi la carne va a male in meno di mezza giornata,  chi l’ha catturata può conservarla fresca per tanto tempo in attesa che venga il momento di ucciderla e di mangiarla in qualche occasione particolare.

E’ un atteggiamento che a noi sembra crudele, ma a pensarci bene il nostro modo di allevare i polli in batteria o il metodo con cui in Francia obbligano le oche a mangiare per far si che si ingrossi il fegato, che servirà per fare il patè, non è meglio.

Tartarughe - Waigeo (Irian Jaya)

Tartarughe – Waigeo (Irian Jaya)

Gli Indonesiani ci hanno seguiti per vedere quello che facciamo e hanno intuito il nostro interesse per le tartarughe. Si mettono in due, sollevano di peso quella grossa e la rimettono sul terreno nella sua posizione naturale: a pancia in giù.  La bestia incredibilmente resuscita. Alza il capo, sferra due poderosi colpi di patte altrettanti schizzi di sabbia e si mette di lena a camminare verso il mare. Improvvisamente è diventata una tartaruga viva e vegeta che arranca verso il mare in cerca della libertà, e altrettanto improvvisamente, per noi, è diventata un bel soggetto da riprendere e fotografare. E così la inquadriamo, la fotografiamo, di fronte, di lato, da lontano, in dettaglio.

Quando arriva nell’acqua bassa trova i due di prima che le sbarrano la strada. Si ferma, i due la afferrano, ma stavolta lei si dibatte con una violenza insospettata, tanto che gli uomini traballano. Arriva un altro a dare manforte, e tutti assieme la trascinano in malo modo verso terra, e alla fine di una lotta senza speranza la rimettono di nuovo sottosopra, come prima, sulla sabbia. Noi siamo ancora lì con macchine foto e telecamere sguainate. La besta a pancia in su, dopo aver frustato l’aria per qualche momento con le patte, rinuncia, e si lascia andare, di nuovo immobile. Che pena!

Che facciamo?
Li esortiamo a liberarla? Ma  non ha senso!
Chiediamo quanto costa, la compriamo e la liberiamo noi? Ha ancora meno senso, non capirebbero.

Così non facciamo nulla. Mettiamo via le macchie, salutiamo le tre famiglie e ripartiamo verso la Barca Pulita, che ci aspetta ad un miglio di distanza.

Gen 012000
 
Troviamo un atollo - Atollo di Ayu

Troviamo un atollo – Atollo di Ayu

Gli atolli sono posti strani e bellissimi. Sorgono in mezzo al mare, in pieno oceano, dove l’acqua è pulita e incontaminata e dove non ci sono uomini, o ce ne sono pochi. Un bassofondo a forma di anello emerge da abissi insondabili ed arriva a lambire la superficie. Sul bordo del bassofondo il corallo, nell’acqua pulita, cresce rigogliosamente formando incredibili giardini colorati, e, all’interno dell’anello di corallo c’è sempre una laguna calma e profonda. Se fuori dall’atollo il mare è grosso, ci sono le onde, le correnti e i pericoli del mare aperto, dentro l’atollo è come essere in paradiso. La circonferenza irta di coralli semiaffioranti protegge la laguna dalle onde ed è come essere in un lago. Un lago d’acqua salata in pieno oceano.

Dentro la laguna ci sono le isole ricoperte di palme da cocco, le spiagge bianchissime, le zone sabbiose di mare poco profondo e tiepido, dove pullulano i pesciolini e dove è bello restare per ore a farsi accarezzare dal vento e dal sole.

Ci sono atolli famosi come quelli delle Maldive e delle Tuamotù, altri meno noti come quelli delle Chagos e delle Laccadive, e ce ne sono altri isolati e lontani, che nessuno conosce.

Questo dove stiamo per entrare è uno di questi ultimi. Si chiama Ayu, e l’abbiamo scoperto per caso, studiando la carta nautica, una trentina di miglia a Nord di Waigeo, da cui siamo partiti ieri sera.

Appena lasciata la costa dell’isola il vento è diventato leggero, capriccioso e incostante. Ma a noi andava bene così, perchè la strada da fare era poca e avevamo tutta la notte per farla. Alle dieci circa abbiamo passato l’equatore e abbiamo festeggiato mangiando uno degli ultimi formaggi in scatola rimasti ancora dalle provviste Australiane.

Alle 7 del mattino, con la prima luce del giorno, sempre a vela, sempre spinti da un leggero aliseo, abbiamo visto l’acqua che cambiava colore: era il bordo esterno dell’atollo, dove il  mare improvvisamente da blu scuro diventava verde, e poco più in la frangevano le onde. Abbiamo cominciato a costeggiarlo, a distanza, verso nord, in direzione della passe, ovvero del passaggio che immette nella laguna.

 Ore 10.00

Siamo davanti all’ingresso del passaggio. Fin qui abbiamo navigato a vela, con vento contrario ma leggero restando sempre rasenti al limite dell’atollo, con il cambiamento di colore dell’acqua da blu a verde che ci avvertiva quando ci stavamo avvicinando troppo. Abbiamo passato qualche canoa di gente che pescava sul limite del reef, e li abbiamo salutati da lontano. Ora, ammainate le 4 vele della Barca Pulita, stiamo imboccando a motore la passe, che per il momento è larga e senza pericoli.

I colori sono incredibili: blu, azzurro e verde pastello, ma la corrente è forte. Una specie di fiume largo e liscio che scorre contro di noi. E’ da questo fiume che, per ubbidire alla legge delle maree,  deve passare tutta l’acqua che esce dalla laguna. Noi invece dobbiamo entrare e per noi la corrente è un ostacolo e un pericolo. Ho tentato di calcolare l’ora in modo da arrivare qui con il minimo della marea, per affrontare il passaggio al momento della stanca, ma devo aver sbagliato i conti a giudicare dalla violenza del fiume. Discutiamo tra noi se non sia meglio fermarsi e aspettare che la marea si inverta. Decidiamo di no,  meglio continuare. Continuiamo a motore, al massimo della potenza, cercando di mantenerci al centro del passaggio, tra gorghi e rivoli di schiuma.

 Ore 10.30

Siamo nel punto più stretto del passaggio e puntiamo verso Est, in direzione della laguna. Si vedono i reef scorrere sui due lati, a poche decine di metri dal nostro scafo. Ci sono rocce emergenti, isole, isolette, lingue di sabbia. La nostra rotta  è un nastro blu che serpeggia tra questi oggetti colorati.  Come sempre Lizzi è al timone mentre io sto a prua, di vedetta. Ad un certo punto salgo sull’albero di trinchetta con la telecamera piccola per tentare una ripresa dall’alto. Da dieci metri di altezza lo spettacolo è mozzafiato. La nostra prua avanza contro rivoli di acqua blu, e lo scafo sfiora isole di corallo verde, tanto belle quanto pericolose. Torno in pozzetto. Se qualcosa andasse storto almeno saremmo in due.

 11.00

Troviamo un atollo - Atollo di Ayu

Troviamo un atollo – Atollo di Ayu

Ormai siamo dentro la laguna. La corrente si è calmata e i colori  sono  ancora più intensi, e più puliti. Ora i colori dell’acqua ci servono da guida: giallo e marrone vuol dire corallo a pelo dell’acqua. Verde vuol dire corallo sommerso di mezzo metro. Azzurro chiaro e sbiadito vuol dire fondo di sabbia ma con meno di un metro d’acqua.  Azzurro pastello vuol dire sabbia con acqua sufficiente perchè la nostra barca possa passare, e da lì in poi, tutte le tonalità più intense dell’azzurro, fino al blu profondo, segnalano i passaggi sicuri, dove l’acqua è fonda. La laguna che si apre davanti a noi è un immenso mosaico di colori. Dalla mia postazione sopra l’albero urlo a Lizzi le istruzioni per far lo slalom tra i verdi e i gialli per restare nei blu e negli azzurri e per dirigere verso un’isola coperta di palme che abbiamo individuato dall’altra parte della laguna e dove forse ci sarà un villaggio. Impieghiamo mezzora ad arrivare e ci fermiamo a 500 metri da terra gettando l’ancora in una chiazza blu equidistante da due secche azzurro chiaro. Finalmente.  Lizzi lega il timone, mette la protezione alla bussola e monta il tendalino per ripararci dai raggi del sole a 90°. Io metto via le vele e calo in mare il gommone.

Intorno a noi la laguna è immobile come un lago senza vento. La nostra barca è immobile senza il minimo dondolio. Da terra ci hanno visti e due canoe sono già partite per venire verso di noi.